mercoledì 13 maggio 2009

I 50 anni de La dolce vita

(foto da internet)

Federico Felllini ha 38 anni. A Roma, da marzo a settembre 1959 non si parla d’altro che de La dolce vita. Si fa, non si fa, quale produttore ha il coraggio di farlo? È vero che prendono un divo americano, che ci saranno orge, travestiti, prostitute, fotografi, un balenottero che fa innamorare di sé una minorenne? Ma davvero il titolo porta male?


La lavorazione del film, specie a Fontana di Trevi, con la forza di una calamita attira le folle del dopocena e del dopo teatro, che restano per ore immobili a guardare. Le fotografie della lavorazione, su tutti i giornali, stimolano ogni curiosità. Il critico Tullio Kezich è l’esemplare cronista del film: il suo diario ripubblicato da Sellerio Noi che abbiamo fatto La dolce vita, è la fonte migliore di ogni informazione e ha la caratteristica di raccontare la verità, cosa che non si sa mai quando si parla di una leggenda.


A Milano, la sera della prima, al cinema Capitol, il 5 febbraio 1960, succede un parapiglia: l’elegante pubblico di invitati accompagna il film con fischi, proteste, casino crescente, urla di «Basta! Schifo! Vergogna!». All’uscita uno grida a Mastroianni «Vigliacco, vagabondo, comunista», un altro sputa addosso al regista.
Ma il successo del film è poi enorme, sorprendente. La dolce vita ha il primato degli incassi in Europa: in Olanda viene censurato, con tagli alla sequenza pre-finale dell’orgia e a quella della seduta spiritica alla festa dei nobili. Gli attacchi del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano sono furibondi e i sostenitori gesuiti del film passano guai seri. Il produttore Angelo Rizzoli rivendica l’opportunità della sua inapplicata idea, colorare di rosa le scene di sogno perché il pubblico possa riconoscerle con sicurezza. Oltre le polemiche, restano nel vocabolario italiano «paparazzi», ossia fotografi, e «dolcevita», un tipo di pullover.












La dolce vita risulterà alla fine simile a un viaggio con tante tappe del protagonista, un giornalista di mondanità e pettegolezzi in movimento nella cosiddetta café society, nel carnevale perenne che nasconde un vuoto drammatico. Dura tre ore.

Per la sua carica liberatoria, la sua assenza di moralismo, la sua struttura narrativa, il suo splendore figurativo, la sua linea antimetafisica, La dolce vita è nel cinema una rivoluzione. Sembrava che, dopo, non si potessero più fare soliti film. Non è andata così. Ma è morto l’autore e l'attore protagonista.
Il primo a celebrare La dolce vita è stato Federico Fellini, l’autore. Nel suo Intervista (1987) Marcello Mastroianni, vestito e truccato da Mandrake, con la bacchetta magica tocca un lenzuolo steso e comanda: «Bacchetta di Mandrake/il mio ordine è immediato/fai tornare i bei tempi del passato»: così sullo schermo precario riappare la stupenda scena madre, l’attore e Anita Ekberg, la musica irresistibile di Nino Rota, Fontana di Trevi, l’acqua trasparente e la grande bellezza bionda che vi si immerge: «Marcello... Marcello, come here!».

Da La dolce vita è passato mezzo secolo.


5 commenti:

Anonimo ha detto...

Non so quante volte l'ho visto. Impressionanate!
Trini

Sara ha detto...

Questo film è veramente mitico.

clemente ha detto...

Un film mitico!

Andreu ha detto...

Che nostalgia!

Amparo ha detto...

Ho visto questo bel film alcuni mesi fa e mi è piaciuto tantissimo.

Amparo Santaúrsula