Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

venerdì 6 marzo 2020

I Viceré (oltre il cinema)


(foto da internet)


Il romanzo I viceré, scritto da Federico De Roberto, narra l’epopea d’una antica famiglia catanese d’origine spagnola: gli Uzeda di Francalanza.
Il romanzo si svolge in una Sicilia feudale e borbonica nella quale la storia dell'isola e la storia d’Italia, entrano, a poco a poco, a far parte della sagra della famiglia.
La storia inizia con la morte di Teresa Uzeda, Principessa di Fracalanza, matriarca spietata, radice del gruppo familiare, manipolatrice dei destini della sua prole.
La storia va dal 1855 al 1882, e ha come sottofondo grandi avvenimenti: la fine del Regno delle due Sicilie, lo sbarco di Garibaldi, il plebiscito e l’annessione, la liberazione di Roma, l’avvento della sinistra al potere.







(foto da internet)

Nel romanzo è spiccata la caratterizzazione dei personaggi che man mano si vanno delineando, con una messa in scena, cruda e realistica, di una stirpe cinica e potente in cui l’orgoglio prevale su ogni sentimento.
Il regista Roberto Faenza  girò un film omonimo, tratto dal romanzo di De Roberto, che arrivò nelle sale cinematografiche nel 2007.

Due attori del cast de I viceré, Alessandro Preziosi e Cristiana Capotondi, lanciarono per l'occasione un'interessante iniziativa intitolata Crea il tuo trailer. Proposero ai navigatori di scaricare del materiale da internet per allestire un trailer del film in questione. I cinque migliori trailer furono premiati (a dir il vero ce ne furono sei, dato che un premio venne assegnato ex aequo) dalla Jean Vigo Italia e dagli studenti del master sul cinema promosso dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione, della Sapienza di Roma e da Rai Cinema






(foto da internet)

Massimo Chiarappa, un giovane di Bari, venne scelto come il miglior regista amateur e partecipò attivamente alla realizzazione del trailer ufficiale del film (vedi>>).
Oltretutto, grazie alla collaborazione del pubblico e a un'attenta strategia di marketing, la prima del film venne corredata da un ulteriore coinvolgimento dei navigatori: venne lanciato un gioco in cui gli interessati dovevano completare l'albero genealogico della famiglia Uzeda. I vincitori parteciparono ad alcune anteprime del film che si tennero in varie città italiane.
Poco dopo la prima nazionale, venne messa a concorso la sceneggiatura del film, corredata da foto e interviste inedite agli attori principali. Per vincere il libro, pubblicato da Gremese Editore gli spettatori dovevano individuare i personaggi che pronunciavano alcune battute nel film.
L'iniziativa riscosse un grande successo e cominciò a segnare la strada per una stretta collaborazione tra cinema, letteratura e web.

mercoledì 5 dicembre 2018

Ars metallica

Risultati immagini per ars metallica scuola della medaglia

(foto da internet)

Per i 110 anni di attività della Scuola dell'Arte della Medaglia (SAM), l'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato apre per la prima volta al pubblico le porte delle ex officine all'Esquilino con un percorso espositivo che si snoda tra antichi macchinari, strumenti, sculture e installazioni multimediali che tracciano la storia della Zecca ed espongono le produzioni della Scuola dell'Arte della Medaglia fondata nel 1908. Storia, cultura, sapienza artistica e rinascita urbana. È su queste quattro direttrici che nasce e si sviluppa ''Ars Metallica, la materia, la tradizione e la creatività contemporanea'', la mostra inaugurata al Palazzo Storico della Zecca in via Principe Umberto nel quartiere Esquilino. La mostra, che si snoda in sei itinerari culturali e multimediali, offre un percorso espositivo ricco di suggestioni sulla fusione d’arte che permette di guidare il visitatore alla scoperta di antichi macchinari, strumenti per il conio, sculture e installazioni, tra tradizione e innovazione.

Risultati immagini per zecca scuola della medaglia
(foto da internet)
La mostra è stata inaugurata mercoledì 28 novembre 2018. Un’esposizione che intende celebrare i 110 anni di attività della Scuola dell’Arte della Medaglia che rappresenta un patrimonio di altissimo valore storico e culturale, una ricchezza che si rinnova di capacità artistiche, creatività e innovazione e che si rivolge a studenti provenienti da tutto il mondo. “Ars Metallica, la materia, la tradizione e la creatività contemporanea” rappresenta anche l’occasione per entrare all’interno di un tesoro architettonico nel cuore di Roma che sta rinascendo. Per il complesso di via Principe Umberto sarà realizzato un progetto di riqualificazione definito attraverso un concorso di progettazione internazionale il cui esito sarà reso noto all’inizio del 2019. Nel 2023 sarà così riconsegnato alla città, ai romani e al quartiere Esquilino un pezzo significativo del suo passato, un luogo che ha contribuito a definire l’identità del Belpaese; proprio lì, infatti, ha preso forma la moneta nazionale e da fabbrica ormai abbandonata diverrà uno spazio di archeologia industriale vivo e aperto. 
Risultati immagini per ars metallica scuola della medaglia
(foto da internet)

Sei sale storico-didattiche a disposizione dei visitatori: lo sguardo sulla moneta; la coniazione; la fonderia e la fusione d’arte; la pressa monetaria Taylor; la sala multimediale Saper fare e la sala dedicata alla mostra Ars Metallica. Ogni ambiente guiderà il visitatore nelle atmosfere e nei luoghi della Zecca. L’Amministratore Delegato, Paolo Aielli afferma che “i contenuti ed il luogo della Mostra Ars Metallica, nell’edificio che ha ospitato la prima Zecca dello Stato unitario, sono la migliore testimonianza dell’impegno del Poligrafico per il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico e tecnologico della coniazione e, quindi, della moneta simbolo e segno di un valore garantito dallo Stato; questo impegno di tutela della memoria si coniuga perfettamente con il lavoro che oggi il Poligrafico svolge per lo sviluppo di soluzioni tecnologicamente innovative per l’anticontraffazione di monete e documenti per l’identità fisica e digitale”.

Risultati immagini per istituto poligrafico della zecca
(foto da internet)
Il Presidente, Domenico Tudini aggiunge che “la mostra racconta la storia e le caratteristiche del saper fare che da sempre caratterizzano l’attività del Poligrafico. Il luogo è importante: la Zecca dell’Italia unita, un edificio che ha contribuito alla storia della nostra Nazione. Qui infatti prese forma la moneta, uno degli elementi distintivi dell’identità del Paese.“

lunedì 9 ottobre 2017

La Carta de Logu



(foto da internet)

Per celebrare, a modo nostro, la ricorrenza del 9 Ottobre, festa grande nella nostra regione, vorremmo evocare la figura di una grande donna: la giudicessa Eleonora d’Arborea.           
Siamo in Sardegna, nel XV secolo. Il desiderio di libertà dell'isola dalle antiche dominazioni venne incarnata da Eleonora d'Arborea, una donna energica e risoluta, che divenne protagonista di un'azione politica riformatrice assai coraggiosa. 
Eleonora d'Arborea fu regina, stratega e giudicessa, e legò il suo nome alla cosiddetta Carta de Logu, considerata uno dei primi esempi di costituzione al mondo, esempio unico, nell'Europa del XIV secolo, della capacità di un popolo di autogestirsi e di costruire, per la prima volta nella storia dell'isola, una nazione sarda sotto lo stemma arborense
Nel periodo storico a cui facciamo riferimento,  detto Giudicale, la Sardegna era divisa in quattro regioni denominate, appunto, giudicati perché amministrate da un giudice che aveva tutte le prerogative di un sovrano; esse erano: Arborea, Cagliari, Torres e Gallura che, a loro volta, erano suddivise in curatorie ognuna delle quali era costituita da un certo numero di ville (villaggi o parrocchie). 
Tra i Giudicati ebbe un ruolo di spicco, per potenza, organizzazione e durata, quello di Arborea con capitale nell’antica città di Tharros e successivamente ad Oristano. Alla sua guida si succedettero numerosi sovrani,  tra i quali Eleonora d’Arborea che rimase al governo dal 1383 al 1392.    





(foto da internet)

Eleonora nacque in Catalogna intorno al 1340, probabilmente a Molins de Rei, da Mariano de Bas–Serra e da Timbra di Roccabertí ed ebbe due fratelli, Ugone e Beatrice
La sua vita si svolse prevalentemente in Sardegna dove, nel 1347, il padre Mariano venne nominato giudice dalla Corona de Logu, un'assemblea di notabili, prelati e funzionari delle città e dei villaggi dell'isola. 
Eleonora d'Arborea trascorse gli anni della giovinezza a Oristano, fino al matrimonio con Brancaleone Doria, da cui ebbe due figli Federico e Mariano. Il suo matrimonio rientrava nel disegno di un'alleanza tra gli Arborea e i Doria, che già controllavano vasti territori della Sardegna. 
Intorno al 1380, i genitori, il fratello Ugone e la di lui figlia Benedetta, furono assassinati da sicari assoldati dagli Aragonesi. 
Per ottenere il riconoscimento del proprio figlio Federico, quale legittimo successore al trono di Arborea, Eleonora inviò il marito Brancaleone a trattare direttamente della questione alla corte aragonese. Il re però trattenne Brancaleone con un pretesto e lo prese in ostaggio. Eleonora iniziò allora la sua battaglia decidendo di continuare la politica paterna, ispirata da un forte senso di indipendenza, organizzando intorno a sé le varie popolazioni dell'isola. 




(foto da internet)

Si autoproclamò Giudicessa d'Arborea, facendo leva sul diritto di piena sovranità nel proprio territorio grazie all'antico diritto sardo che, al contrario di quello aragonese, riconosceva l'accesso al trono paterno, o fraterno, delle donne. S'insediò, quindi, nel trono di Arborea, territorio che comprendeva l'attuale provincia di Oristano e parti considerevoli di quelle confinanti, e iniziò, con grande determinazione, il riordino e l'espansione del Giudicato.
Punì gli assassini del fratello Ugone, stipulò un accordo di pace con gli Aragonesi e ottenne la liberazione del marito. Divenne così una protagonista indiscussa della sua terra, fine e sapiente legislatrice grazie alla precisa visione delle complesse condizioni sociali ed economiche del suo popolo che condusse con determinazione e intelligenza. 
La modernità del suo pensiero politico si manifestò proprio nella Carta de Logu, in cui è evidente la lungimiranza di alcune norme e la saggezza giuridica che tutelò le consuetudini locali compiute dal diritto sardo di tipo municipale. Il codice, promulgato nel 1392, era composto da 198 articoli che comprendevano un codice civile, un codice penale e un codice rurale. Rimase in vigore per più di 400 anni, fino alla sostituzione con il cosiddetto Codice di Carlo Feliceil 16 aprile 1827! 
La Carta de Logu disciplinò in modo chiaro i rapporti giuridici, l‘amministrazione della giustizia, l’uguaglianza di fronte alla legge, e segnò una tappa fondamentale nel cammino che sfociò nella concezione dello Stato di diritto moderno.           
Nella Carta si dice che tutti gli uomini liberi sono uguali davanti alla legge: una stessa sanzione colpiva chiunque l’avesse violata senza distinzione di classe sociale; fatto quasi rivoluzionario in un‘epoca nella quale i nobili ed il clero la facevano da padroni. 





(foto da internet)

La giudicessa inserì anche una norma che permetteva il matrimonio riparatore alla violenza carnale. Altri esempi della portata innovativa della carta sono la contemplazione del reato di omissione di atti d'ufficio, la parità e la tutela del trattamento dello straniero e il controllo delle successioni in presenza di minori. Nel codice non c'è nessuna legge contro gli ebrei e gli eretici, e vi sono altre norme sorprendenti per la loro attualità, come quelle contro l'usura o per la difesa del territorio, con disposizioni su agricoltura, allevamento, caccia, salari che i lavoratori dovevano ricevere, bracconaggio, ecc. Eleonora volle, con la sua reggenza, uscire dal medioevo puntando anche sulla liberazione dei servi, e cercò di costituire un esercito misto, composto da truppe mercenarie e da quelle formate dai suoi concittadini. 
Eleonora d'Arborea morì per la peste del 1394 senza essere riuscita a creare un Regno Sardo indipendente. Ancora oggi la Sardegna la ricorda come una combattente e come simbolo dell'emancipazione femminile. 




(foto da internet)

Eleonora d'Arborea, fu così definita dal patriota Carlo Cattaneo: "... la figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane, non escluse quelle di Roma antica".
In suo onore è stato dato il nome di falco eleonorae (in italiano falco della reginaa un falco ampiamente diffuso nel bacino del Mediterraneo. 

            





mercoledì 26 aprile 2017

Il 25 aprile a tavola

Risultati immagini per pastasciutta partigiani 
(foto da internet)

 


Rape, pane nero. Cipolle. Il riso e, qualche volta, la pasta. Soprattutto polente, minestre, zuppe e, in montagna, quanto il bosco poteva offrire con una certa generosità. Come le castagne e i frutti selvatici.
Il mangiar partigiano, alla vigilia della Liberazione, è stato soprattutto cucina di sostentamento, in parte di contrabbando con le borgate che rifornivano i "ribelli" appoggio e sostegno (anche alimentare) al prezzo di un altissimo rischio: quello di venire fucilati dalle milizie nere. Il ricordo di quella lotta, oggi ha un piatto simbolo, in realtà molto lontano dal rancio dei giovani resistenti: è la pastasciutta antifascista, protagonista indiscussa di una miriade di eventi che, da un capo all’altro della penisola, festeggiano la rinascita democratica.

Risultati immagini per rape pane nero fascismo 
(foto da internet)
 
Tutto nacque per caso: non il 25 aprile 1945, bensì il 25 luglio di due anni prima, altra data simbolo, poiché segnò la caduta del fascismo dopo e la sfiducia del Gran Consiglio a Benito Mussolini: a Campegine, un piccolo borgo della provincia emiliana, oggi vicino all’autostrada del Sole, dove la famiglia Cervi, per festeggiare la fine della dittatura, insieme ad altre famiglie portò in piazza la pastasciutta nei bidoni del latte, offrendola a tutti i gli abitanti del paese. E quel piatto di maccheroni conditi con burro e formaggio fu davvero – per quel periodo di privazioni – un piatto della festa.
Risultati immagini per pastasciutta antifascista
(foto da internet)


Oggi in Italia c’è addirittura una rete nazionale dedicata alla pastasciutta antifascista. Il rapporto tra questo piatto nazionale e il regime, del resto, non è mai stato dei migliori: la pastasciutta, infatti, assume una particolare simbologia antifascista anche a seguito della sua messa al bando da parte del Manifesto della Cucina Futurista di Tommaso Marinetti, che la definisce “assurda religione gastronomica italiana”, da cui deriverebbero “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”. Tralasciando il particolare che lo stesso Marinetti ne andava ghiotto, alla povera pasta (e ai poveri commensali) non fu risparmiato nemmeno il tentativo di rinominare il nobile e antico ragù con l’orrenda locuzione di ragutto.

Risultati immagini per manifesto della cucina futurista 
(foto da internet)

Italianizzare il lessico della gastronomia divenne ben presto una priorità assoluta per gerarchi e funzionari del regime, già a partire dai tempi delle "inique sanzioni" decise dalla Società delle Nazioni ai tempi della guerra in Abissinia. Ecco dunque apparire nel menù di gala (anzi, lista delle vivande o, più militarmente, rancio) piatti come antipasto Vittoria, cannelloni alla combattenti e spinaci all’imperiale. E, a lungo andare, il tentativo di annientare le influenze culinarie della "perfida Albione" e dei suoi alleati (specie i malsopportati cugini francesi), sfociò ancor più nella tragicommedia: il consommè si ridusse in consumato, l’omelette in frittata avvolta, roumpsteack ed entrecote si trasposero nella più virile braciola.
E, ancora, gonfiato anziché soufflè, legumi minuti anziché julienne, infuso di vino e non più salmì. La brioche s’afflosciò in brioscia (da non confondersi con il croissant: cornetto), il toast diventò pantosto, Persino nelle buvette (pardon, mescite) le polibibite sostituirono, specie nell’accezione futurista, i cocktail. Anche le cene di rappresentanza non era più impreziosite dai troppo effimeri cotillons quanto, invece, dai più arditi cotiglioni. Insomma, i linguisti del Ventennio si fecero prendere la mano e, col tempo, non venne risparmiato nemmeno l’alleato germanico, che si vide ribattezzare come bombole i krapfen, mentre i wafer divennero semplicemente biscotti e i wurstel quali semplici salsicce.
 Risultati immagini per Almanacco della Cucina Sonzogno 
(foto da internet) 

Il rapporto tra Mussolini e la cucina, lo riassume lui stesso: “Ho fatto del mio organismo un motore sorvegliato e controllato che marcia con assoluta regolarità. Le mie regole dietetiche sono fisse, i miei pasti sono frugali”. Poca pasta, tanto riso e, naturalmente le zuppe: toccasana, in tempo di privazioni, tanto che nel 1943 l’Almanacco della Cucina, editore Sonzogno offre alle lettrici la ricetta di una “zuppa alla borghese” particolarmente ricca, stante la situazione contingente, “da farsi con mezzo chilo di piselli, un etto di lardo, 3 litri di brodo, una cipolla un po' arrostita, mezzo etto di burro, un bicchiere di latte, un etto di farina, due uova e, infine, la pasta corta da brodo”. Nel quotidiano si lavorava anche di fantasia: nasce in quel tempo "l'antipasto di guerra a base di carote, prezzemolo, senape, tuorlo di sode, ingredienti con cui formare salsiccini da ricoprire con filetti di acciuga e il rosso delle uova sode”, mentre la celebre Petronilla suggerisce un surrogato del burro “utilizzando grasso di vitello, montone o bue unito a latte, timo, cipolla, succo di carote, sale e costa di pane”. 
Cucina d’autarchia, e di fantasia, fino alla caduta del fascismo. E poi ritorno della pastasciutta.

lunedì 6 febbraio 2017

Della Marmora e la solidarietà dei pastori sardi



(foto da internet)


Alberto Ferrero Della Marmora nacque a Torino nel 1789 e fu avviato alla carriera militare seguendo la tradizione di famiglia. Influenzato dagli ideali della Rivoluzione francese, nutrì per un certo periodo simpatie repubblicane. Studiò nella Scuola militare di Fontainebleau, e iniziò la carriera militare nell'esercito francese, prendendo parte a numerose campagne contro l'Austria
Nel 1819 fece uno dei suoi primi viaggi di studio in Sardegna per studiare l'ornitologia dell'isola. Questo viaggio gli fornì un ampio materiale, che utilizzerà nei suoi successivi scritti.
Nel 1821, in seguito ai moti piemontesi, venne confinato in Sardegna, perché sospettato di connivenza con i rivoltosi. Fu riammesso in servizio nel 1824, a disposizione del viceré di Sardegna.


(foto da internet)

Durante questo periodo compì numerosi viaggi nell'isola. Frutto di queste escursioni fu la pubblicazione di numerose opere, tra cui ricordiamo il noto Voyage en Sardaigne ou Description statistique, physique et politique de cette île avec des recherchessur ses productions naturelles et ses antiquités. 
Nel 1845, uscì a Parigi la Carta della Sardegna, da lui curata, e, nel 1860, venne pubblicata la sua opera più conosciuta: Itinéraire de l'île de Sardaigne, pour faire suite au voyage en cette contrée.


(foto da internet)

Il suo Voyage en Sardaigne, fu un forte stimolo per i viaggiatori desiderosi di conoscere l'isola. Il libro è impreziosito da 19 tavole illustrate, ed è una straordinaria descrizione paleontologica e geologica, fisica, linguistica e politica dell'isola, con accurate ricerche sulle sue produzioni naturali e le sue antichità.
Viaggiatore instancabile, scrisse l'Itinéraire come una sorta di guida nella quale sono indicate le cose più importanti che non si possono tralasciare di vedere. Della Marmora dedicò all'isola oltre cinquanta pubblicazioni di taglio scientifico che contribuirono a far conoscere, specialmente all'estero, una terra fino ad allora completamente ignota. 


(foto da internet)

Nel primo volume del VoyageDella Marmora stila un compendio di storia sarda, descrive l'isola dal punto di vista fisico e climatico; ne esamina il regno minerale, vegetale ed animale, parla degli abitanti (caratteristiche fisiche, costumi, abitudini), della loro lingua e conclude con un quadro sull'amministrazione e sulle attività economiche.
Nel capitolo VII del suddetto volume, si può leggere: "Fra le usanze dei campagnuoli della Sardegna, alcune sono degne di nota e sembrano risalire all'antichità più remota: citeremo le seguenti: ponidura o paradura. Quando un pastore ha subito qualche perdita e vuol rifare il suo gregge, l'usanza gli dà facoltà di fare quel che si dice la ponidura o paradura. Egli compie nel suo villaggio, e magari in quelli vicini, una vera questua. Ogni pastore gli dà almeno una bestia giovane, in modo che il danneggiato mette subito insieme un gregge d'un certo valore, senza contrarre alcun obbligo, all'infuori di quello di rendere lo stesso servizio a chi poi lo reclamasse da lui (...)”.

(foto da internet)


Ebbene, sa paradura, o sa ponidura -il primo termine deriva dal verbo parare (formare, creare), e il secondo da ponnere, (mettere a disposizione)-, ovvero l'antichissima rete di solidarietà descritta da Della Marmora nel XIX secolo, è tornata a funzionare in questi giorni per i terremotati umbri, in particolare per gli allevatori della zona di Cascia a cui i pastori sardi doneranno mille pecore per favorire la ripresa delle attività zootecniche della Valnerina
L’antica pratica di mutuo soccorso in uso in Sardegna, è stata già esportata in continente dopo il tragico terremoto dell'Aquila, quando alcuni allevatori sardi donarono dei capi ovini ai pastori abruzzesi.
Il nuovo progetto è stato presentato al Centro operativo di Cascia da Emilio Carau, funzionario della protezione civile nazionale, e dal sindaco di Cascia Gino Emili
La donazione solidale è stata programmata per il 9 aprile

Gratzias meda!

(A Gio, M.G. e a S., con affetto)


-->

--> --> -->

lunedì 12 dicembre 2016

Castel Gandolfo





(foto da internet)

Papa Francesco, dopo aver rinunciato ad abitare nel palazzo apostolico di Città del Vaticano, ha deciso di chiudere un altro appartamento: quello di Castel Gandolfo. Da ottobre, infatti, il palazzo ai Castelli, residenza estiva dei pontefici dall'inizio del '600, è diventato un museo. Il Vaticano lo includerà alle altre stanze dell'edificio che da più di un anno sono visitabili da fedeli e turisti.
Le Ville Pontificie di Castel Gandolfo sono dei resti importanti di una delle più famose ville dell'antichità: l'Albanum Domitiani, la grandiosa residenza di campagna dell'imperatore Domiziano, la quale si sviluppava per circa 14 chilometri quadrati dalla Via Appia fino a comprendere il lago Albano




(foto da internet)

Il borgo di Castel Gandolfo, forma parte dei cosiddetti Castelli Romani, una zona che si sviluppa sull’area dei Colli Albani, nell’antico territorio del Latius Vetus
I Castelli Romani possono essere suddivisi in tre grosse aree:  area Tuscolana (Colonna, Frascati, Grottaferrata, Monte Porzio Catone, Monte Compatri, Rocca di Papa e Rocca Priora), area Appia Albana (Albano Laziale, Ariccia e Castel Gandolfo) e area Lanuvina (Lanuvio, Genzano di Roma e Nemi).
I Castelli Romani sorsero, dopo la caduta dell’Impero Romano quando le famiglie iniziarono a costruire nella zona le loro fortificazioni e, durante il Medioevo, i primi castelli. Molti abitanti di Roma decisero di rifugiarsi nei castelli delle nobili famiglie romane tra le quali si annoverano i Savelli, gli Annibaldi, gli Orsini e i Colonna




(foto da internet)

Grazie al sostegno economico delle famiglie facoltose queste zone conobbero da subito un grande sviluppo sociale, economico e politico. 
Nel 1870 la zona dei Castelli Romani venne annessa al Regno d’Italia e dopo poco crebbe anche dal punto di vista urbanistico, grazie alla costruzione della linea ferroviaria che collegava i Castelli con Roma
Il periodo di sviluppo economico e sociale venne bruscamente interrotto dalle due Guerre Mondiali, in seguito alle quali città come Frascati, Marino e Albano Laziale vennero rase al suolo.
Oggi i Castelli Romani sono considerati una delle migliori zone residenziali dei dintorni di Roma. Oltre alla bellezza dei luoghi, la zona è rinomata per la tipica cucina romana e per i prodotti caratteristici come la famosa porchetta di Ariccia e il vino bianco di Frascati. 





(foto da internet)


Papa Urbano VIII fu il primo papa a soggiornare a Castel Gandolfo, nel XVIII secolo. Molti secoli dopo, Papa Francesco ha deciso di aprire al pubblico un'altra zona della splendida dimora: vi si può ammirare la Camera da Letto, una stanza bellissima, con le finestre rivolte al mare, che, dopo lo sbarco americano ad Anzio, nel gennaio del '44, e con l'infuriare delle ostilità in queste zone, venne riservata alle partorienti, tanto che proprio sul letto del Pontefice nacquero, in quei mesi, circa quaranta bambini che furono chiamati i figli del Papa




(foto da internet)

Poi ancora una piccola Cappella Privata nella quale i papi si sono potuti recare a pregare in solitudine, e la Biblioteca e lo Studiolo dove i pontefici si sono dedicati a scrivere encicliche e preparare omelie. Quindi, due stanze riservate al segretario particolare e al segretario aggiunto. Poi il Salone degli Svizzeri, chiamato così giacché, un tempo, era adibito al corpo di guardia armato che, dal 1506, presta servizio al Papa. Per finire troviamo la Sala del Concistoro, che è stata utilizzata per le riunioni del collegio cardinalizio alla presenza del Papa.
La residenza di Castel Gandolfo fu molto amata da alcuni papi: a Giovanni XXIII piaceva andarsene a spasso, senza avvertire nessuno, nei paesi vicini o sulle magnifiche colline, e Pio XI vi creò una fattoria con le coltivazioni, il pollaio e le mucche da latte, che ancora oggi rifornisce giornalmente dei suoi prodotti la Città del Vaticano.



lunedì 2 febbraio 2015

La collana longobarda (e altro)



(foto da internet)


Post dedicato agli studenti che sono alle prese, in questi giorni, con la lettura del libro La collana longobarda.
I Longobardi furono una popolazione germanica proveniente dalla Scandinavia.
La causa della loro discesa verso il continente europeo è attribuibile a una grave carestia. 
Dopo la caduta dell'Impero Romano passarono il Danubio (527-28) penetrando in UngheriaGiunsero in Italia nel 569, guidati da re Alboino. 
Alboino occupò parte del Veneto e puntò alla conquista di Milano e Pavia. Il lunghissimo assedio di Pavia, antica capitale del regno gotico, durò circa tre anni. Poco dopo la presa di Pavia (572), re Alboino fu assassinato e  i Longobardi conobbero un periodo caotico che bloccò lo sviluppo di altri piani di conquista. Il successore di re Alboino, il re Clefi, fu anch'egli assassinato due anni dopo.




(foto da internet)

La struttura anarchica dei Longobardi e l'incerta guida politica permise a molti duchi di rimanere indipendenti dal re, e anche di continuare a estendere la loro area di potere. Nel periodo che va dal 574 al 584, il paese conobbe una grave crisi istituzionale. Nel 584, di fronte alla concreta minaccia di un’invasione franca i Longobardi si sottomisero al re Autari ma il caos politico cominciò a diminuire solo con il suo successore, il re Agilulfo (590-616). 
Con Agilulfo, il regno longobardo ebbe una chiara configurazione territoriale: comprendeva l’Italia del nord (eccetto la fascia costiera veneta e la Liguria), la Tuscia, il cuore dell’Umbria e delle Marche, e vaste regioni del sud. 
In questo contesto emerse la figura del gastaldo, al quale furono affidate anche intere città da governare al posto del duca. Il re risiedeva a Pavia, sede della corte e di una rudimentale amministrazione centrale. 
Sotto Agilulfo aumentò la collaborazione con gli elementi colti della popolazione romana e si stabilì un rapporto di convivenza con il papato, allora rappresentato da Gregorio Magno
Il momento di massima potenza politica del regno si ebbe con Liutprando (712-44) il quale estese i possessi longobardi in Emilia e arrivò fino alle porte di Roma.




(foto da internet)

Il declino avvenne nel 750 quando il papa Stefano II, di fronte alle forti richieste da parte del re longobardo di un tributo, chiese aiuto ai Franchi
I Franchi discesero in Italia e sconfissero i Longobardi costringendoli a cedere le recenti conquiste. Fu Carlomagno, nel 774, ad assumere la corona longobarda e l’eredità politica, sociale e giuridica del regno.
Solo l’Italia meridionale longobarda sfuggì alla conquista franca. Questa parte dell'Italia che comprendeva la Campania, la Marsica, il Molise, l’Abruzzo, la Puglia, la Calabria, Napoli, Amalfi e Sorrento venne governata dal duca Arechi (758-87) il quale assunse il titolo di principe e difese l’indipendenza del suo dominio dagli eserciti di Carlomagno. 
Ma l’estrema frantumazione del quadro politico, complicata anche dalla persistente presenza dei Saraceni, rese impossibile l’affermazione di un unico potere forte e nell’XI secolo la cosiddetta Longobardia minore cadde sotto la dominazione dei Normanni che, nel 1130, fondarono il Regno di Sicilia 




(foto da internet)

La lingua longobarda, che si estinse completamente nel X secolo, non ha lasciato né documentazioni dirette né letteratura. Restano soltanto testimonianze lessicali: nell’onomastica (Ermanno, Astolfo), nella toponomastica (i nomi in -engo, come Marengo, Martinengo) e nel lessico (baruffa, palla, ecc.). 
I longobardi svolsero un’intensa attività nel campo dell’architettura: notevoli, anche per le importanti decorazioni, sono le chiese di S. Salvatore a Brescia, S. Maria in Valle a Cividale e S. Sofia di Benevento


(foto da internet)

Di rilievo anche gli stucchi di Cividale e gli affreschi di Brescia, Castelseprio, San Vincenzo al Volturno e Benevento. Particolare importanza ebbe anche la lavorazione dei metalli, della quale i Longobardi possedevano tradizionalmente una progredita tecnica, e che costituì un ambito produttivo di fondamentale importanza, come testimoniano le necropoli di Benevento, Bolsena, Castel Trosino, Civezzano, Cividale, Nocera Umbra, Testona, ecc.. 
I Longobardi svolsero una notevole attività anche nel campo degli ornamenti di armi o di vestiario e negli oggetti a carattere religioso e, in particolare, nell’oreficeria.

mercoledì 30 novembre 2011

Fotografie pioneristiche a Roma



(foto da internet)


La mostra «Italia a colori 1861-1935» che sino all’8 gennaio sarà al Palazzo Incontro di Roma, propone per la prima volta la raccolta di oltre 140 immagini che vanno dall’unificazione (la prima in ordine cronologico - del 1861 - è una carta da visita colorata a mano dell’Eroe dei due mondi) agli Anni 30, quando comincia a diffondersi anche in Italia l’uso della pellicola fotografica.
Sono segni di un tempo lontano scovati in collezioni di mezzo mondo, dalla Francia agli Stati Uniti, dal Museo del cinema di Torino al National Geographic Image Collection Bridgeman di Berlino. Raccolte di collezionisti privati, spesso singoli pezzi custoditi come testimoni silenziosi di pagine del passato.





(foto da internet)



Solo uno scatto all'interno, nella penombra della Basilica di San Marco a Venezia (1912), perché la vera protagonista dell’esposizione è l’Italia, i suoi luoghi e paesaggi, i monumenti, le persone in tante situazioni: dal lavoro nei campi al mercato, dalla vendita di oggetti al cibo, dal lavaggio dei panni alla raccolta dell’acqua. Uomini e donne, animali e strumenti di lavoro, mezzi di trasporto per terra e per mare, scorci di vita quotidiana o capolavori del patrimonio diffuso. Un Paese in costruzione, sfiorato dai primi segni del colore, che appare nelle sue diversità: le bellezze dei centri urbani, le cattedrali, i monumenti greci e romani, le montagne, i vulcani, i mari o ancora i salotti delle città, le piazze luogo d’incontro e di socialità.



(foto da internet)




Un mondo lontano, un itinerario prezioso durante il quale l’evoluzione e la sperimentazione delle nuove tecniche della fotografia a colori s’incontrano e si sovrappongono ai tumultuosi turbamenti di una giovane nazione. I volti e l’abbigliamento nei passaggi generazionali raccontano l’avvicinarsi alla modernità, fino alle espressioni degli italo-americani di New York o di increduli prigionieri italiani dopo la battaglia dell’Isonzo del 1915. Non sempre si riesce a risalire alla data esatta, ci si muove sul filo delle conoscenze e delle implicazioni della tecnica.


(foto da internet)




Il percorso della fotografia a colori attraversa i primi decenni della storia unitaria; una storia nella storia che si sovrappone agli eventi. La costruzione della nazione avviene a cavallo tra i due secoli, nel vivo di trasformazioni prodotte dalla società di massa. La sperimentazione delle nuove frontiere del colore è un tentativo di lasciare segmenti e tracce di un mosaico non definito. A distanza di oltre un secolo le immagini sono un inedito punto di vista sul passato, un viaggio inatteso, come se una macchina del tempo potesse condurci nelle atmosfere e nei contesti di allora.