venerdì 23 febbraio 2018

Pierino del dottore




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"Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: -Non si dice lalla, si dice aradio-. Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola."  
Lettere a una professoressa, da cui abbiamo tratto il brano sopraccitato, è un libro scritto dagli allievi della scuola di Barbiana, insieme a don Lorenzo Milani, in cui si mescolano principi pedagogici e forti accuse nei confronti della scuola tradizionale,  esemplificando le differenze sociali tra gli studenti con il personaggio di Pierino del dottore (e cioè Pierino, il figlio del dottore, che sa già leggere quando arriva alle elementari).




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Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, nel seno di una famiglia colta e agnostica. Venne battezzato quando si profilò il rischio delle leggi razziali, dato che la madre era di origine ebraica. Il giovane Lorenzo ottenne a Milano la maturità classica e si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, ma, nel 1943 decise di entrare in seminario.  Nel luglio del '47 diventò sacerdote. Passò qualche mese a Montespertoli (Firenze), ed ottenne la sua  prima destinazione a San Donato a Calenzano (Firenze), un comune operaio in provincia di Firenze, con una forte presenza del Partito Comunista Italiano
In contatto con la povertà e lo sfruttamento, la miseria materiale e intellettuale in cui versava il suo popolo maturò una profonda coscienza sociale. Lì ebbe inizio la sua esperienza didattica: la scuola che fondò si propose di dare ai suoi studenti gli strumenti necessari per poter leggere almeno un contratto di lavoro e per difendersi dallo sfruttamento. 




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In quegli anni prese le sue prime posizioni pubbliche come la lettera aperta “Franco, perdonaci tutti, comunisti, industriali, preti”, scritta a un giovane disoccupato, in cui mise in evidenza le contraddizioni della Chiesa.

Inviso alle gerarchie ecclesiastiche, nel 1954 gli fu assegnata un'altra parrocchia a Sant’Andrea di Barbiana (una frazione di Vicchio), una pieve isolata nel Mugello. Incominciò così un'esperienza educativa unica, rivolta ai giovani di quella comunità che, per ragioni geografiche ed economiche, erano fortemente svantaggiati rispetto ai coetanei di città. Don Milani trovò a Barbiana pastori e contadini, schiavi della mezzadria, i cui figli erano predestinati alla vita dei padri,  espulsi sin da piccoli dalla scuola, scartati e annullati come persone.




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La scuola di Barbiana iniziò come doposcuola per diventare successivamente avviamento professionale e, nel 1963, corso di recupero per la media unificata, anche grazie al prezioso aiuto di Adele Corradi, un'insegnante che chiese il trasferimento in una scuola pubblica della zona, per dare una mano a don Milani.
Nel 1958, don Milani pubblicò Esperienze pastorali un trattato di scienze pastorali, incentrato su una profonda riflessione sociologica sulle condizioni delle comunità a lui affidate e sul ruolo del parroco in contesti di povertà materiale e intellettuale. Il libro fu osteggiato dalla Curia fiorentina e venne ritirato, pochi mesi dopo, dal Sant’Uffizio.
La bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame d’ammissione alle scuole magistrali, innescò Lettera a una professoressa, il suo testo più noto, una spietata e lucida disamina della scuola pubblica di quegli anni, incapace di colmare le differenze sociali esistenti tra gli studenti.




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Il testo fu scritto con l’innovativo metodo della scrittura collettiva insieme ai ragazzi e andò alle stampe nell’aprile del 1967. Don Milani, gravemente malato, morì due mesi dopo l'uscita del testo.  
Orbene, a volte, in Italia, si ha l'impressione di essere tornati al passato. Fra i tanti problemi che affliggono la nostra scuola, c'è anche quello del marketing dei cosiddetti presidi-manager. In questi ultimi mesi, alcuni di essi hanno rispolverato un blasone stantio e fortemente classista.

Il Giuseppe Parini, liceo storico milanese, si presenta sul sito ministeriale ricordando che: “Gli studenti del classico, per tradizione, hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito” (sic).
E ancora il liceo romano Santa Giuliana Falconieri scrive: “Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana (...) Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri e custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”.



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Un altro liceo romano, il Quirino Visconti, si pubblicizza in questo modo: “Tranne un paio, gli studenti sono italiani e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce l’apprendimento”.
E il liceo genovese Andrea D’Oria lancia un'altra perla: “L’assenza di gruppi particolari (ad esempio nomadi o provenienti da zone svantaggiate) dà un background favorevole”.
In soldoni: carissimi studenti (italiani) benestanti di razza bianca, sani e felici, venite al nostro liceo perché qui non ci sono immigrati, poveri (e/o figli di custodi) e disabili.
Insomma, per dirla con i ragazzi di Barbiana:  scuola peggiore ai poveri sin da piccini.
Don Milani è ancora profeticamente attuale.











mercoledì 21 febbraio 2018

La Smart compie vent'anni

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Spegne 20 candeline l'auto che ha rivoluzionato il modo di parcheggiare, ma anche di spostarsi in città. Dal 1998 a oggi, sono tanti gli eventi curiosi che ne hanno caratterizzato la storia...

Johann Tomforde, ingegnere della Mercedes-Benz, nel 1972, ebbe l'idea di produrre un'auto a due posti. Il progetto riprese qualche anno più tardi, grazie alla collaborazione con la Swatch (storica azienda produttrice di orologi) e la Mercedes.

Mr. Nicolas Hayek, il miliardario fondatore della fantasiosa Swatch aveva le idee chiare. Anzi chiarissime: “La vera city car – dichiarò - deve avere assolutamente il motore elettrico. Senza il quale la Swatch car non vedrà mai la luce. E poi dovrebbe essere condivisa".
Erano gli inizi degli anni novanta, la tecnologia delle auto a batteria (per non parlare del car sharing) non era ancora così avanzata da rendere possibile la realizzazione di un progetto così ambizioso, ma il geniale fondatore della casa di orologi di plastica non mollava. Cercò in tutti i modi di realizzare il suo progetto, arrivando a bussare alla porta di sua maestà Mercedes.


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Ma non ci fu nulla da fare. La vetturetta poteva prendere il mare solo se a benzina. E proprio su questo “piccolo” problema tecnico ci fu lo storico divorzio fra la Swatch e la MCC. Mr. Nicolas Hayek, gettò la spugna e grazie alla possente mano tecnologica Mercedes la Smart venne alla luce solo con normali motori a benzina.

Il marchio Smart è l'acronimo di Swatch-Mercedes-Art. L'obiettivo era quello di iruscire a produrre un'auto in grado di amssimizzare la convenienza, il comfort e la sicurezza di conducente e passeggero, minimizzando l'impatto sull'ambiente. 

Ma nella lunga storia della Smart Fortwo un altra tappa importantissima fu l'arrivo del micro diesel. Chissà infatti se quando nacque il progetto Swatch car l’esistenza di un motore super tecnologico come quello della prima diesel avrebbe potuto convincere Mr. Hayek a firmare con la sua casa di orologeria la vetturetta.

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(foto da internet)

Insomma non era certo un’auto elettrica ma ci si avvicinava parecchio…
Oggi che la Smart compie 20 anni però il sogno del papà della Swatch si è realizzato: la macchina è elettrica e condivisa. Ulteriore testimonianza del genio visionario Hayek.

Nel 1996 furono prodotti i primi prototipi ufficiali e due anni dopo ci fu il vero e proprio lancio della biposto. 
Nel 2004 poi la presentazione del nuovo modello: da due a quattro posti. 

Nell'ultima serie, si sa, il motore a gasolio è sparito: sarebbe costato troppo renderlo Euro6, e poi la rivoluzione elettrica era già decisa: dal 2020 tutte le Smart saranno solo a batteria.






Insomma sulla storia della Smart si potrebbe girare un film. C'è stato il modello della polizia, il furgone e mille aneddoti che rendono divertentissimo parlare della macchinina che ha fatto la felicità di tanti disperati del parcheggio. Ascoltate la canzone del trio Medusa Un uomo in smart "guida come 'n assassino pe le vie der tiburtino, pe raggiunge su cugino pe piasse n cappuccino...")






Particolare anche la storia - che pochi conoscono - della Fortwo negli Usa. Una delle cose che diede più problemi all'allora DaimlerChrysler. E già perché i tanti importatori paralleli avevano a quel tempo letteralmente invaso gli Usa già dal 2004 con modelli comprati in Europa e poi modificati per venire in contro alla normativa americana.



C'era stato anche chi aveva fatto le cose in grande: la Zap, un'azienda californiana nel 2006 mise in piedi addirittura una catena di concessionarie, essendo riuscita a mettere le mani su un lotto abbastanza consistente di Smart.  

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La Zap fece addirittura causa alla DaimlerChrysler, rea di aver ostacolato in tutti i modi l'importazione della Smart, e con la tipica caparbietà degli imprenditori americani riuscì a piazzare qualcosa come 6000 Fortwo nel 2006 e 15.000 nel 2007. Le Smart importate dalla Zap costavano però uno sproposito: il listino andava da 24 mila dollari in su, ma con qualche accessorio era facile sforare il muro dei 30 mila. Più di una Corvette...

Poi nel 2007, dopo aver incassato il colpo, la Mercedes si vendicò. E per il debutto ufficiale della Smart puntò su un listino stracciato di 11.590 dollari... Ovviamente si trattava del nuovo modello, più lungo di 19 cm rispetto al vecchio, e molto più sicuro, in modo tale da poter superare senza problemi la severa normativa Usa...



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Il resto, è storia dei giorni, con l'Italia che è il primo mercato al mondo per le Smart e Roma la città che ne compra di più... Buon compleanno Smart, gli italiani (e i romani) ringraziano.

lunedì 19 febbraio 2018

Scherzi da prete



(foto da internet)


Uno scherzo da prete è un modo di dire che significa scherzo di pessimo gusto, brutto tiro, tiro birbone o mancinoL'invecchiamento e il pensionamento della popolazione attiva ci hanno davvero giocato un brutto tiro: in Italia, infatti, mancano i preti e chiudono le chiese. E fin qui la cosa, per molti, potrebbe ancora andare. Ma un problema ben più grave è in agguato: invecchiano anche i nostri medici. Da qui a dieci anni si aprirà uno scenario assai inquietante per la salute degli italiani: nel 2028 smetteranno di lavorare circa 45mila medici, di cui 30mila ospedalieri e quasi 15mila medici di famiglia. In totale, oltre 80mila dottori se ne andranno e, stando ai calcoli ufficiali, circa 14 milioni di italiani resteranno senza medico di base!





(foto da internet)


A lanciare l'allarme è stata la Federazione medici di medicina generale e il Sindacato dei medici dirigenti. L’anno nero in cui ci sarà il picco delle uscite per pensionamento, sarà, per i medici di famiglia, il 2022. Per i medici ospedalieri, invece, le uscite maggiori si verificheranno in Sicilia, Lombardia, Campania e Lazio.  Nei nostri ospedali mancheranno soprattutto pediatri, chirurghi, ginecologi e cardiologi.
Assente completamente il ricambio generazionale: nei prossimi dieci anni ci saranno circa 10mila medici curanti, contro i 33 mila che andranno in pensione. Lo stesso discorso vale anche per i medici ospedalieri, dove è previsto un pensionamento per 45-47mila unità. 
La colpa è in parte delle scuole di specializzazione che non garantiscono un numero sufficiente di specialisti per il futuro, e in parte delle Regioni che dovrebbero provvedere-mediante bandi di concorso ben mirati- a rimediare a tale situazione. Purtroppo, il tempo non è dalla parte dei cittadini, dato che, paradossalmente,  quando si riapriranno i concorsi, mancheranno i medici da assumere, giacché in molti saranno ormai al lavoro all’estero: su 9mila laureati solo poco più della metà ottiene le borse per le scuole di specializzazione e la diaspora è, attualmente, di circa 2mila partenze all’anno.


(foto da internet)


Risultato? Nei prossimi otto anni, 14 milioni di italiani non avranno più il medico di famiglia.
Se, in futuro, invece del medico avrete bisogno del curato, le cose non andranno meglio: in alcuni paesi le chiese vengono aperte solo per funerali o per occasioni particolari. La crisi delle vocazioni sta colpendo specialmente i borghi di montagna e le zone interne dell’Italia.
Lo spopolamento di queste zone è causato da vari fattori: l’abbandono delle attività tradizionali per via dell’insufficienza del reddito percepito, la denatalità e  la mancanza di servizi.
Tutto ciò concorre a spingere gli abitanti di queste aree a cercare maggiori guadagni, prospettive di vita più allettanti, stili di vita diversi e un miglioramento della posizione sociale, concretizzando queste aspettative altrove. Risultato: 
non ci sono più fedeli, e il loro numero sembra ormai l'unica condizione determinante nella scelta per poter mettere a disposizione della comunità un parroco. 





(foto da laici)

E allora, da laici, ci siamo ricordati dei versi struggenti di Pier Paolo Pasolini, il quale, in due bellissimi testi, scrisse:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,  

dove sono vissuti i fratelli.  

(Da Poesia in forma di rosa)

E ancora: 

Difìnt i palès di moràr o aunàr,
in nomp dai Dius, grecs o sinèis.
Moùr di amòur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.

Difendi i paletti di gelso, di ontano,
in nome degli Dei, greci o cinesi.
Muori d’amore per le vigne.
Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.

Il ciaf dai to cunpàins, tosàt.
Difìnt i ciamps tra il paìs
e la campagna, cu li so panolis,
li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat

Per il capo tosato dei tuoi compagni.
Difendi i campi tra il paese
e la campagna, con le loro pannocchie
abbandonate. Difendi il prato

tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja.
I ciasàj a somèjn a Glìsiis:
giolt di chista idea, tènla tal còur.
La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,

tra l’ultima casa del paese e la roggia.
I casali assomigliano a Chiese:
godi di questa idea, tienla nel cuore.
La confidenza col sole e con la pioggia,

ti lu sas, a è sapiensa santa.
Difìnt, conserva prea. 

lo sai, è sapienza sacra.
Difendi, conserva, prega! 

(Da Saluto e augurio)

Amen.





























venerdì 16 febbraio 2018

Il Carnevale di Ivrea



(foto da internet)

Anche il Carnevale se n'è andato e ci siamo ricordati, al di là degli sfarzi di quello di Venezia, dei carri allegorici di quello di Viareggio, di una celebrazione assai peculiare in Italia che, secondo il quotidiano The Guardian è una delle migliori mete per assaporare un Carnevale veramente alternativo: il Carnevale di Ivrea"Ivrea la bella che le rosse torri
specchia ... ", scrisse il Carducci della cittadina che  si trova in provincia di Torino.


Se in Spagna c'è la Tomatina -col lancio dei pomodori-, in Italia la più grande battaglia con il cibo si svolge proprio qui, ma a suon di arance. La festa si snoda, infatti, attorno a una sfida tra varie squadre e il lancio dell'agrume si effettua a piedi e dai carri trainati da cavalli. 



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La battaglia delle arance -che si tiene nel periodo di carnevale- è una tradizione che affonda le radici nel  cosiddetto tuchinaggio (le rivolte contadine contro i nobili che portarono ad alcune forme di protocomunismo) e nella ribellione contro il feudatario di Ivrea che venne cacciato dalla ribellione popolare (rappresentata, durante la festa, dalla figlia del mugnaio che lo avrebbe giustiziato) e che permise alla città di essere un comune libero.  Alla tradizione napoleonica si devono invece la sistematizzazione della celebrazione attuale e l'introduzione della figura del Generale che sovrintende l'evento e del berretto frigio come simbolo di libertà.
Quello di Ivrea è il più antico Carnevale Storico d’Italia ed è un evento unico in cui storia e leggenda si intrecciano per dar vita a una grande festa civica popolare dal forte valore simbolico.




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La spettacolare Battaglia delle arance si svolge per tre giorni nelle principali piazze cittadine. Il carnevale eporediese si caratterizza per un complesso cerimoniale che attinge a diverse epoche storiche fino a culminare nel Corteo Storico. Vera protagonista della festa è la Vezzosa Mugnaia, simbolo di libertà ed eroina della festa sin dalla sua apparizione nel 1858. Ad accompagnarla c'è il Generale, di origine napoleonica, che guida lo Stato Maggiore, e poi il Sostituto Gran Cancelliere, cerimoniere e rigido custode della tradizione, gli Abbà, bambini che rappresentano i cinque rioni del borgo e il Podestà, rappresentante del potere cittadino. A scandire il Corteo, le note della banda di Pifferi e Tamburi.



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Lo spirito dello Storico Carnevale d’Ivrea si incentra nella rievocazione della sollevazione del popolo contro il Marchese di Monferrato che affamava la città. Nella leggenda fu il gesto eroico di Violetta, la figlia di un mugnaio, a liberare il popolo dalla tirannia. Ribellatasi allo ius primae noctis imposto dal barone, Violetta lo uccise con la sua stessa spada e la celebre battaglia delle arance rievoca questa rivolta. In segno di partecipazione alla festa tutti i cittadini e i visitatori, a partire dal giovedì grasso, su ordinanza del Generale, scendono in strada indossando il classico berretto frigio, un cappello rosso a forma di calza che rappresenta l’adesione ideale alla rivolta e quindi l’aspirazione alla libertà, come fu per i protagonisti della Rivoluzione Francese.





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La Battaglia delle arance, l’elemento più spettacolare della festa, rappresenta la rivolta del popolo (aranceri a piedi) contro le armate del tiranno (aranceri sui carri), si svolge per tre pomeriggi (da domenica a martedì grasso) e le squadre a piedi, senza alcuna protezione, combattono contro gli aranceri sui carri, protetti da caschi di cuoio.
Alla battaglia prendono parte nove squadre: Asso di Picche, la Morte, gli Scacchi, gli Scorpioni d’Arduino, i Tuchini del Borghetto, la Pantera Nera, i Diavoli, i Mercenari e i Credendari, che tirano da posti fissi.
I carri, invece, sono divisi in pariglie (2 cavalli) e quadriglie (4 cavalli) che si alternano all’interno delle piazze per pochi minuti.





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Degno di nota è anche il Corteo Storico del Carnevale di Ivrea, popolato da svariati personaggi di epoche differenti: la Vezzosa Mugnaia (Violetta) con la sua Scorta d’Onore, il Toniotto (suo marito), il Generale e lo Stato Maggiore, il Sostituto Gran Cancelliere, il Podestà garante della libertà cittadina, gli Alfieri con le bandiere dei cinque rioni rappresentati dagli Abbà, la banda di Pifferi e Tamburi. Durante le due domeniche che precedono il Carnevale il protagonismo è tutto dei piccoli Abbà, e cioè i bambini-rappresentanti che vengono presentati dai balconi dei rispettivi rioni. Il giovedì grasso è il giorno del passaggio dei poteri dal Sindaco al Generale, e il clou dei preparativi è sabato sera quando, dal balcone del Municipio, viene finalmente svelato il nome della Vezzosa Mugnaia, l'eroina del Carnevale.


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La domenica mattina è il Podestà il protagonista di una delle cerimonie più simboliche, la Preda in Dora: e cioè il lancio di una pietra nel fiume che simboleggia la distruzione della sede del tiranno. 
Durante i giorni di festa si svolgono le tradizionali Fagiolate nei rioni della città. Le Fagiolate risalgono al Medioevo, quando i fagioli erano distribuiti ai poveri dalle Confraternite eporediesi. Ad Ivrea si servono i cosiddetti faseuj grass: fagioli cotti per più di sei ore all’interno di pentoloni di rame con cotenne, cotechini, ossa di maiale, lardo e cipolle. 
La festa si chiude con la Polenta e Merluzzo, il mercoledì delle Ceneri. In piazza Lamarmora si può gustare questo piatto della tradizione eporediese.
La celebrazione finisce definitivamente con il saluto tradizionale in dialetto canavesano Arvëdse a giòbia a 'n bòt (Arrivederci all'una di giovedì), formula con la quale ci si dà appuntamento al carnevale dell'anno seguente.

mercoledì 14 febbraio 2018

Perché Sanremo è Sanremo

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In questi giorni di Carnevale, non possiamo non dedicare un post all'edizione del Festival di Sanremo appena conclusa. 

I vincitori  della 68esima edizione del Festival sono Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente
Al secondo posto Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza, terza Annalisa con Il mondo prima di te

Ecco il podio con, al primo posto, i protagonisti dell'unico "caso" di questa edizione che ha tenuto banco per i primi giorni del festival, in quanto accusati di plagio. "Nessun senso di rivalsa, solo tanta felicità" dicono i vincitori. "Non abbiamo mai pensato ai pronostici, se ci avessimo pensato saremmo entrati in ansia da prestazione", dice Meta.

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Però, a parte la gara canora, vogliamo condividere con voi l'esibizione del direttore artistico Claudio Baglioni con la cantante Fiorella Mannoia in "Mio fratello che guardi il mondo", canzone di Ivano Fossati contro la guerra, a seguito del monologo del conduttore del Festival, l'attore Pier Francesso Favino tratto dal monologo di "La notte prima delle foreste" di Bernard-Marie Koltès.

Dunque , tra tanta musica e lusso e polemiche, un momento intenso sul tema dell'immigrazione, della sofferenza, di chi è costretto a spostarsi per sperare in un futuro e cercare un posto nel mondo.



lunedì 12 febbraio 2018

Apuleio e il Tapulòn: qui casca l'asino...





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L'asino (Equus asinus), chiamato anche somaro o ciuco, è una specie di mammifero perissodattilo del genere degli equini, sottogenere AsinusNe esistono numerose razze diffuse in tutto il mondo. È utilizzato dall'uomo principalmente come animale da lavoro e come mezzo di trasporto per cibo e merci, in particolare per carichi pesanti o traini. L'asino è considerato anche un simbolo di ottusità e ignoranza: è infatti famigerato per la sua ostinazione e testardaggine, e l'appellativo di somaro viene dato allo studente svogliato o poco intelligente. L'asino è più piccolo e mansueto del cavallo ed ha le orecchie più lunghe. Il suo manto è generalmente di colore grigio salvo il ventre; il muso e il contorno degli occhi sono bianchi. Un asino maschio può incrociarsi con una giumenta per generare un mulo e un cavallo maschio può incrociarsi con un'asina per generare un bardotto







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L'asino ebbe un ruolo importante nella cultura classica: basti pensare all'asino in cui si trasforma il protagonista de le Metamorfosi dell'africano Apuleio di Madaura, un romanzo che ebbe straordinaria fortuna di lettori e di critica.
Il testo racconta in prima persona le avventure di Lucio, un giovane inquieto, che in un suo viaggio in Tessaglia, terra di maghi e di streghe, è, dopo varie avventure, ospite di Milone, la cui moglie è potente maga Panfila. Per inseguire la maga, trasformatasi in gufo, Lucio supplica la schiava Fotide di consentirgli la stessa metamorfosi della strega cospargendogli il corpo con un unguento magico che Panfila aveva rivelato alla ragazza.
Ma Fotide sbaglia vasetto e il giovane è trasformato in asino!
Lucio potrà riacquistare le sembianze umane solo mangiando delle rose, pianta sacra a Iside. Da questo momento in poi tutto andrà storto e Lucio, ormai asino, solo nell'XI libro, potrà riprendere le sembianze umane grazie all'intervento salvifico della dea Iside.







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Il consumo di carne d’asino era presente anche ad Atene, dove esistevano mercati dedicati alla vendita di questo prodotto. Erodoto descrisse la presenza di asini preparati al forno nei banchetti dei cittadini più abbienti. Il latte d’asina ebbe anche un ruolo molto importante: era, infatti, consigliato come purgante, ed era, secondo Plinio, un rimedio antirughe. Giovenale riporta che Poppea, moglie dell’imperatore Nerone, faceva il bagno nel latte d’asina...
In italiano ci sono numerosi modi di dire con il termine asinoessere, parere un a., essere un a. calzato e vestito, dicesi di persona rozza e ignorante; come apostrofe o titolo ingiurioso: asino!, pezzo d’a.!; duro, cocciuto come un a.; dicesi di persona testarda; a. bardato, a. risalito, dicesi di chi da povero è diventato ricco e potente, senza reali meriti e conservando sempre evidenti tracce della sua origine; bellezza dell’a., bellezza esclusivamente fisica esteriore; fare l’a.,  comportarsi in modo grossolano, o anche fare il cascamorto; qui casca l’a., qui è l’ostacolo, la difficoltà; credere, far credere che un a. voli, credere, far credere cose impossibili; lavare la testa all’a., fare cosa inutile; e ancora il proverbio meglio un a. vivo che un dottore morto (che è un'esortazione a non ammazzarsi con lo studio eccessivo).





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L'Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui si consuma tuttora la carne dell'asino. In particolare essa serve da base per la preparazione di salami e di vari piatti tradizionali quali, ad esempio, il Tapulòn (o Tapulone) di cui vi parleremo in questo post. 
Anche se l'idea può far storcere il naso a qualcuno, in Piemonte, nella provincia di Novara, c'è  un piatto che la tradizione popolare ricollega alla leggendaria vicenda di 13 pellegrini che tornavano dall'isola di San Giulio sul Lago d'Orta, dove si erano recati a venerare le spoglie del Santo Protettore dell'Alto Novarese; giunti là dove ora sorge il paese di Borgomanero, ebbero una gran fame e decisero di sacrificare l'asino che conduceva il loro carretto. Per attenuarne la durezza, la carne fu tagliuzzata finemente con un coltello e cotta a lungo nel vino.




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Nacque così il Tapulòn, uno spezzatino finemente sminuzzato, tradizionalmente a base di carne di asino, tipico dell’alto Novarese e della Valsesiache, accompagnato a polenta e patate, era, un tempo, il pranzo dei contadini impegnati nella vendemmia. 
Per prepararlo occorrono i seguenti ingredienti (per 4 persone):
1 kg di polpa d'asino macinata grossa
una testa d'aglio
un cucchiaio d'olio
sale, pepe, chiodi di garofano e qualche foglia di lauro 
vino rosso (si consiglia il Nebbiolo)
preparazione:
si schiaccia la testa d'aglio in una casseruola con l'olio a fuoco vivo, fino a farla friggere. Vi si aggiunge la carne con il sale, il pepe, il lauro ed i chiodi di garofano proseguendo la cottura a fuoco vivo per qualche minuto. Si bagna con il Nebbiolo, abbassando la fiamma, e, dopo circa un’ora di cottura, il Tapulòn sarà pronto. Il piatto si accompagna con polenta gialla o patate al forno ed un buon vino rosso.
Fuori dal Piemonte, il consumo di carne d'asino è assai limitato: nel Ragusano, Chiaramonte Gulfi, ha sede, ad esempio, il salumificio Il Chiaramontano di Massimiliano Castro che produce salumi con l’asino ragusano.



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Secondo il titolare del salumificio la carne d'asino è delicata, leggera, sana e digeribile, ricca di sali quali il potassio, il fosforo, il calcio e il magnesio e soprattutto è molto magra, con una componente lipidica fondamentalmente composta di grassi insaturi, che contribuiscono a mantenere bassi i livelli di colesterolo. Castro ha iniziato a vendere anche degli hamburger d’asino (detti Shek Burger) con una produzione di circa 800mila hamburger l’anno. 

Nel Padovano e nel Vicentino si mantiene la tradizione del salame d'asino. Nel Veronese si trova anche la pastissada, una specie di spezzatino fatto con la carne d’asino, macerata nel vino Amarone.
Numerose sono anche le sagre dedicate all’asino: dalla festa dell’Uva di Borgomanero, alla Sagra da l’Asan di Coldrerio, nel Canton Ticino

p.s. anni fa, i bambini delle elementari che erano alle prese con le tabelline, cercavano di memorizzare la sequenza dei risultati con delle filastrocche, giocando con i numeri e la rima:
6x6=36... che bell'asino che sei
6x8=48... asino cotto/l'asino col cappotto 


















venerdì 9 febbraio 2018

Osho (de Roma)




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Osho fu un mistico e maestro spirituale indiano che ebbe un grande seguito internazionale. Professore di filosofia, abbandonò ben presto la docenza per girare il mondo come maestro spirituale. Le sue posizioni suscitarono scalpore e reazioni controverse. Affermò di aver vissuto, da giovane, l'esperienza mistica dell'illuminazione. Negli anni settanta creò un ashram, a Pune, che arrivò a ricevere 30.000 visitatori l'anno.

Nel 1981 si trasferì nell'Oregon dove fondò una comune. Nel 1986 fu duramente osteggiato dal governo statunitense, e decise quindi di tornare in India dove le sue condizioni di salute subirono un drastico peggioramento, da lui attribuito a un avvelenamento subito nelle carceri americane. Morì a Pune a 58 anni.


(foto da internet)

I discorsi di Osho sono stati trascritti e raccolti in circa 650 libri, di cui oltre 200 tradotti in italiano. I suoi insegnamenti si basano sul  risveglio spirituale dell'individuo sull'importanza della libertà, dell'amore, della meditazione, dell'umorismo e sulla gioiosa celebrazione dell'esistenza.
Osho manifestò sempre una forte avversione per le religioni organizzate e il mondo politico. Le sue idee ebbero un notevole impatto sulla controcultura ereditata dagli anni '60. 
Orbene, il santone indiano dalla faccia simpatica, più un enorme archivio fotografico, più delle espressioni in romanesco, hanno dato vita a Le più belle frasi di Osh, una pagina di Facebook che ha totalizzato quasi 680.000 follower -110.000 anche su Twitter- diventando una delle pagine satiriche più seguite. 


(foto da internet)

Il merito di tutto ciò spetta a Federico Palmaroli, un impiegato romano con uno spiccato gusto della battuta. Le massime ritoccate del santone nacquero per caso per ironizzare sulla tendenza dei social network alla saggezza spiccia. Le perle di saggezza di Palmaroli, tutte in rigoroso romanesco, hanno diverse origini: alcune sono frutto dei ricordi legati alla sua infanzia e altre nascono in maniera spontanea,  ascoltate di solito nei tragitti in autobus nella capitale.
La felice idea di Palmaroli ha anche avuto delle repliche in altri dialetti italiani, anche se l'efficacia del romanesco, uno slang comprensibile a tutti, è davvero ineguagliabile. 



(foto da internet)


Dalla rete, Palamaroli è passato al mondo editoriale: ha già pubblicato tre libri, presso MagicPress, il primo dei quali, con la prefazione del comico Neri Marcorè, s'intitola #LepiùbellefrasidiOsho – Ma fa ‘n po’ come cazzo te pareun libro che si legge in modo davvero peculiare: ogni pagina di destra, infatti, contiene una frase vera di Osho
Marcorè, nella sua prefazione-guida, consiglia di leggerla attentamente e di attraversarla in profondità. Il comico segnala in calce, con una freccia, quando è arrivato il momento in cui bisogna passare dalla pagina di destra a quella di sinistra in cui i lettori troveranno le invenzioni di Palmaroli, in una sorta di connubio tra l’anima spirituale del santone indiano e quella scanzonata dell'impiegato romano.
Ecco a voi una raccolta delle frasi più celebri di Osho  romano de Roma (vedi>>).