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mercoledì 26 febbraio 2020

La Fiorentina, un rito sempiterno



(foto da internet)

Sebbene sia uno dei piatti tipici della tradizione fiorentina, l'etimologia ha origini anglosassone. Nella Firenze medioevale si lavorava praticamente sempre e si mangiava sopratutto frattaglie, come lampredotto, minestroni di verdure e altri alimenti poveri. In questo contesto, esistevano anche molte feste legate a santi e tradizione, che non solo permettevano di saltare il lavoro, ma anche di mangiare qualcosa di diverso. A Pasqua si andava a messa e si mangiavano cenci e frittelle, mentre per San Lorenzo, il santo finito sulla graticola, per ironia della sorte era usanza arrostire dei quarti di bue, tagliarli a fette, per poi distribuirli al popolo. Secondo la tradizione, nel XV secolo, durante i festeggiamenti della notte delle stelle, proprio davanti alla basilica di San Lorenzo venivano elargite queste porzioni di gran pezzo (l’antenato della bistecca alla fiorentina). E un gruppo di mercanti anglosassoni, che si trovava sul luogo, iniziò a richiedere insistemente e a gran voce: “Beef steak, please. Beef steak!” (una fetta di manzo, per favore).Fu così che la pronuncia “bif steik” venne tradotta onomatopeicamente dai fiorentini, dando così origine alla parola bistecca. Che divenne così il sostantivo da sempre usato in italiano per indicare il taglio di carne più fiorentino al mondo. E che vi riportiamo nella ricetta “tradizionale”.

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(foto da internet)

Una volta era solo di Chianina, ma oggi anche il mito della bistecca alla fiorentina si è evoluto. E ha guardato oltre. Alla Maremma, all’Emilia o al Piemonte, rimanendo in Italia. Ma anche alla Scozia o alla Polonia. E, in certi casi, anche più in là. È il taglio, più che la razza, a fare la differenza. E poi è anche una questione di gusto. In ogni caso è l’unico dogma caduto intorno alla “fiorentina”, perché per il resto la tradizione non si tocca. Frollatura lunga, con l’osso (c’è chi la preferisce tagliata nel filetto e chi solo la lombata), altezza tre dita, ma qualcuno esagera e arriva a quattro, cottura al sangue sulla brace (c’è pure chi usa la piastra), possibilmente con un carbone dolce e non resinoso. Insomma, più che un piatto la “fiorentina” è una passione, una leggenda, un rito.

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(foto da internet)

Da consumare in compagnia (una buona bistecca pesa intorno a 1,3-1,6 chili, il costo medio è di 50 euro al chilo), magari con un bel bicchiere di Chianti. E sulla quale i fiorentini non accettano discussioni (come pure sulla Fiorentina, quella con la “f” maiuscola). Tantomeno imitazioni. E che adesso ha pure iniziato il percorso per diventare patrimonio immateriale dell’Unesco. Insomma, la bistecca sta a Firenze più o meno come gli Uffizi e Ponte Vecchio. È l’identità di una città che a tavola ritrova il suo orgoglio e le sue passioni. E che intorno alla bistecca ha costruito storie e leggende. E anche gran parte del suo turismo, in un legame indissolubile tra arte e gastronomia. Un’ultima raccomandazione: il coltello non deve mai essere seghettato, ma con la lama liscia per non rovinare la carne mentre si taglia.

mercoledì 19 febbraio 2020

Cappuccino vegetale

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(foto da internet)

La moda del cappuccino, al bar o a casa, senza il suo ingrediente principe, il latte, prende sempre più piede. A guidarla i molti 'intolleranti' convinti che la bevanda tradizionale sia meno digeribile, più pesante e meno salutare delle alternative vegetali. 

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(foto da internet)


Quello delle bevande alternative al latte è un mercato fiorente, che risponde alla domanda di novità, salutismo, regimi dietetici vegani o semplicemente va incontro alle intolleranze al lattosio. In Italia le bevande vegetali piacciono a 12 milioni di persone, per lo più, secondo dati Nielsen, un pubblico di età compresa tra i 25 e i 54 anni, più femminile che maschile (58 per cento donne). Il mercato è cresciuto costantemente a livello globale negli ultimi anni e l’Osservatorio VeganOk stima che entro il 2024, il valore dei “plant milk” arriverà a un giro d’affari mondiale di 34,4 miliardi di euro.
Ecco una rassegna dei latti più venduti o dei più particolari, che gli appassionati di fai-da-te producono a casa.


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(foto da internet)

Il latte di farro, ottenuto dai chicchi dell’antico cereale, ha consistenza densa e cremosa, sapore delicato e, sia caldo che freddo, si può gustare a colazione o a merenda. Come ogni altro latte vegetale, può essere bevuto insieme al caffè, con il cacao o accompagnato dai cereali. In cucina può essere usato sia nelle ricette dolci che salate per preparare creme e besciamella. In generale, il latte vegetale di farro può sostituire nelle preparazioni le altre bevande vegetali nelle medesime quantità.

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(foto da internet)

Il latte di anacardi è, come la frutta secca da cui si ricava, ricco di acidi grassi omega-3, omega-6, sali minerali (potassio, fosforo, magnesio, calcio, ferro, rame), vitamine (B9 o acido folico, E, PP o niacina). Contiene anche fibre, lipidi, carboidrati e proteine. Considerato benefico per il cuore e l’apparato circolatorio, grazie agli acidi grassi ai flavonoidi e in particolare all'acido oleico, che aiuta i vasi sanguigni a essere più elastici e resistenti. A livello metabolico gli anacardi sono associati a un’azione di contrasto nei confronti del diabete.

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(foto da internet)

Il latte di canapa si ottiene dalla macinazione dei semi di canapa sativa (varietà ovviamente legale), già utilizzata per produrre farine, pasta, dolci e olio. Molto in voga le mamme vip di Hollywood, che lo scelgono per i loro figli. Ricco di proteine e di vitamine come la A e la E e contiene circa il 30% della razione giornaliera raccomandata di vitamina D, più una buona quantità di calcio. Valida fonte di minerali come il magnesio, il potassio e il ferro, è inoltre ricco dei “lipidi buoni” Omega 3 e Omega 6.

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(foto da internet)

Il latte di cocco, da non confondere con l'acqua di cocco: il primo è la polpa del cocco in forma liquida, la seconda è l'acqua contenuta al suo interno. Di solito si trova in commercio miscelato ad altri latti vegetali (cocco-riso). La metà dei suoi grassi è composta da acido laurico, che nonostante sia un grasso saturo in alcuni studi avrebbe dimostrato di diminuire i livelli di colesterolo LDL (cattivo) in favore del colesterolo HDL (buono), e di avere una forte azione antibatterica e antivirale.

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(foto da internet)

Il latte di avena, secondo alcuni studi, potrebbe aiutare a ridurre i livelli di trigliceridi e di colesterolo “cattivo” nel sangue. Ma soprattutto, poiché l'avena è ricca di fibre, aiuterebbe chi ha problemi di regolarità intestinale, oltre ad attenuare il senso di fame. Il latte di avena è un prodotto ipocalorico e per il suo sapore dolce e delicato, viene usato in particolare per la preparazione di dolci, in sostituzione del latte vaccino.

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(foto da internet)


Il latte di riso si ottiene industrialmente dalla macerazione dei chicchi in acqua, cui vengono aggiunti degli enzimi per il trattamento dei granuli di amido (le amilasi sono enzimi implicati nella scissione degli zuccheri complessi, i polisaccaridi, in zuccheri semplici, più facilmente assorbibili dall’intestino). Quindi si pressa il tutto. Il liquido che se ne ricava è poi sottoposto a filtrazione e, a volte, arricchito di addensanti, come amido di riso o carragenina, e di micronutrienti e oli vegetali, di cui sarebbe altrimenti carente: calcio, ferro, vitamina B12, niacina e vitamina D.

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(foto da internet)


Latte di semi di papavero. Utilizzato come bevanda da sola o aggiunta alle zuppe, il latte di papavero è molto usato in Lituania e nell'est Europa, da dove si sta diffondendo per il suo gusto e le sue proprietà.
Calcio, vitamina E ma soprattutto un effetto calmante e antistress sono i suoi punti di forza.


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(foto da internet)

Latte di nocciola. Come tutti i simil-latte di origine vegetale è privo di lattosio ed è gluten free. Ha inoltre tutte le proprietà del frutto corrispondente. Chi usa latti alternativi però spesso lo trova un po' troppo "nutty". Ha insomma un sapore meno neutro degli altri vegetali. E' quindi amato come bevanda da solo, un po' meno come sostitutivo. A meno che non amiate il cappuccino alla nocciola.

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(foto da internet)

Latte di mandorla. Anche se molto dolce (e aromatico) ha meno calorie del latte di soia ed è fonte di vitamina A, vitamina D, proteine, Omega 6, zinco, calcio, ferro, magnesio e potassio ed ha un alto livello di fibre solubili e insolubili. Tra i latti vegetali è in Italia il più tradizionale e familiare. Ottimo anche freddo, tipico ingrediente di bibite estive.

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(foto da internet)

Latte di soia. Forse non tutti sanno che tra i latti vegetali quello di soia è il più controverso. Ottima fonte di proteine - prezioso quindi per i vegani - ultimamente viene però attaccato sia perché molte coltivazioni sono ogm, sia perché contiene fitoestrogeni, che in grandi quantità interferiscono con il sistema endocrino. Dalla sua parte, tuttavia, la ricchezza in calcio e in vitamine del gruppo B, D, A, E, K. Nonché il sapore, che molti preferiscono ad altre bevande succedanee del latte.

Scegliete pure voi come preferite il latte per il cappuccino! E il caffè???

mercoledì 12 febbraio 2020

Estrosità gastronomica?

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(foto da internet)

È un'idea estrema, di quelle che obbligano a prendere parte: una trovata geniale o blasfemia? Arriva la mozzarella alla Nutella, una combinazione di gusto che sfiora l'impossibile. La realizzano a Martina Franca, nel caseificio Semeraro: "Sarebbe come una burrata - spiega Rosita, la figlia del titolare Francesco - Ma all'interno ci trovi il cuore di Nutella. Se si mangia calda, appena fatta, ha il sapore del latte con il Nesquik. Da fredda, invece, si sente il contrasto fra dolce e salato".

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(foto da internet)


La mozzarella alla Nutella è nata non per gioco. Il caseificio Semeraro è una ditta a conduzione familiare: una vita passata fra latte e formaggi, fino a quando, dopo 35 anni, ha deciso di aprire la propria attività dato che i figli cominciavano a diventare grandi. Ora il caseificio Semeraro ha due sedi a Martina Franca.

E, anche per stimolare la produzione e svincolarsi dalla concorrenza, ha deciso di inventare quel binomio pazzesco fra dolce e salato, appunto la mozzarella alla Nutella. Che sembra chiedere impegno a chi la assaggia, e che allo stesso tempo incontra gli adepti da un lato di uno dei prodotti più importanti della Puglia, dall'altro della crema spalmabile più amata al mondo.

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(foto da internet)


È una sfida all'ortodossia del gusto, ma a quanto pare piace: "Abbiamo avuto in visita degli studenti Erasmus, e l'hanno apprezzata", dice Rosita Semeraro. Ma non è un prodotto che si trova quotidianamente al bancone. "È da vendere in giornata, a causa dei suoi ingredienti deperibili", e allora meglio lavorare su ordinazione, anche perché la mozzarella alla Nutella sembra dia il meglio ai ricevimenti.
Francesco Semeraro è uno che non si arrende mai, e che accoglie di buon grado le novità: è comparso anche nel videoclip di 'Mambo salentino', la canzone dei Boomdabash con Alessandro Amoroso. Ovviamente impegnato nel suo lavoro, intento a trasformare il latte in pasta filata.


mercoledì 22 gennaio 2020

Una cucina sociale

(foto da www.lastampa.it)
«Ho raccontato a papa Francesco della tazza di latte e pane che mia madre raccomandava di non zuccherare troppo». E anche «delle anziane cuoche che nei nostri laboratori insegnano ai ragazzi autistici a fare i tortellini e le tagliatelle». Non solo: «Abbiamo parlato dei refettori per i poveri in Messico e ad Harlem». Massimo Bottura, lo chef più premiato del mondo, racconta con la voce incrinata dall’emozione l’incontro con Jorge Mario Bergoglio. «È stato un confronto splendido: apre la mente sentirlo parlare di ospitalità, accoglienza, attenzione agli ultimi, muri da abbattere». La star della cucina ha dato al Papa «la completa disponibilità per realizzare progetti per i giovani in difficoltà. Fare qualcosa con il Pontefice per chi ha bisogno è per me un sogno che si realizza».

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(foto da internet)


È stato don Marco Pozza a portare Massimo Bottura, e con lui altri vip, in un’udienza privata da papa Francesco. Prete veneto, Pozza è soprannominato “Don Spritz” da quando ha iniziato a trascorrere il tempo libero incontrando i giovani, nei locali della movida padovana, all’ora dell’aperitivo. Tv2000, l’emittente della Cei, ha trasmesso le sue interviste con il Pontefice in due programmi sulla preghiera, che stanno per diventare una trilogia: dopo «Padre nostro» e «Ave Maria», toccherà a «Io credo», a cui interverranno vari personaggi celebri fra cui Bottura. «Don Pozza mi ha fatto diventare rosso davanti al Papa - sorride Bottura - Mi ha presentato come un genio della creatività, un nuovo Michelangelo». Alla fine dell’udienza «sono rimasto a conversare a tu per tu con Francesco e ho potuto riferirgli ciò che stiamo riqualificando a New York per farne strutture al servizio degli indigenti e dei ragazzi che vanno tolti dalle strade». La sollecitazione di «un patto tra le generazioni per trasmettere conoscenza ai giovani si tramuterà in nuovi progetti. Mi ha chiesto di rivederci. Tornerò presto a Roma», spiega. Lo chef dell’Osteria Francescana suscita interesse tra molti prelati Oltretevere grazie alle sue mense per i poveri, alla sua onlus “Food For Soul”, all’esperienza dei “Tortellanti” di Modena, laboratorio didattico in cui studenti e ragazzi con autismo apprendono il mestiere della cucina, e ai progetti di recupero dei cibi di scarto. E in questo pontificato che ha messo la povertà al centro dell’evangelizzazione, ora c’è chi nei sacri palazzi prevede una futura collaborazione con il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski, testa pensante e braccio operativo della carità del Papa. Dalle docce all’ambulatorio al nobiliare Palazzo Migliori diventato dormitorio, le sue iniziative benefiche dimostrano «efficace inventiva, che potrebbero trovare una straordinaria sintonia in qualche progetto comune con la generosa creatività di Bottura», dice un monsignore. Da ieri questo sogno diventa più realizzabile.

mercoledì 20 novembre 2019

Un formaggio davvero speciale!


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(foto da internet)

Cos’hanno in comune l’arte e il formaggio svizzero con i buchi? Un sacco di cose, o meglio 99. Tante quante le opere che dal 12 al 17 novembre sono state in mostra all’Overstudio di Milano per il progetto Swiss Original – Handmade Creative Project.
Nato un anno fa da un’idea di Stefano Aronica – international chief marketing & brand officer di Emmentaler Switzerland – e immediatamente abbracciato e sviluppato da Giovanna Frova – country manager di Switzerland Cheese Marketing Italia – in collaborazione con CXINE, a cui viene affidata la cura strategica e tecnica dell’intero progetto.  

(foto da il corriere.it)

Swiss Original – Handmade Creative Project è un concorso internazionale di creatività per artisti e autori lanciato un anno fa per collezionare l’interpretazione disruptive di 2 concetti chiave del Consorzio Emmentaler AOP: la svizzeritudine (Swiss Original) e il fatto a mano (Handmade). Due valori che hanno acceso lo sguardo dei partecipanti attraverso una gamma molto variegata di opere, con approcci decisamente  concettuali, alcuni, che lavorano sul cerchio e sul vuoto, fino ad altri, decisamente più fisici, che si tuffano nella corpo vivo della materia.

(foto da il corriere.it)

“La mostra – spiega Massimo Bruto Randone, il curatore – mette in scena gli esiti di un concorso internazionale rivolto ad artisti e autori che si sono misurati all’interno di 4 formati specifici: Artwork, Video, Photo, Short Message Story. Per Artwork intendiamo opere fisiche (come pittura, scultura, collage, origami, 3D printing… knitting); per Video racconti di qualunque natura e tecnica con una durata compresa fra 45 e 180 secondi; per Photo storie fotografiche realizzate con sequenze/composizioni comprese fra 1 e 9 scatti; per Short Message Story – una categoria non-visiva ma altamente visionaria – intendiamo micro racconti testuali, da smartphone, di massimo 420 caratteri spazi inclusi, fra le cui righe (pochissime, come lamentavano alcuni scrittori mentre si cimentavano) sono state descritte allusioni mitologiche, frammenti del quotidiano, drammi pop, storie d’amore in stazione, analisi chimiche avvolte nel ricordo etimologico… tutte chiavi di lettura del nostro contemporaneo, svolte con sottile ironia e ricerca poetica.” 
I temi? “Gli autori credo dovessero chiudere gli occhi e cercare un’eco interpretativa dentro di sé agglutinata attorno a due valori chiave della tradizione casearia del Consorzio Emmentaler AOP, promotore dell’intero progetto: Swissness e Handmade”.

(foto da il corriere.it)

Il bando è stato pubblicato sulla piattaforma Desall.com su cui gli artisti si potevano iscrivere da ogni angolo, anche più remoto del mondo e caricare i propri lavori. L’adesione? “Ha superato del doppio ogni nostra più rosea aspettativa – continua il curatore – e sono arrivati 455 lavori da 55 Paesi; fra loro ci sono sia molti giovani emergenti che alcuni nomi rilevanti che con ironia e coraggio hanno deciso di giocare al gioco dell’interpretazione poetica collettiva. Una giuria internazionale meravigliosamente  super partes ha infine decretato i 19 vincitori (fra menzioni speciali, di qualità e awards) che trovate esposti in mostra, insieme ad altre 80 opere da noi selezionate fra le più interessanti o disruptive.” 
Le fasce di età degli artisti? “Tutte! Da due giovanissimi 18enni a uno splendido (e importante) 84enne; e, tra l’altro, molto ben distribuiti nelle varie decadi, ad esempio nella sezione Short Message Story l’opera più votata dalla Community della piattaforma Desall è di un autore generosamente over 50. Anche tra i sessi il bilanciamento è altissimo: 48 % donne e 52% uomini, che si fà addirittura totale tra i sei Primi Premi: 3 donne e 3 uomini.


(foto da il corriere.it)



Cos’è allora il fatto a mano? “Penso che la meravigliosa pervasività della decade del digitale portatile abbia, da un lato, generato uno spirito di compensazione tattile in molte manifestazioni del desiderio umano, e dall’altro spalancato una frontiera ibrida stupefacente, che si respira, ad esempio, ogni volta che varchiamo la soglia di un fab-lab o di un maker design studio, tra frese, CAD e tecno-falegnami. Per ciò che riguarda la Swissness potrei citare una serie di parole chiave, a cavallo tra luogo comune Kitsch e arte interpretativa, ma – conclude Randone – preferisco invitarvi alla mostra e percorre insieme o da soli un piccolo vasto viaggio nel gioco inesatto dello stupore d’autore.”

mercoledì 30 gennaio 2019

I gelati del 2019

Mentre alla EOI di Sagunt ci apprestiamo ad andare a far visita alla prestigiosa gelateria Véneta, del Puerto di sagunto, oggi vi parliamo un po' di gelati e delle tendenze del 2019. 

E i gelati del 2019 puntano sullo stupore (e sulla salute)
(foto da www.repubblica.it)


Conquistano occhi e palato i nuovi gusti che strizzano l’occhio ai sapori d’Oriente o quelli che spaziano dall’aloe al sambuco per finire alle guarnizione di quinoa, passando per i mix di frutta, verdura e fiori. Istanze diverse tra loro: da una parte si predilige l'aspetto esteriore e lo stupore - magari puntando al target dei bambini o dei fashion addicted - dall'altro il salutismo.

Si spiegano così i gusti unicorno, azzurro e rosa acceso senza dubbio con la spintarella dei coloranti, che impazzano al Sigep 2019, cui fanno da contraltare delicati gelati che si rivolgono a un pubblico salutista: al tè verde, alla camomilla, al cacao grezzo base acqua di cocco, vegan, gluten free, senza lattosio.


E i gelati del 2019 puntano sullo stupore (e sulla salute)
(foto da www.repubblica.it)


Se n'è avuta prova durante la gara del Gelato d'Oro 2019, organizzata dal comitato Coppa Mondo della Gelateria per selezionare il miglior gelatiere d'Italia (che l'anno prossimo rappresenterà il nostro Paese ai mondiali). Sui 12 finalisti, a loro volta vincitori di altrettante gare locali in giro per la Penisola, quasi nessuno ha rinunciato a oli essenziali, erbe aromatiche e spezie. A partire dal vincitore, Eugenio Morrone, 32nne calabrese titolare a Roma della gelateria "Cannolo Siciliano".

Tra le proposte presentate alla giuria presieduta dal maestro Giancarlo Timballo, il gusto Ribes nero con un estratto di rosmarino e lime, poi la coppa bigusto di sorbetto di mandarino tardivo allo zenzero e menta piperita con un gelato di pistacchio con crumble di noci e una spadellata di pere william, profumate alla vaniglia del Madagascar.

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(foto da internet)



In linea con lui gli altri gelatieri in gara. Ecco allora il gusto cappuccino alla cannella per Taila Semerano, il caffè bianco ianco all'essenza di anice stellato per Marco Adinolfi, il melograno all'estratto di lime per Marco Reato, l'albicocca al timo per Federico Sinibaldi, il mascarpone con olio essenziale al caramello per Luca Manini o il gusto ananas mango maracuja alla maggiorana per Marco Nicolino.

Anche il binomio frutta e ortaggi è in crescita, dal gusto mango e peperoni rossi presentato da Gian Paolo Porrino all'intera linea Greenfruit dell'azienda Giuso: Frutti di bosco, carota nera e violetta; Pere, finocchio e gelsomino; albicocca, carota e camomilla;  lime, zenzero e zagare di limone. Questi ultimi certificati senza lattorio, senza glutine e vegan ok.



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(foto da internet)

Il che riporta a un'altra tendenza, sempre più in crescita, quella dei gelati vegani e per chi ha intolleranze. Così l'azienda Rubicone presenta il gusto Black Hawaii, già noto e amato su Instagram, in una nuova versione vegana, a base di cacao grezzo, acqua di cocco e carbone vegetale (una curiosità: per promuovere il gelato nero è stata composta anche una canzone, Black Hawaii Song, che l’azienda punta a far diventare una hit dell’estate 2019. Staremo a vedere).

All’insegna del benessere anche le novità in casa Fabbri. In vetrina hanno piazzato il gusto Aloe, pianta nota per le proprietà antinfiammatorie, depurative e idratanti. E poi il Variegato Zenzero e Sambuco, il Pesto di pistacchio naturale e Honey&Quinoa, "una variegatura healthy" - spiegano - perfetta in abbinamento al gusto yogurt. Poi il bizzarro Vaniglia Nera (a base di cenere di cocco).

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(foto da internet)

Sapori 100% naturali e rispettosi delle altre culture, con gusti molto amati nell'area mediorientale, sono quelli di Fugar: nelle loro vetrine ecco la Rosa (gusto che iomnpazza negli Emirati), come pure il pistacchio, i fichi caramellati e due selezioni di sesamo, bianco con variegato al caramello oppure nero con semi di sesamo tostato. Fanno parte di una linea certificata Halal, Bio e VeganOK. Tra le linee vegane e naturali anche quelle che utilizzano come grasso l'olio d'oliva.

mercoledì 7 novembre 2018

Giornata internazionale del Sandwich


Dal XVIII secolo a oggi: ecco il Sandwich, il più intramontabile dei panini
(foto da internet)



Sandwich: un nome, un simbolo; uno dei pasti - o, per meglio dire, uno dei pranzi - più consumati e famosi al mondo. Bastano poche fette di pane e un ripieno gustoso, basta anche solo la forma, per rendere immediatamente identificabile questo particolare tipo di panino, la cui nascita è legata a una leggenda, tanto famoso da meritarsi una festa ad hoc: il Sandwich Day, celebrato il 3 novembre di ogni anno. 

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(foto da internet)

Si dice infatti che sia stato inventato da John Montagu, quarto conte di Sandwich, che, amante delle carte, chiese un giorno un pasto che poteva sostentarlo durante le lunghe sessioni al tavolo da gioco. Nacque così quello che, stando a quanto riportato in Tour to London, di Pierre Jean Grosley - libro di viaggi contemporaneo a Montagu - era un equilibrato mix di pane e carne essiccata, facile da conservare e portar via, per poi consumarlo in qualsiasi luogo. Nonostante l'aurea romantica di questa leggenda, gli storici dell'alimentazione ancora dibattono su quando questo panino - in Italia assimilabile per alcuni versi al tramezzino -, sia stato realmente inventato e per quale particolare utilizzo. Da allora ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata e nel tempo sandwich e panino sono diventati quasi sinonimi, segno di uno strapotere contrastato solo da quello dei burger. 



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(foto da internet)



Ma come si prepara un buon sandwich? La cosa più importante è l'equilibrio tra le varie consistenze che deve avere il panino: non possono mai mancare la croccantezza unita a un sentore di morbidezza dato da alcuni tra gli ingredienti. Il pane - almeno dalle due fette in su - va reso croccante previa cottura per i 2/3, lasciando, nel caso di una struttura più complessa, più morbide le fette che andranno a comporre i piani centrali del panino, mentre ad ogni sovrapposizione andrà spalmata la crema - la maionese è il condimento più usato nel mondo per questo tipo di panino - o il formaggio prescelto. Solo una volta completati questi passaggi fondamentali, si può passare al condimento vero e proprio, a seconda della propria fantasia e dei propri gusti. 

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(foto da internet)


Ma una volta colti i trucchi base per un sandwich perfetto, come possiamo festeggiare il Sandwich Day? Il gioco è molto semplice: basta armarsi di un po' di fantasia e provare a tradurre in chiave panino - a strati ovviamente - tutti le nostre ricette preferite. Uova e bacon per una colazione salata all'inglese, un pranzo leggero, con tacchino, insalata e maionese light e una cena in grande stile, con l'intramontabile Club Sandwich (pancetta, tacchino, lattuga, pomodoro, uovo sodo, maionese e salsa Worcester), in assoluto il più famoso. 
E per una festa 2.0, basta fotografare e filmare la preparazione della ricetta e il vostro pasto, per poi postare tutto sui social network. Ovviamente al grido di #NationalSandwichDay.


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(foto da internet)

Se siete amanti del sandwich e non avete idee, ve ne suggeriamo una noi per festeggiare il #NationalSandwichDay: 
Un club sandwich.... gourmet! Mini club-sandwich con mortadella, stracciatella e pistacchi (ricetta da "Un Panino per tutti i gusti", Giorgio Borrelli per Gribaudo)

Ingredienti: 3 fette di pane in cassetta, 3 fette di mortadella, 1 cucchiaio di stracciatella, misticanza, maionese, granella di pistacchi, olio extravergine di oliva sale, pepe.

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(foto da internet)


Procedimento e composizione: Tostate 2 delle 3 fette di pane.
Dopo averle lasciate raffreddare, prendete la prima fetta abbrustolita e spalmate alla base un velo di maionese, poi disponete un letto di misticanza condita con olio e sale.
Ponete sopra alla misticanza una terza fetta di pane non abbrustolito e disponete su di essa le fette di mortadella, la stracciatella e condite con una piccola manciata di granella di pistacchi, olio e pepe.
Chiudete il sandwich con la terza fetta tostata e tagliatelo in 4 parti.

mercoledì 31 ottobre 2018

Dolce viaggio per il Nord Italia

(foto da internet)
"Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie”, confessava Guido Gozzano ne Le golose (1907). Inebriate da aromi “di cedro, di sciroppo, di creme, di velluti, di essenze parigine”, sognava di baciarle una a una “nel sapore di crema e cioccolatte”. Voluttuosa, per profumi e delizie, l’atmosfera di ogni pasticceria. Soprattutto, se la cornice è d’epoca.
(foto da internet)
C’è un supplemento di piacere nel sedersi, per esempio, da Pfatisch a Torino agli stessi tavoli di Cesare Pavese, Primo Levi, Mario Soldati, ad assaporare il famoso Festivo, la meringata al cioccolato simbolo della casa, tra interni Decò intatti dal 1915. Oppure, sempre a Torino, accomodarsi tra le pregiate boiserie ottocentesche della Farmacia del Cambio (in un’autentica farmacia!) per gustare un nuovo classico come la torta Jessica, che ha consacrato nel mondo il pastry chef Fabrizio Galla.
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(foto da internet)

In questo tour di dolci tentazioni nelle pasticcerie e confetterie storiche più belle d’Italia, impossibile non fare una sosta da Romanengo a Genova per scegliere tra quei frutti canditi che deliziarono pure Giuseppe Verdi e Fabrizio De André; alla Bomboniera di Trieste, interni Liberty e tradizione austro-ungarica, per le sue squisitezze dal sapore di una volta realizzate conmacchinari non più in produzione o da Gemmi a Sarzana, respiro fin de siècle per ricette senza tempo come la Spungata, già diffusa tra i pellegrini in cammino lungo la Francigena.
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(foto da internet)
Niente stucchi, affreschi, specchiere o boiserie invece alla premiata gelateria Just Peruzzi a Bogliasco, ma terrazze e verande a picco sul mare che incorniciano tutto l’incanto del Golfo Paradiso. Tentazioni golose con vista per una sosta che vale il viaggio.

mercoledì 25 aprile 2018

Pizza e prosecco

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(foto da internet)

Lontani i tempi in cui la pizza chiamava birra e la birra chiamava pizza. Per i gourmet è stato presentato al Vinitaly 2018 un progetto per valorizzare il connubio delle "due icone democratiche del made in Italy". 

A disposizione una carta dei Prosecco per tutte le pizzerie che vorranno approfondire e proporre ai loro clienti i vari abbinamenti possibili. È l’iniziativa del Consorzio tutela del Prosecco doc in collaborazione con Agugiaro&Figna Molini. 
L’idea nasce anche in "prospettiva export" per promuovere il patrimonio delle differenze enogastronomiche italiane.“Il Prosecco come la pizza è una delle icone del made in Italy nel mondo, un lusso democratico accessibile a tutti anche ogni giorno”, sottolinea il presidente del consorzio prosecco, così l’iniziativa farà nei prossimi mesi un tour negli Stati Uniti per la promozione dei prodotti italiani.

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(foto da www.repubblica.it)

Semplicemente si vuole far scoprire la varietà di abbinamenti a seconda delle tipologie di Prosecco - tranquillo, frizzante o spumante, demi-sec, dry, extradry, brut - e delle diverse tipologie di pizza.

Queste ultime oggi sono conosciute ai più anche oltre oceano. Molti appassionati di gastronomia sanno distinguere una pizza di stile napoletano da una per così dire più contemporanea, più croccante. Non altrettanto diffuso è invece il gioco degli abbinamenti con la pizza, basti pensare che ancora il più diffuso anche in Europa resta quello con la birra.


Con la pizza bevete la birra? Siete antichi: per il giusto abbinamento nasce la carta dei Prosecco

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Da questo presupposto nasce una nuova collaborazione che si prefigge, dicono dal consorzio, di “sdoganare una nuova consapevolezza tra gli amanti della pizza“. Creare una carta dei prosecchi ha l’obiettivo dunque di raggiungere un vasto pubblico a partire dagli operatori della ristorazione. Il tour inizierà questa estate a New York in occasione del Fancy Food Show.

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Testimonial dell’iniziativa due pizzaioli in rappresentanza dei diversi stili di pizza: Guglielmo Vuolo, dell'Associazione Verace Pizza Napoletana, ambasciatore di una tradizione più centro meridionale e Denis Lovatel della pizzeria Da Ezio di Alano di Piave (Belluno), artefice di una pizza contemporanea di territorio.

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Al Vinitaly hanno dato un’anticipazione del progetto. Ecco allora dal forno di Lovatel la "Pizza Tre-visioni" - pizza bianca con Fior di Latte, mousse di Casatella trevigiana DOP, luppolo selvatico, porchetta trevigiana, chutney di radicchio - accompagnata da Prosecco La Gioiosa Brut; e la sua "Pizza Verticale di Broccolo" - pizza bianca con fior di latte, mousse di Casatella trevigiana dop, broccolo di Bassano Igp in tre consistenze e caviale di acciuga - accompagnata da Prosecco Colli del Soligo Extra Dry.

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Mentre Vuolo ha servito una "Pizza Fritta del Popolo", accompagnata da Prosecco La Jara Brut e una "Pizza Fritta Sorrento" - limone di Sorrento, fior di latte di Agerola, ricotta e pepe - accompagnata da Prosecco La Delizia Extra Dry (Maestro Vuolo).

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Il Brut ha un residuo zuccherino più basso, con il suo sapore più acidulo aiuta la pulizia della bocca, per questo è perfetta con la classica pizza fritta di Vuolo, mentre l’Extra Dry più rotondo e morbido che ha un residuo zuccherino più alto ha potuto sposare quella fritta con limone in cui già erano presenti note acidule e agrumate. Allo stesso modo l'extradry contrasta maggiormente la sapidità dell’acciuga e del broccolo della pizza di Lovatel come in quella con la porchetta la nota brut è risultata per ovvie ragioni vincente.