venerdì 28 aprile 2017

Il quartiere Coppedè




(foto da internet)

Se ormai conoscete Roma come le vostre tasche, forse è giunto il momento di scoprire un luogo emblematico della capitale: il quartiere Coppedèun originale complesso di edifici situato nel quartiere Trieste, tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento.
Deve il suo nome all'architetto e scultore fiorentino Gino Coppedè, ed è composto da diciotto palazzi e ventisette edifici disposti attorno al nucleo centrale di piazza Mincio, vero e proprio fulcro del quartiere.
L'idea di costruire una zona abitativa in questa parte di Roma risale al 1915, quando la Società Anonima Edilizia Moderna volle sfruttare le zone esistenti tra il quartiere Parioli e i nuovi quartieri Salario e Trieste. Il progetto fu affidato a Gino Coppedè, il quale cominciò i lavori nel 1916. Il quartiere rimase incompiuto alla morte dell'architetto, avvenuta nel 1927, e fu poi completato da Paolo Emilio André


(foto da internet)



Il quartiere è senz'altro una delle opere architettoniche sperimentali più singolari dei primi del ’900,  incrocio fra una realtà alternativa inattesa che si affianca al liberty, al neomanierismo, al moresco, al neogotico, al neobarocco e all'art-décoI motivi utilizzati vanno dalla mitologia greca allo stile medievale e fiabesco e alle influenze assiro-babilonesi. 
Su un fregio della Palazzina del Ragno è inciso il motto Artis praecepta recentis Maiorum exempla ostendo (rappresento i precetti dell’arte moderna attraverso gli esempi degli antichi), che può anticipare al visitatore l'insieme originale che preleva stili da contesti assai diversi. Simbolo del quartiere sono gli edifici posti intorno a Piazza Mincio, i Villini delle Fate, la Palazzina del Ragno e i Palazzi degli Ambasciatori.




(foto da internet)

Vi consigliamo di passeggiare con calma per le strade del quartiere, con il naso all'insù, iniziando la visita dall'arco di Via Doria per accedere a Piazza Mincio, nella quale potrete ammirare la Fontana delle Rane e i curiosi palazzi sopraccitati che rivelano sempre delle piacevoli e divertenti sorprese.
Per la sua particolare architettura il quartiere Coppedè venne scelto dal regista Dario Argento come sfondo per alcune scene dei suoi film Inferno e L'uccello dalle piume di cristallo, dal regista Richard Donner per alcune sequenze del film Il presagio, e da Carlo Vanzina per il film Il cielo in una stanza.



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mercoledì 26 aprile 2017

Il 25 aprile a tavola

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(foto da internet)

 


Rape, pane nero. Cipolle. Il riso e, qualche volta, la pasta. Soprattutto polente, minestre, zuppe e, in montagna, quanto il bosco poteva offrire con una certa generosità. Come le castagne e i frutti selvatici.
Il mangiar partigiano, alla vigilia della Liberazione, è stato soprattutto cucina di sostentamento, in parte di contrabbando con le borgate che rifornivano i "ribelli" appoggio e sostegno (anche alimentare) al prezzo di un altissimo rischio: quello di venire fucilati dalle milizie nere. Il ricordo di quella lotta, oggi ha un piatto simbolo, in realtà molto lontano dal rancio dei giovani resistenti: è la pastasciutta antifascista, protagonista indiscussa di una miriade di eventi che, da un capo all’altro della penisola, festeggiano la rinascita democratica.

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(foto da internet)
 
Tutto nacque per caso: non il 25 aprile 1945, bensì il 25 luglio di due anni prima, altra data simbolo, poiché segnò la caduta del fascismo dopo e la sfiducia del Gran Consiglio a Benito Mussolini: a Campegine, un piccolo borgo della provincia emiliana, oggi vicino all’autostrada del Sole, dove la famiglia Cervi, per festeggiare la fine della dittatura, insieme ad altre famiglie portò in piazza la pastasciutta nei bidoni del latte, offrendola a tutti i gli abitanti del paese. E quel piatto di maccheroni conditi con burro e formaggio fu davvero – per quel periodo di privazioni – un piatto della festa.
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(foto da internet)


Oggi in Italia c’è addirittura una rete nazionale dedicata alla pastasciutta antifascista. Il rapporto tra questo piatto nazionale e il regime, del resto, non è mai stato dei migliori: la pastasciutta, infatti, assume una particolare simbologia antifascista anche a seguito della sua messa al bando da parte del Manifesto della Cucina Futurista di Tommaso Marinetti, che la definisce “assurda religione gastronomica italiana”, da cui deriverebbero “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”. Tralasciando il particolare che lo stesso Marinetti ne andava ghiotto, alla povera pasta (e ai poveri commensali) non fu risparmiato nemmeno il tentativo di rinominare il nobile e antico ragù con l’orrenda locuzione di ragutto.

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(foto da internet)

Italianizzare il lessico della gastronomia divenne ben presto una priorità assoluta per gerarchi e funzionari del regime, già a partire dai tempi delle "inique sanzioni" decise dalla Società delle Nazioni ai tempi della guerra in Abissinia. Ecco dunque apparire nel menù di gala (anzi, lista delle vivande o, più militarmente, rancio) piatti come antipasto Vittoria, cannelloni alla combattenti e spinaci all’imperiale. E, a lungo andare, il tentativo di annientare le influenze culinarie della "perfida Albione" e dei suoi alleati (specie i malsopportati cugini francesi), sfociò ancor più nella tragicommedia: il consommè si ridusse in consumato, l’omelette in frittata avvolta, roumpsteack ed entrecote si trasposero nella più virile braciola.
E, ancora, gonfiato anziché soufflè, legumi minuti anziché julienne, infuso di vino e non più salmì. La brioche s’afflosciò in brioscia (da non confondersi con il croissant: cornetto), il toast diventò pantosto, Persino nelle buvette (pardon, mescite) le polibibite sostituirono, specie nell’accezione futurista, i cocktail. Anche le cene di rappresentanza non era più impreziosite dai troppo effimeri cotillons quanto, invece, dai più arditi cotiglioni. Insomma, i linguisti del Ventennio si fecero prendere la mano e, col tempo, non venne risparmiato nemmeno l’alleato germanico, che si vide ribattezzare come bombole i krapfen, mentre i wafer divennero semplicemente biscotti e i wurstel quali semplici salsicce.
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(foto da internet) 

Il rapporto tra Mussolini e la cucina, lo riassume lui stesso: “Ho fatto del mio organismo un motore sorvegliato e controllato che marcia con assoluta regolarità. Le mie regole dietetiche sono fisse, i miei pasti sono frugali”. Poca pasta, tanto riso e, naturalmente le zuppe: toccasana, in tempo di privazioni, tanto che nel 1943 l’Almanacco della Cucina, editore Sonzogno offre alle lettrici la ricetta di una “zuppa alla borghese” particolarmente ricca, stante la situazione contingente, “da farsi con mezzo chilo di piselli, un etto di lardo, 3 litri di brodo, una cipolla un po' arrostita, mezzo etto di burro, un bicchiere di latte, un etto di farina, due uova e, infine, la pasta corta da brodo”. Nel quotidiano si lavorava anche di fantasia: nasce in quel tempo "l'antipasto di guerra a base di carote, prezzemolo, senape, tuorlo di sode, ingredienti con cui formare salsiccini da ricoprire con filetti di acciuga e il rosso delle uova sode”, mentre la celebre Petronilla suggerisce un surrogato del burro “utilizzando grasso di vitello, montone o bue unito a latte, timo, cipolla, succo di carote, sale e costa di pane”. 
Cucina d’autarchia, e di fantasia, fino alla caduta del fascismo. E poi ritorno della pastasciutta.

lunedì 10 aprile 2017

Pasquetta e pan bagnat (a Lina Pinacoli, in memoriam)



(foto da internet)

Il giorno dopo Pasqua, detto Lunedì dell'Angelo o Pasquetta è dedicato, secondo tradizione, alla prima scampagnata in grande stile. Focaccia, pizzette, salumi, panini e torte salate accompagnano le uova sode da consumare su una bella tovaglia stesa sull'erba.
ll Lunedì dell'Angelo deve il suo nome al ricordo dell'incontro dell'angelo con le donne giunte al sepolcro di Gesù. Il Vangelo narra che Maria di Magdala, Maria, madre di Giacomo e Giuseppe, e Salomè si recarono al sepolcro dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamarne il corpo. Sul posto videro che il grande masso che chiudeva l'accesso alla tomba era stato spostato. Alle tre donne, smarrite e preoccupate, apparve un angelo che disse loro: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mc 16,1-7). 


(foto da internet)

La tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo (e quindi al lunedì), forse perché i Vangeli indicano "il giorno dopo la Pasqua", alludendo, però, alla Pasqua ebraica, che cadeva di sabato.
Il Lunedì di Pasqua venne introdotto dallo Stato italiano come festività civile nel dopoguerra ed è festivo in diversi Paesi. 
Per la Pasquetta, vi proponiamo una specialità nizzarda, ma assai nota anche in alcune regioni italiane (Piemonte e Liguria, specialmente): il pan bagnat o pan bagnà.
A Nizza si può ancora acquistare presso i tanti chioschi sparsi in città. È costituito da una pagnotta farcita di tonno, uovo sodo, alici, pomodori, peperoni e olive. Nella ricetta originale del pan bagnat si usa un pane caratteristico della zona, rotondo e croccante, che può essere sostituito da una pagnotta, un filoncino o una ciabatta.



(foto da internet)

Ricetta del pan bagnat (ingredienti per 4 filoncini):
4 filoncini 
120 g di pomodori pachino
180 g di tonno sott’olio
60 g di peperone rosso
30 g di cipolla rossa
2/3 alici sott’olio
3 uova
1 cucchiaio di capperi
8/10 olive nere
6 cucchiai di olio extra vergine di oliva
2 cucchiai di aceto di vino bianco
1 spicchio d’aglio
qualche foglia di basilico
sale q.b.
Preparazione: lessate le uova. Lavate i pomodori e tagliateli a spicchi. Lavate il peperone e la cipolla, e tagliateli a strisce sottili. Sgocciolate le alici e tagliatele a pezzettini. Dissalate i capperi e tritateli. Snocciolate le olive e tritatele.
Mettete tutti gli ingredienti in una ciotola capiente, aggiungetevi il basilico, un pizzico di sale, l’olio, l’aceto e mescolate bene. Prendete i filoncini e apriteli a metà, svuotandoli della mollica. Sfregate le due metà con uno spicchio d’aglio sbucciato, quindi bagnateli bene con l’olio e l’aceto usato per condire i pomodori.




(foto da internet)

Sgocciolate il tonno e mettetelo nella ciotola, mescolate bene e suddividete il tutto nei quattro filoncini. Sgusciate l’uovo sodo e tagliatelo a fettine sottili che disporrete sopra al composto.
Coprite con l’altra metà del filoncino, schiacciate leggermente e avvolgete i filoncini nella carta stagnola; fateli riposare in frigorifero per circa un'ora prima di gustarli, in modo che il pane si impregni bene del condimento.
Buon appetito e buona scampagnata!

p.s. Il nostro blog chiuderà per Pasqua. Torneremo on line il 26 aprile.







venerdì 7 aprile 2017

La biblioteca del suono



(foto da internet)


Com'è noto, il film Il postino, tratto dal romanzo Ardiente paciencia (1986) del cileno Antonio Skármeta, tratta il periodo dall'esilio italiano di Pablo Neruda. La storia narrata, adatta il romanzo di Skármeta, con alcune modifiche nella trama. La pellicola è ambientata nel 1952 e si svolge interamente in una piccola isola del sud Italia, abitata da pescatori analfabeti intenti nel loro mestiere. 
Lo scrittore cileno mette in risalto la figura di Mario Ruoppolo -il postino di Neruda-, che con quest'ultimo riesce ad instaurare un forte legame di amicizia. 
L'indimenticabile Massimo Troisi, il quale, gravemente malato, morì alla fine delle riprese, interpretò il ruolo di Mario Ruoppolo.  Mario viene assunto, in qualità di postino, con l'unico compito di consegnare la posta a Neruda (Philippe Noiret), giunto da poco sull'isola.




(foto da internet)

Mario imparerà dal grande poeta a discorrere di poesia, di metafore, con la semplicità propria di un uomo della sua condizione sociale. Grazie all'aiuto di Neruda, riuscirà a conquistare Beatrice, la nipote della proprietaria dell'osteria del posto, e a sposarsi con lei. 
Dopo la revoca del mandato di arresto che il governo cileno aveva spiccato contro Neruda, il poeta abbandona l'isola. Un giorno Mario riceve una lettera in cui qualcuno, per conto del poeta, gli chiede di spedirgli degli oggetti personali rimasti nella sua casa sull'isola. Esegue l'incarico, ma ne approfitta per registrare tutti i suoni caratteristici dell'isola con l'aiuto di Giorgio Serafini, il responsabile dell'ufficio postale (vedi).





(foto da internet)

Cinque anni dopo, quando Neruda e sua moglie tornano nell'isola, troveranno Pablito, il figlio di Mario e di Beatrice. Mario non c'è più: è stato ucciso dalla polizia, poco prima che suo figlio nascesse, durante una manifestazione comunista. 
Neruda ascolta la registrazione effettuata dall'amico e ne rimane profondamente colpito. Mario e la natura dell'isola (le onde del mare, il vento, le reti dei pescatori, le campane della chiesa, il cielo stellato, il battito del cuore del figlio...) lasceranno nell'animo del poeta un ricordo indelebile.
Ebbene, alcuni anni dopo l'uscita del film, nasce il progetto Identità sonore, curato da Ted Consoli, tecnico del suono, e Anna Calamita, paesaggista.





(foto da internet)

I due ragazzi hanno registrato i suoni delle aziende del biellese, quelli dei boschi e delle vie della città, e ne hanno catturato i movimenti e i silenzi. Le loro registrazioni raccontano il lavoro degli artigiani, i giocatori di una partita di calcetto, i venditori ambulanti e i clienti del mercato, ecc. 
Il progetto, nato nel settembre del 2016, ha dato origine a una libreria sonora, mediante una mappatura, che ha già prodotto più di 60 ore di registrazioni. Tutto il materiale raccolto è on line e si può vedere e ascoltare (vedi). 
Il progetto è stato battezzato come MappaBi e presenta cinque filoni tematici: 1. Terra per antichi mestieri; 2. Aria per sport e attività indoor e outdoor; 3. Fuoco per i luoghi del lavoro e della mobilità; 4. Acqua per paesaggio naturale e 5. Arte per gli esempi di riutilizzo creativo delle tracce audio.



mercoledì 5 aprile 2017

Il boom delle scuole serali

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(foto da internet)

C’è chi vuole togliersi lo sfizio, perché quel benedetto “pezzo di carta” non è riuscito ad agguantarlo in gioventù. C’è chi, invece, del diploma ha bisogno adesso, per riqualificarsi in azienda. O chi approfitta di un momento di riposo forzato, causa disoccupazione o cassa integrazione, per raggiungere quell’attestato che magari gli consentirà di trovare nuovamente un’occupazione. E poi c’è l’esercito degli stranieri adulti, che devono dimostrare di conoscere la nostra lingua per ottenere la cittadinanza. 
Insomma, i motivi sono diversi ma il dato fornito dal Ministero dell’Università, Istruzione e Ricerca (Miur) è inequivocabile: nell’anno scolastico 2016-2017 si è registrato un incremento delle iscrizioni ai corsi per l’istruzione degli adulti pari al 25 per cento rispetto l’anno precedente.

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(foto da internet)

Un vero e proprio “boom” per quelle che un tempo erano note come le scuole serali. Oggi in tutta Italia sono 126. Si tratta di istituzioni scolastiche autonome, con un proprio organico, in grado di offrire un’offerta formativa strutturata. Attenzione, però: le lezioni si svolgono direttamente in questi centri solo per quanto riguarda l’italiano per stranieri e i corsi per l’ottenimento della licenza elementare e della scuola media. Le lezioni serali, in genere dalle 17 alle 23, si tengono in scuole statali convenzionate con i CPIA (i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti)e riguardano gli istituti tecnici, i professionali e i licei artistici. Per legge gli altri tipi di liceo non possono essere frequentati in edizione serale (se non in rarissimi casi e con la presenza di determinate condizioni). 

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Ma a cosa è dovuto questo “ritorno di fiamma” del diploma ottenuto frequentando in orari serali? Il referente della rete nazionale dei CPIA, la vede così: «Per lo più si tratta di persone che vogliono rimettersi in gioco, che hanno bisogno di riqualificarsi nell’ambito di un certo percorso professionale. O che hanno perso il lavoro. In ogni caso si tratta di studenti estremamente motivati». «Parliamo – prosegue il docente - di percorsi che evidentemente rispondono a un bisogno perché gli effetti della crisi economica e i cambiamenti nel mondo del lavoro, si fanno sentire. L’incremento può essere dovuto anche al fatto che dal punto di vista dell’offerta, i CPIA, dopo una prima fase di rodaggio, cominciano a funzionare in modo efficace. Anche se ritengo che il sistema andrebbe potenziato». Un sistema che oggi, complessivamente, può contare su finanziamenti pari a circa 80 milioni di euro.

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Ma come funzionano in concreto questi corsi? La parola-chiave è soprattutto una: personalizzazione. «Ad ogni iscritto -spiega ancora il professore- viene richiesto una sorta di “bilancio delle competenze” acquisite durante la propria esperienza professionale e non, in modo da potergli riconoscere e accreditare alcuni “saperi”. I percorsi di istruzione sono realizzati per gruppi di livello organizzati in modo da consentire appunto la personalizzazione dell’itinerario». La durata del corso non è dunque uguale per tutti gli studenti e dipende dalle esperienze maturate in passato. Quanto alla prova finale, da lì non si scappa: verrà sostenuta di fronte alla stessa commissione che valuta i ragazzi delle scuole superiori. La notte prima degli esami, quella sì, è uguale per tutti. 

lunedì 3 aprile 2017

La Pizza di Pasqua


(foto da internet)


La Pizza di Pasqua è un prodotto da forno lievitato tipico di molte zone del centro Italia, a base di farina, uova, pecorino, parmigiano, che tradizionalmente viene servito a colazione la mattina di Pasqua, oppure come antipasto durante il pranzo pasquale, o nella classica scampagnata della Pasquetta
Si accompagna di uova sode benedette, salumi e vino rosso. In alcune zone viene chiamata Crescia di Pasqua, Torta di Pasqua o Torta al formaggio
Il nome crescia sembra faccia riferimento alla considerevole crescita dell'impasto dovuta al processo di lievitazione. La Pizza di Pasqua presenta la tipica forma a panettone e ha anche un'interessante variante dolce. La forma le viene conferita dallo stampo in cui si fa lievitare e poi cuocere in forno: originariamente in coccio, oggi in alluminio, a forma svasata.


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La tradizione vuole che la Pizza di Pasqua sia nata nelle Marche, in un convento della provincia di Ancona, in epoca medievale, ad opera delle monache del monastero anconetano di Santa Maria Maddalena di Serra de' Conti.
Le prime testimonianze documentali della ricetta risalgono, però, al XIX secolo quando essa compare per la prima volta nel ricettario intitolato Memorie delle cresce di Pasqua fatte nel 1848, in cui vengono fornite le dosi per la preparazione delle pizze.


(foto da internet)

La Pizza di Pasqua si prepara con farina, uova, sale, pepe, latte, olio extravergine di oliva, lievito naturale e con dei formaggi, di solito pecorino  e parmigiano reggiano. In alcune versioni, ingredienti come l'olio e il pecorino sono sostituiti, con lo strutto o il burro e l'emmental. In Umbria e nelle Marche, è assai diffusa anche una variante dolce a base di 
di farina, uova, zucchero, cannella, la buccia di mezzo limone, un goccio di sambuca e un pizzico di vanillina.
La tradizione vuole che la Pizza di Pasqua venga preparata il Giovedì o il Venerdì Santo per poi essere consumata il giorno di Pasqua oppure il Lunedì dell'Angelo (Pasquetta).
Buon appetito!


venerdì 31 marzo 2017

Parlare a vanvera


(foto da internet)


Parlare a vanvera significa, in italiano, parlare senza riflettere e senza stare attenti a quanto si dice. Il termine vanvera non esiste in italiano come sostantivo ma solo in quanto parte della locuzione avverbiale sopraccitata e si lega, di volta in volta, a un verbo che si può riferire ai contesti più vari, oltre ai più usati dire e fare: si può, quindi, cucinare a vanvera, vestire a vanvera, studiare a vanvera, ecc. 
Vanvera è un'onomatopea romanza, variante con consonante sonora di fànfera, che deriva dalla stessa sequenza imitativa di fànfano, fanfara e fanfarone. Si potrebbe, dunque, ipotizzare una retroformazione da fanfarone, con spostamento d’accento e alterazione fonetica della sillaba centrale. 



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Orbene, in questi giorni, abbiamo letto di due politici che, senza pensarci troppo, le hanno sparate grosse, parlando a vanvera.
Il primo è un politico italiano del PD, attualmente governatore della Regione Campania: Vincenzo De Luca, il quale ha definito chiattona“, e cioè grassa, in dialetto napoletano, Valeria Ciarambino, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Consiglio regionale.
Il governatore campano non è di certo nuovo a uscite del genere. In passato si era rivolto con toni pesanti a Rosi Bindi: "Un'infame, da ucciderla", e alla sindaca di Roma Virginia Raggi, definendola come "Bambolina imbambolata"... 
Per riparare alla situazione creata, De Luca ha affermato: "Manderò alla Ciarambino un mazzo di fiori. Sperando che la prossima volta lasci parlare chi a 50 metri da lei sta facendo un'intervista, senza coprirci con le sue grida..." (sic).


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La seconda è la signora Begoña Villacís, avvocatessa, capogruppo di C's (Ciudadanos) della Regione di Madrid.
La signora Villacís ha affermato in un tweet: "Non esiste, in inglese o in francese, un equivalente al detto "más vale lo malo conocido". La Spagna non avanzerà ancorata "en el malo conocido" (la traduzione è nostra). 
Gli utenti di Twitter si sono scatenati e hanno segnalato alla Villacís  che, sia inglese che in francese, vi sono locuzioni equivalenti a "más vale lo malo conocido".
In inglese, si potrebbe dire "better the devil you know than the devil you don't", e in francese "mieux vaut un mal connu qu'un bonheur incertain".
In italiano si potrebbe dire "chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia, e non sa quel che trova...".
Ma non aveva detto Socrate che l'ignoranza è l'origine di tutti i mali?


mercoledì 29 marzo 2017

Una sana alimentazione

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Arriva la primavera e arrivano anche le varie diete di moda. La mania del low-carb va ancora forte, soprattutto in alcuni tipi di dieta. Quando però si decide di togliere dal piatto intere categorie di nutrienti (scelta sempre dannosa) si deve  sapere a cosa si va incontro e a che cosa servono ad esempio i carboidrati. Eliminarli «solo» per alcune settimane non giustifica l’azzardo, perché le conseguenze si possono far sentire anche a lungo termine, come spiega il professor, nutrizionista presidente emerito della Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione (S.I.S.A.). Ecco alcune spiegazioni interessanti che faranno riflettere: 

Allora, cosa succede al tuo corpo se smetti di mangiare pane e pasta, e a cosa «servono»?


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1. Quando si riduce l’apporto di carboidrati, la prima cosa che si nota è la rapidità quasi magica di perdita di peso. Ma non stiamo perdendo grasso, stiamo perdendo acqua. «I carboidrati sono immagazzinati nel corpo sotto forma di glicogeno – spiega il professor Migliaccio-, ogni grammo accumula da tre a quattro volte il suo peso in acqua. Quindi, non appena si tagliano i carboidrati e si inizia a utilizzare il glicogeno, ogni grammo di carboidrato in meno sono 3 grammi persi di acqua».

2. I carboidrati sono la principale fonte di energia per il cervello. Quando una persona li riduce (o elimina) il cervello “si annebbia”. «I grassi bruciano al fuoco dei carboidrati – specifica Migliaccio -, se non ci sono carboidrati il metabolismo dei grassi si blocca e si ferma a livello dei corpi chetonici, che entrano in circolo e si accumulano: sono tossici per l’organismo e riducono la massa magra perché bruciano i muscoli. Il cervello li utilizza con fatica ma li utilizza lo stesso. Il risultato: alito cattivo, stanchezza, debolezza, vertigini, insonnia, nausea». In sostanza, ci si sente come se avessimo l’influenza.

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3. «I carboidrati sono energia subito disponibile che brucia i grassi e le proteine. Altre vie metaboliche sono più lunghe e affaticano l’organismo, per questo le nostre prestazioni calano», dice Migliaccio. «I carboidrati sono la fonte di energia primaria del corpo. Aiutano e “spingono” tutti i tipi di esercizio, sia di resistenza che di potenza: se tagliate i carboidrati la vostra energia diminuirà».

4. «I carboidrati inducono la sintesi della serotonina, il neurotrasmettitore della serenità e della tranquillità, che fa pure passare la fame. Siano semplici o complessi, quando vengono tolti il nostro benessere mentale potrebbe peggiorare», dice il professore. 

5. I carboidrati raffinati sono famosi per innalzare i livelli di zucchero nel sangue. Una recente ricerca pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition suggerisce che questi sbalzi (di solito repentini) attivano anche i centri di dipendenza del cervello e fanno sì che torni quasi subito la voglia di rimangiare gli alimenti che hanno questo “potere”. «Anziché rinunciare ai carboidrati in toto, però, basterebbe optare per quelli integrali – propone Migliaccio -, che hanno un assorbimento più lento ed evitano che i livelli di zucchero nel sangue siano soggetti a questi picchi».

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6. In merito a patologie cardiache e diabete la scelta di esclusione può fare la differenza: uno studio del 2014 pubblicato su PLoS ONE ha rilevato che i carboidrati raffinati fanno salire i livelli di un acido grasso che aumenta il rischio di malattie cardiache e diabete di tipo 2, però, secondo l’American Heart Association i cereali integrali migliorano i livelli di colesterolo nel sangue e riducono il rischio di malattie cardiache, ictus, obesità e diabete di tipo 2. 

7. L’assunzione di cereali integrali è importante per innalzare la quantità di fibra che si assume. La fibra (che naturalmente si trova anche in frutta e verdura) non solo aiuta a stabilizzare i livelli di zucchero nel sangue e a ridurre il rischio di obesità e malattie croniche, ma aiuta anche il transito intestinale.

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8. Ma allora qual è la giusta regola per l’assunzione dei carboidrati? «Lo dicono i LARN, i Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana. Nel 2014 hanno stabilito che i carboidrati dovrebbero costituire tra il 45 e il 60% delle calorie totali della giornata. Se possiamo, meglio mangiarli integrali ma non solo, perché la fibra in alcuni casi impedisce l’assorbimento dei sali minerali», conclude Migliaccio.

Insomma, come dicevano i romani: In medio stat virtus