giovedì 23 marzo 2017

Vota Arturo!?




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Il mitico Totò, nel film Gli onorevoli, interpretava il candidato Antonio La Trippa, monarchico doc, che ripeteva, in maniera ossessiva, lo slogan "Vot'Antonio, Vot'Antonio, Vot'Antonio, Vot'Antonio", che potrebbe essere considerato un meme ante litteram (vedi).
Molti anni dopo, Michele Apicella, alter ego del regista Nanni Moretti, nel film Palombella Rossa, si pronunciava sulla crisi della sinistra italiana e sulla fine del Partito Comunista Italiano, e alla domanda di un giornalista su quale strada avrebbe dovuto imboccare il partito rispetto all'integrazione dei giovani, delle donne, dei lavoratori e dei nuovi movimenti, affermò: "Noi dobbiamo dire: Venite nel partito. Prendetelo. Vediamo insieme cosa possiamo fare” (vedi).


(foto da internet)

A metà strada tra un meme gigantesco e il pensiero di Apicella, è nato il Movimento Arturo, la novità politica dell'ultimo mese in Italia. 
Di Arturo si parla in questi giorni sui social network e sui più importanti giornali d’Italia. Partorito da Makkox, al secolo Marco Dambrosio, fumettista e blogger, ospite fisso della trasmissione Gazebo, in onda su Rai Tre, che lanciò la seguente provocazione: "visto che le sigle per i nuovi partiti della sinistra sono ormai tutte (quasi) terminate, tanto vale battere nuove strade". Nacque così l’idea del Movimento Arturo, un vero e proprio movimento fake, chiamato, almeno all'inizio, e solo per gioco, a superare, in poco tempo, i follower su Twitter di tutti gli account dei partiti(ni) nati dalle scissioni della sinistra italiana.


(foto da internet)

Il primo obiettivo fu il bizzaro partito (almeno nel nome) Articolo 1 – MoDemPro. I conduttori di Gazebo si chiesero, giustamente, com'era possibile chiamare una formazione politica in questo modo... La proposta alternativa di Gazebo fu quella di chiamare un partito con un nome semplice semplice... Ecco, allora, Arturo: una nuova formazione (fake) della politica italiana. Il suddetto Articolo 1 – MoDemPro, e un altro partitino denominato  Campo progressista, progetto dell'ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, furono battuti su Twitter, nel giro di un'ora dal lancio del movimento, e subito dopo venne addirittura superato un movimento nazionale ben saldo, come quello della Lega Nord! 


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La sfida fu subito raccolta con entusiasmo dagli utenti e il movimento assunse forme del tutto inaspettate: nacquero i profili della sezione giovanile di Arturo, il gruppo femminista (denominato Artura), e poi ancora una gran quantità di profili di circoli territoriali in tutta Italia, l'ala a difesa dei diritti Lgbt, le sezioni all'estero (anche nei posti più sperduti); sorsero anche le prime consultazioni fra per la scelta degli organi dirigenti che segnalarono i conduttori del suddetto programma Gazebo, e cioè Diego Bianchi (in arte Zoro), Marco Dambrosio (in arte Makkox) e Andrea Salerno, come capi del movimento! 



(foto da internet)


Di pari passo sorse anche il foglio informativo L'Arturità -organo ufficioso del Movimento-, un giornale (?) da stampare e da twittare nei circoli e che dovrebbe servire, secondo gli ideatori, "a raggiungere tecnoanalfabeti, luddisti, feticisti cartacei e gente che ha finito i giga sullo smartphone". Il nuovo organo di stampa raccoglierà i contributi di tutte le aggregazioni arturiane, e avrà l'obiettivo di superare i lettori dell'Unità e seguirà la linea indicata dai Padri Fondatori di Gazebo!
Chi si è occupato di analizzare il Movimento Arturo, ha segnalato che esso rappresenta la valvola di sfogo di un elettorato a cui non mancano di certo le doti dell'inventiva e dell'iniziativa. Si tratta di un gruppo eterogeneo, senza una precisa collocazione politica, che fa fatica a riconoscersi nei partiti.
Il Movimento Arturo, sarebbe, quindi, secondo i sociologi, il divertimento di un popolo disorientato, incapace di trovare risposte in una seria formazione politica, e per tutto ciò è disposto a credere e dedicare le proprie energie ad un progetto fake. 


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Il Movimento Arturo, irriverente e scanzonato il giusto, vuole prendere in giro e prendersi in giro, ed è testimonianza di un fenomeno sociale che lascia, però, qualcosa di amaro in bocca. 
Il Movimento non vuol puntare al Parlamento, ma la sua genesi sfida, di fatto, la politica tradizionale.  Il Movimento Arturo celebrerà ad aprile le primarie -un giorno prima di quelle del PD- per scegliere il gruppo dirigente (?). Nel frattempo, i circoli Arturo creano gemellaggi, scambiano idee, stilano programmi e slogan... 
Orbene, tanto per citare di nuovo Nanni Moretti, chissà se il futuro segretario del Movimento dirà, davvero, qualcosa di sinistra... (vedi)













mercoledì 22 marzo 2017

la mensa più verde d'Italia

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Corrono per sedersi a tavola come se ad aspettarli ci fossero patatine fritte e merendine industriali, invece le cuoche della scuola dell'infanzia di Samassi, piccolo centro del sud ovest della Sardegna, scodellano piatti della tradizione e distribuiscono pane con ricotta e miele. Sulla parete dell'asilo fa bella mostra, insieme ai disegni dei bambini, il premio "MensaVerde" assegnato a ristorazioni per le comunità, pubbliche o private, che hanno mostrato una particolare attenzione alla qualità del cibo e alla riduzione degli impatti ambientali e sociali legati alla gestione. Nel 2016 la scuola dell'infanzia di Samassi aveva ricevuto una menzione speciale, quest'anno si è aggiudicata il primo premio con il progetto iniziato nel 2011 grazie alla collaborazione tra Comune, Azienda sanitaria di Sanluri e l'agenzia Laore, che si occupa dell'attuazione dei programmi regionali in campo agricolo e per lo sviluppo rurale.

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(foot da internet)

La mensa dell'asilo di Samassi non è la prima a puntare sulla qualità alimentare, ma l'idea che le sta a monte è unica per l'efficacia con cui ha coinvolto tutta la comunità. "Il primo obiettivo è la salute dei bambini - spiegano - ma questo progetto ha fatto crescere tutti noi". I bambini imparano a conoscere quel che trovano nel piatto, e grazie alla collaborazione con una fattoria didattica della zona, hanno avviato una loro piccola coltivazione di ortaggi. Si visitano le aziende fornitrici, e vengono guidati nell'ottimizzare il ciclo di produzione per ridurre gli sprechi e l'impatto ambientale. E fanno da portavoce con i genitori.


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Il coinvolgimento delle famiglie è parte fondamentale del progetto - conferma la vice sindaca e assessora all'istruzione del comune di Samassi - Le famiglie partecipano ai corsi e frequentano laboratori. Dall'avvio del progetto non ci sono mai state lamentele, nonostante il menù sia molto cambiato e ci siano alimenti, come le lenticchie e i legumi in generale, che di solito è difficile far accettare". 

Tutto grazie alla partecipazione attiva e a tre punti base: nutrizione di qualità, sostenibilità ambientale e informazioni alle famiglie.  "C'è stata un po' di resitenza - aggiunge - quando abbiamo spiegato perché volevamo usare sempre l'acqua del rubinetto. Siamo riusciti a provare che non serviva soltanto a ridurre i rifiuti e i costi, ma stavano puntando sulla qualità, perché l'acqua delle condotte è, se non uguale, più sana e migliore di quella imbottigliata".

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(foto da internet)

L'aspetto economico non è secondario, perché "fare una mensa di qualità non significa spendere di più. Certo il Comune ha dovuto lavorare e impegnarsi in un lavoro di ricerca per l'organizzazione. Il risultato però è stato di grande soddisfazione per tutti". L'esperienza di Samassi potrebbe ora fare da apripista per altre scuole. Il comune campidanese non è l'unico ad aver aderito al progetto della provincia del Medio Campidano, ma è il primo ad aver trovato tutte le soluzioni tecniche, a partire dalla redazione del capitolato per rendere possibile l'adesione a tutte le norme, compresa quella che richiede il ribasso dei costi. Di certo, l'essere una piccola comunità (poco più di 5mila abitanti) e la specificità del territorio sono stati d'aiuto, ma a fare la differenza sono state le persone, la loro voglia di immaginare un servizio migliore per i cittadini.

lunedì 20 marzo 2017

L'acchiappino (moderno)


(foto da internet)


Il dizionario Treccani, alla voce acchiappare, dice: "Afferrare, rapidamente e con una certa forza, una persona, un animale, una cosa (...)". Poi c'è il lemma acchiappino che viene definito così: "Nome toscano del chiapparello (gioco)", e cioè del gioco infantile che consiste nel rincorrersi per acchiapparsi; gioco che, è noto, in altre regioni,  col nome di acchiapparello, acchiapperello,  acchiapparèlla.




(foto da internet)

Orbene, il termine acchiappino viene usato, come neologismo, per designare il procacciatore, il buttadentro, l'acchiappaturisti, l'imbonitore, il cameriere che invita ad entrare (?), e chi più ne ha, più ne metta: e cioè quella nuova figura, di solito maschile (ma ci sono anche delle ragazze che fanno questo lavoro, usate come esca per i clienti), di colui che, piazzato davanti alla porta di un locale, ti invita ad entrare insistentemente, sventolando sotto il naso menù, flyer, bevande (qualche volta divorando un piatto di pasta davanti ai nostri occhi...), mentre ti afferra per un braccio.
A volte, è un trauma sentirsi quasi trascinati in un bar o in un ristorante in malo modo. La nuova figura dell'acchiappino, mestiere che si sta imponendo sempre più nelle città italiane (ma non solo), è fatto di pura esuberanza che spesso, però, sconfina nella molestia.



(foto da internet)

Crediamo, infatti, che un conto sia mettersi sulla soglia del locale e aiutare il turista, che magari si ferma a leggere il menù, e un altro paio di maniche è rincorrere il potenziale cliente, fino ad importunarlo.
Purtroppo, la caccia al turista presenta anche il rischio di emulazione. Chi non usa questi sistemi per accaparrarsi un cliente è quasi costretto ad adattarsi a questi metodi poco nobili. 
Il metodo per difendersi dall'acchiappino, di solito riconoscibile a distanza, perché abbigliato come un cameriere o un oste (ma non sempre), che, con fare sorridente e petulante, abborda l’incauto turista, o addirittura il passante, è rispondere nella lingua del paese: vado a pranzo a casa mia.
Ma è ancor meglio rispondere usando il dialetto locale. Dalle nostre parti si direbbe: "Vo' a pranzo là a casa mia!".
Se venite a Valencia, e se siete proprio stufi degli acchiappini locali, imparate a memoria questa semplice frase anti-procacciatore: "me'n vaig a dinar a ma casa". 
È infallibile! 

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lunedì 13 marzo 2017

La bora


(foto da internet)

Cari chiodini vicini e lontani, prima di chiudere il blog per qualche giorno per le Falles, vorremmo parlarvi di un vento peculiare: la bora
La bora è un vento di Nord Est, secco e freddo, che soffia violentissimo, con raffiche che raggiungono la velocità di circa 180-200 km/h, particolarmente lungo le coste dell’Istria, della Dalmazia e nel Quarnaro. È frequente nei mesi invernali, ed è il fenomeno meteorologico più rappresentativo della provincia di Trieste
La leggenda vuole che Bora fosse una ninfa che abitava i boschi del Carso. Le sue fresche folate davano sollievo ai contadini che lavoravano la terra durante le estati torride. Un giorno giunsero da lontano degli uomini cattivi che cacciarono gli agricoltori e posero di prepotenza le proprie case sul suolo carsico. Uno dei coloni uccise l'amato di Bora: la ninfa, da allora, in preda al dolore, si vendicò soffiando con gelida violenza. Fu così che divenne nemica implacabile degli uomini e, da allora, fa sentire la propria terribile e fredda rabbia. 


(foto da internet)

La bora nasce dall'’incontro tra un mare relativamente caldo, un retroterra elevato e freddo, e un valico che si apre sul golfo della splendida città di Trieste. Il vento gelido scende dalla Vallata della Sava di Lubiana e di Zagabria e, nella sua corsa verso il mare, viene diviso, dal Monte Nevoso, in provincia di Bolzano, dilaga sull'Altopiano carsico per poi precipitare sul golfo di Trieste.
La bora presenta, a volte, dei picchi di intensità e frequenza che possono assumere connotati simili a quelli dei venti generati dagli uragani. Le raffiche raggiungono l'intensità massima lungo le Rive di Trieste, in prossimità del centro cittadino. Le case della città hanno pareti portanti più spesse della norma nella direzione di provenienza del vento e alcune finestre, in zone con vegetazione, hanno protezioni in acciaio. 


(foto da internet)

Tra il 10 e l'11 febbraio 2012, sulla zona di Trieste, sono state registrate raffiche di bora di intensità straordinaria che raggiunsero i 182.88 km orari
Un detto triestino dice: "la Bora nassi in Dalmazia, la se scadena a Trieste e la mori a Venezia" (la bora nasce in Dalmazia, si scatena a Trieste e muore a Venezia). 
Il vento, viene chiamato Burja in Slovenia e Bura in Croazia
Uomo avvisato...

p.s. torneremo on line il 20 marzo. Bones Falles!

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venerdì 10 marzo 2017

Il Pantheon (a pagamento?)


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(foto da internet)

Il Pantheon è il tempio di tutti gli dei, il monumento più visitato d'Italia con circa 7 milioni di visitatori l'anno.  Si trova a Roma e fu costruito come tempio dedicato alle divinità di tutte le religioni, in una piazza centralissima che i romani chiamano della Rotonna (piazza della Rotonda)
Venne costruito tra il 118 e il 128 d.c., sotto l'imperatore Adriano, in sostituzione di un tempio innalzato da Agrippa nel 25 a.C., come attesta l'iscrizione sul fregio del pronao riferita all'edificio originario.  Ha esercitato da sempre una grande influenza su tutta l'architettura occidentale.
È un immenso tempio ad aula circolare interamente coperta da una cupola emisferica, preceduto da un porticato che si apre sul fronte con un pronao di derivazione greca con otto colonne corinzie che sostengono il timpano. 





(foto da internet)


La struttura è costituita da un tamburo cilindrico che sostiene una calotta emisferica il cui diametro interno è di m 43,20. Poiché il diametro interno della cupola corrisponde esattamente all'altezza da terra della sommità, prolungando idealmente la curvatura della volta si ottiene una sfera perfetta, tangente al pavimento, che simboleggia la sfera del cielo con evidente riferimento alle divinità cui il tempio è dedicato.
Nello spessore della muratura del tamburo si apre una serie di nicchie di forma alternativamente rettangolare e semicircolare: in questo modo il tamburo si trasforma in un insieme di grossi pilastri di sostegno, riducendo così il peso della struttura senza diminuirne la funzione resistente. 





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L'effetto di chiusura della volta viene diminuito dai profondi cassettoni gradualmente sempre più piccoli verso la grande apertura centrale, dal diametro di m 9,10. Poiché l'occhio/apertura è un foro a cielo aperto, il pavimento è di forma leggermente concava con un'apertura di drenaggio al centro.  È l'unico edificio romano che conserva ancor oggi il rivestimento marmoreo, i mosaici e gli stucchi; le enormi porte bronzee (alte 7 m) sono le più grandi fra le porte romane. L'edificio fu trasformato in chiesa cristiana nel VII secolo col nome di Santa Maria Rotonda.




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Il Pantheon è intimamente legato alla nostra identità: simboleggia, infatti, la continuità tra il mondo classico e la cultura moderna, mostra il ruolo di spicco che l’arte ha avuto nel nostro Paese (ospita le tombe di Raffaello e Annibale Carracci), racconta l'epopea nazionale (accoglie i sepolcri dei re d’Italia). Infine, rappresenta la comunione formale e sostanziale tra un monumento e la piazza, tipica dell'architettura italiana.
Orbene, il ministro Franceschini ha annunciato che, prossimamente, si pagherà il biglietto d'ingresso per poter visitare il monumento. 
Le critiche alla decisione del ministro sono fioccate da più parti: secondo alcuni il pedaggio è un vero e proprio peccato mortale sul piano civile e politico, mediante il quale un pezzo fondamentale di Roma verrà trasformato in attrazione turistica, disincentivando così i romani, e i cittadini italiani, dall’ingresso e dalla conoscenza di se stessi. 




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Altri hanno invocato la simonia, e cioè la vendita di cose sante, visto che il Pantheon è anche una chiesa consacrata (in Italia, secondo la Conferenza episcopale non si dovrebbe pagare per accedere alle chiese). Altri ancora hanno ricordato che il Pantheon è anche una scuola di memoria, di futuro e di cittadinanza. E i cittadini mantengono le loro scuole attraverso la fiscalità generale.
Anche le guide turistiche sono contrarie al provvedimento dato che, a loro avviso, il monumento è parte integrante del tessuto urbanistico e della storia di Roma
Il ministro Franceschini ha spiegato che gli introiti del Pantheon serviranno agli interventi sulla struttura e il ricavato potrà contribuire al Fondo di solidarietà, come già succede con il Colosseo e tutti gli altri musei, versando il 20% degli incassi totali.
Ma il botteghino lo faranno in plexigas colorato e lo metteranno all'interno del tempio? 


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mercoledì 8 marzo 2017

Generazione What? I millennial europei

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Politica zero, media poco meglio. E la felicità che, più che alle onnipresenti protesi digitali, ruota intorno alla cultura. Un elemento che probabilmente consente ai giovani europei – i Millennials fra i 16 e i 34 anni – di salvarsi dalle sirene del populismo che sembrano risuonare ai quattro angoli del Vecchio continente. Sono solo alcuni dei risultati di Generation What?, il progetto durato mesi e coordinato dalla European Broadcasting Union - Rai in collaborazione con Rep.it e concluso lo scorso ottobre. Un'indagine a tutto campo, che ha approfondito le posizioni delle giovani generazioni europee entrando nel merito di una serie di temi-chiave, dalla politica all’immigrazione passando per l’identità nazionale, il lavoro e, in generale, le speranze per il futuro. 
A fare da pilota è un questionario, cui ancora è possibile rispondere fino ad aprile.
 Risultati immagini per generazione what? 
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Se ne è parlato alla Rai, nel corso di una giornata di lavori battezzata “Reconnecting Europeans-The role of public service media”  in occasione di due scadenze essenziali per il Dna europeo: il 60esimo anniversario del Trattato di Roma – che cadrà precisamente il 25 marzo – e il coincidente 30esimo compleanno del programma Erasmus, quell’architettura di interscambio universitario che fra studio e amori ha coinvolto negli anni 3,5 milioni di ragazzi. Contribuendo forse più di molti altri progetti alla costruzione di un embrione d’identità europea. 
 Dunque, come si vedono i giovani europei e come inquadrano il loro futuro e le varie componenti della società? Se il 90% crede che alcuni o tutti i politici siano corrotti, al vertice di questa poco lodevole classifica ci sono Grecia e Francia mentre Paesi Bassi e Irlanda si attestano su un confortante 22%. L’Italia, fra l’una e l’altra risposta, si attesa sul 95%. In generale una media dell’83% prova sfiducia nelle classi dirigenti che sono alla guida dei governi dell’Unione e oltre (nel senso che hanno partecipato anche giovani di Paesi formalmente non aderenti all’Ue) con dei picchi in Italia (94%), ancora Grecia (92%) e Francia (92%). Le cose vanno meglio in Olanda e Germania, anche se non di molto (rispettivamente 62% e 63%). 

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Tuttavia il milione di giovani che ha risposto alle 149 domande del sondaggio lanciato quasi un anno fa, ad aprile 2016, vuole partecipare alla vita politica: il 69% ha per esempio voglia di esprimere la propria preferenza nelle urne. Non bene i media: mentre quelli tedeschi rasentano un livello accettabile con una fiducia del 39%, lo spazio di manovra si riduce quasi totalmente in Paesi come Regno Unito, Italia o Grecia, dove la sfiducia vola oltre il 90%.
I Millennial europei sono aperti all’immigrazione e non sembrano rispondere ai richiami dei nazionalismi. Il 73% crede infatti che l’immigrazione arricchisca la società (ci credono in particolare spagnoli , 85%, tedeschi, 83%, e danesi 83%). Si tratta di un sentimento maggiormente femminile  (75% contro 69%). Insomma, la voce verso l’accoglienza è chiara: quasi un terzo (32%) si dice infatti a favore dell’apertura a tutti i rifugiati, a prescindere dalle ragioni che li hanno spinti in viaggio, e un ulteriore 31% si dice d’accordo per chi fugge dalle guerre. Meno disponibilità, invece, per i migranti cosiddetti “economici”. Solo il 6% dei 16-34enni è del tutto contrario a ogni genere di accoglienza (soprattutto in Irlanda, Gran Bretagna e Repubblica Ceca).

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Ma che sapore ha la felicità dei giovani europei? Quello della musica (il 98% spiega che non sarebbe felice senza ascoltarne in grande quantità) e della lettura: il 73% lega infatti la propria felicità ai libri. Non tutto, insomma, se,brerebb girare intorno al grande totem contemporaneo che lo smartphone e le sue infinite possibilità: il 63% dichiara infatti di poter sopravvivere senza un telefono cellulare mentre un più contenuto 52% ritiene che internet non sia vitale per la felicità. Ciò di cui sembrano poter fare a meno, invece, è proprio quella tv che ha promosso l’indagine: il 79% dei partecipanti afferma di poter vivere senza. Così come della religione: solo il 15% la considera una strada privilegiata per una vita serena e felice. Sono invece importanti lo sport (56%) e ovviamente gli amici, fondamentali per il 92% degli intervistati, più dell’amore che si ferma all’86%.

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Certo è che, pur molto legati alle loro radici – è vero in particolare per i giovani italiani – i Millennial dipinti da Generation What? hanno del tutto smarrito il concetto di nazione: il 60% non lotterebbe per la patria anche se le sacche più convinte si trovano nei Paesi Bassi, Regno Unito, Repubblica Ceca e Irlanda. Il futuro è inoltre una terra accidentata ma da guardare in fondo con fiducia: il 72% sente di avere in pugno il proprio destino. Anche se la scarsa occupazione rende tutto maledettamente complesso in contesti come Spagna (38%), Italia (43%) o Grecia (48%). L’ottimismo sul futuro, che si attesta al 63% con ampie differenze fra i Paesi (Paesi Bassi e Repubblica Ceca sopra il 70%, Italia, Grecia e Uke sotto il 50%), non ruota però intorno all’Europa stessa (a cui si accorda una fiducia troppo bassa, sul 47%). Anche se in fondo il 76% si vede dentro i confini dell’Ue e la Brexit fa pochi proseliti.
 Insomma, come si legge nell’indagine in particolare riguardo agli italiani, i Millennials sono “cosmopoliti e disponibili a muoversi all’estero” e “percepiscono l’Europa come un’opportunità e un punto di riferimento, sebbene restino fortemente legati al luogo di origine. Ciò si traduce anche nell’apertura al diverso da sé, in principio accettata ma nella pratica poco realizzata poiché tutto si svolge nell’ambito della cerchia delle proprie amicizie, la quale è composta sostanzialmente solo da gruppi affini”. Opportunità tuttavia senza grande seguito (il 31% non ritiene lo stipendio in linea con le competenze professionali) se è vero che proprio “incertezza”, “boh”, “incertezze”, “disillusa” e “senza futuro” sono alcuni dei termini più utilizzati.

Risultati immagini per generation what? millennial  
(foto da internet)

 
“Quasi un milione di giovani ha ricevuto l’opportunità dai media di servizio pubblico di parlare e di essere ascoltato – ha spiegato Ingrid Deltenre, direttrice generale dell’Ebu – nell’immediato futuro la generazione del nuovo millennio si troverà alla guida del nostro continente, pertanto ascoltare la loro voce ed imparare da questo sondaggio ha per noi un grande valore. I media di servizio pubblico non stanno solo ad ascoltare ma forniscono al contempo una piattaforma per creare ponti, non solo fra generazioni, ma anche fra i cittadini e le istituzioni che hanno un impatto sulle loro vite. Generation What? sarà l'inizio di un dialogo sempre in crescita fra i giovani di vari Paesi, le istituzioni, i governi e l’Unione Europea”.  

domenica 5 marzo 2017

Curial e Guelfa, tra Valencia, Milano e Napoli



(foto da internet)

Qualche giorno fa, lo storico Abel Soler ha presentato, all’Università degli Studi di Valencia, il risultato della sua tesi dottorale (relatore il professor Antoni Ferrando) in cui ha attribuito il romanzo cavalleresco del XV secolo Curial e Guelfa Enyego d’Àvalos, (in italiano noto col nome di Innico o Iñigo d’Àvalos) un nobile spagnolo, valenciano d’adozione, cresciuto presso la corte d’Alfonso V d'Aragona.  
Re Alfonso, detto Il Magnanimo (Medina del Campo, 1396 – Napoli, 1458), conquistò il Regno di Napoli nel 1442, nella cui capitale stabilì la propria corte che divenne poi il fulcro della Corona d'Aragona.
Dal 1443 risiedette permanentemente nella città partenopea e non fece più ritorno in Aragona. Circa due secoli dopo la sua morte, nel 1671, i suoi resti mortali furono traslati al monastero di Santa Maria di Poblet.


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Il Magnanimo fu principe precursore del Rinascimento: favorì i letterati e manifestò il suo amore per gli autori classici. Alla sua corte si raccolsero i più dotti intellettuali dell’epoca -tra cui umanisti celebri come il Panormita e Lorenzo Valla-, provenienti da ogni luogo, e si rinnovò completamente il concetto di letteratura, che fu adeguata alle aspirazioni cesaree del nuovo sovrano. 
Diede a Napoli un'importanza primaria rispetto alle altre città del regno, trasformando la città partenopea in una vera e propria capitale mediterranea. Rifece Castel Nuovo (noto anche col nome di Maschio Angioino), aggiungendovi un arco di trionfo e decorandolo della stupenda sala del trono. Protesse le arti, le industrie, tra cui quelle della lana e della seta. 





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Probabilmente partecipò al cosiddetto Canzoniere di Montecassino, un manoscritto di circa cento fogli che raccoglie 141 brani, conservato negli archivi dell'Abbazia benedettina di Montecassino
Il Canzoniere è una raccolta eterogenea che riflette le molteplici attività della Cappella reale di Napoli, sotto il dominio di Alfonso V, che raggruppava cantori ed organisti provenienti dalle più svariate regioni d'Europa, e che comprende opere per la maggior parte anonime e di diversi generi, forme e stili, composte fra il 1430 e il 1480, e mescola raffinate canzoni di corte d'ispirazione francese, melodie popolari e danze contadine (ascolta). 




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In quest'ambiente visse, in Lombardia e a Napolial servizio del monarca, Iñigo d'Àvalos.
La sua opera, Curial e Guelfa, viene considerata come una delle manifestazioni più importanti della letteratura europea ed è una delle opere fondamentali della letteratura catalana.
Il manoscritto fu rilegato in Spagna, probabilmente a Toledo, in stile mudéjar, e molti secoli dopo passò a far parte dei fondi della  Biblioteca Nazionale Spagnola, in cui venne scoperto, nel XIX secolo, dal ricercatore Manuel Milà i Fontanals. Da allora il testo è stato attribuito a diversi autori. 
La tesi di Soler culmina una ricerca del professor Ferrando, il quale si era proposto di identificare l’autore del romanzo partendo dal profilo biografico, dall'utilizzo di molti termini prettamente valenciani (febra, bambollat, acurtar, mentira, rabosa, la fel, ecc.), dai molti calchi linguistici, e dalle fonti letterarie italiane, che diederono vita a un testo che solo può essere inquadrato nel contesto culturale della corte napoletana del Magnanimo.




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Da tempo, i filologi si erano soffermati su alcune peculiarità linguistiche dell'opera: italianismi, termini del lombardo e del napoletano, e, grazie alla traiettoria biografica di d’Àvalos (visse a Toledo, Valencia, Milano, Napoli), e ai nomi dei personaggi che formarono parte della sua vita reale, si è potuto comprendere meglio il contenuto e gli ideali dell'opera. Oltretutto, la carta usata per il manoscritto presenta delle marche della cosiddetta Biscia Viscontea, il simbolo di Milano, era usata nel 1447 presso la corte milanese.




(foto da internet)


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Il romanzo si compone di tre libri.  Nel primo si narra come Curial, educato dal Marchese di Monferrato, si lancia all'avventura cavalleresca incoraggiato dalla sorella del Marchese, Guelfa -di soli 15 anni-, che gli assegna una donzella di nome Festa come accompagnante. Il secondo libro è ricco di avventure, di tornei, di feste e di amori. Il terzo descrive il viaggio di Curial in Oriente, la prigionia a Tunisi e il ritorno a Monferrato, dove ritroverà Guelfa. Curial dovrà ancora lottare contro i turchi e, alla fine, riuscirà a sposare Guelfa.
Il d'Àvalos, nato ai primi del XV secolo, probabilmente a Toledo, da Rodrigo López conte di Ribadeo, si trasferì a Valencia all'eta di 8-9 anni al seguito del padre.
Egli fu condotto in Italia, nel 1435, da Alfonso V. Partecipò alla battaglia navale di Ponza, nella quale la flotta aragonese venne disfatta da quella genovese. Fu fatto prigioniero insieme con altri dignitari e con lo stesso re Alfonso, e fu condotto a Milano, ove Filippo Maria Visconti lo trattò con ogni gentilezza e lo trattenne presso di sé. Sposò Antonella d'Aquino, donna colta e ammirata, e ricevette come riconoscimento dal sovrano la contea di Monteoderisio (attualmente in provincia di Chieti, in Abruzzo). 




(foto da internet)

Dal 1449 venne insignito dal re della carica di gran camerlengo, e alla di lui morte (1458) fu uno dei maggiori personaggi del Regno. Morì nel 1484 a Napoli.
Il d'Àvalos fu un uomo colto e fu uno dei maggiori protettori e diffusori della rinascita umanistica nell'Italia meridionale. 
Curial e Guelfa è stato tradotto in italiano da due grandi amici di questo blog: Cesáreo Calvo e Anna Giordano, professori dell'Università di Valencia. 
In un'epoca come la nostra, piena di muri, di filo spinato e di sgambetti pieni d'odio, forse vale la pena ricordare la figura di d'Àvalos, grande scrittore, migrante a modo suo, che convisse fra culture, genti e lingue diverse.