mercoledì 22 febbraio 2017

Un asilo intergenerazionale

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 (foto da internet)

Alcuni hanno quasi un secolo, altri soltanto tre anni. Sono l'inizio e l'autunno della vita. A Piacenza c'è un asilo dove gli estremi si incontrano e vecchi e bambini "crescono" insieme. Dove la lentezza è un dono. C'è la signora Fiorella che ha 87 anni e Stefano e Carlo che vanno al nido. Lei spinge il deambulatore e loro la precedono. "Guardate - ride Fiorella - ho tanti cavalieri, non sembro una regina?". Poi tutti a sporcarsi di farina e a impastare torte. Divertendosi non poco. Mano nella mano. Perché i più anziani e i più piccoli hanno lo stesso passo, si sa, e basta uno sguardo per essere complici e diventare amici.

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 (foto da internet)

Aurora, 36 mesi, taglia pezzetti di mela e Maria, 90 anni, che è mamma, nonna e bisnonna e da giovane faceva la "bottonaia", mescola farina e zucchero, mentre Franco, classe 1933, legge le fiabe a Noemi, e Olga, nata nel 1927, attenta e lucida, racconta di sé: "Io li ascolto i bambini sapete, ci gioco, gli narro le storie della mia infanzia, e loro sono attenti, mi guardano diritti diritti negli occhi. E se mi fermo, mi tirano per il braccio: Nonna Olga, poi che cosa fa il lupo?".


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(foto da internet)

Si chiama "educazione intergenerazionale", consiste nel far coabitare nella stessa struttura un asilo nido e un centro anziani, i piccolissimi e i grandi vecchi. "E poi creare delle occasioni di incontro, come la cucina, la pittura, la lettura, in cui le età si mescolino, le generazioni si fondano, partendo dalla constatazione che gli anziani e i bambini insieme stanno bene, e imparano gli uni dagli altri" spiega Elena Giagosti, coordinatrice del progetto che l'Unicoop di Piacenza sta sperimentando da alcuni anni. Una grande struttura moderna di vetro e acciaio, finestre luminose sul verde, spazi ampi e colorati che ospitano circa 80 anziani e un nido per 40 bambini dai tre mesi ai tre anni. Luoghi divisi naturalmente, ma con tante aree comuni.

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(foto da internet)

A metà mattina c'è il laboratorio di cucina. Mele golden, lievito e granella di zucchero. Grandi e piccoli tagliano e impastano, sotto lo sguardo vigile delle educatrici. Carlo, tre anni, immerge il dito nel dolce: "Fiorella non ha fatto niente, ho fatto tutto io, sono un cuoco, e i nonni del nido sono buffi", e ride contentissimo della sua battuta. Giacomo Scaramuzza ha 94 anni, è stato giornalista alla "Libertà" ed è tuttora attivissimo. "Quando sono venuto a vivere qui, non sapevo che ci fossero anche i bambini, per me che non ho avuto figli sono stati una scoperta incredibile, io partecipo a tutte le attività, con loro non c'è bisogno di parole, ci si capisce con gli sguardi, c'è uno scambio assolutamente naturale. Troppo spesso oggi le età non si incontrano, come se la vecchiaia fosse qualcosa da nascondere. Così, invece, è un po' come passare il testimone...". Un progetto per adesso unico in Italia ma già attivo in Francia e soprattutto a Seattle, alla "Providence Mount St Vincent", la prima scuola materna inserita in un centro anziani, diventata famosa in tutto il mondo con il documentario "Present Perfect".



 


Racconta una mamma: "Mia figlia è entusiasta degli anziani del nido. Se li incontriamo fuori li saluta, li riconosce, come fossero amici della sua età". Perché a contatto con i "grandi vecchi" i piccoli imparano a non avere paura di rughe e disabilità, spiega Valentina Suzzani, responsabile pedagogica dell'asilo. "Così il deambulatore diventa un triciclo da spingere, la carrozzina del nonno una macchina sportiva, e se per gli anziani i piccoli sono una ventata di gioia, i bambini attingono alla saggezza e all'ironia di chi ormai non ha più fretta". "Oggi siamo oggetto di tesi di laurea, ma quando abbiamo iniziato non sapevamo nulla né della Francia né di Seattle - dice Elena Giagosti - avevamo però alle spalle decenni di esperienza della Unicoop nella gestione sia di nidi che di anziani. E ogni volta che avveniva "l'incontro" ci rendevamo di quanto fosse prezioso per entrambi. Così abbiamo pensato di far "convivere" sotto uno stesso tetto le varie età della vita. Ed oggi è un successo"

lunedì 20 febbraio 2017

Il mallegato


(foto da internet)


Il mallegato è un insaccato antimoderno, quasi politicamente scorretto. Fa parte dei cosiddetti salami del sangue ed è un prodotto toscano verace; assume nomi diversi e contenuti leggermente diversi a seconda della zona. In Garfagnana è chiamato Biroldo e nel senese Buristo. È un prodotto tipico di San Miniato, uno splendido borgo in provincia di Pisa noto anche, in gastronomia, per il suo splendido tartufo bianco 
Viene realizzato con le cotenne e le parti della testa del suino, cotte e macinate, a cui vengono aggiunti lardelli soffritti e sangue filtrato di maiale. L'impasto è insaporito, con sale, noce moscata, cannella, pinoli e uva passa. Il prodotto finale è insaccato nello stomaco del suino. Una volta semipieno, il budello è legato male  (da qui deriva il suo nome), e cioè viene chiuso in modo tale che il ripieno non occupi tutto il volume del budello, altrimenti durante la cottura, in un pentolone a circa 90°C, scoppierebbe. 



(foto da internet)

Alla vista è scuro, quasi nero, e il gusto non davvero è facile: allo stesso tempo aromatico per le spezie e dolce per il sangue.
Si mangia freddo, tagliato a fette spesse, infarinato e fritto in padella, accompagnato da legumi o da qualche erba (cicoria, rucola, ecc.) che possa contrastare il dolce del sangue e dell’uvetta, o anche accompagnato dalle cipolle di Certaldo cotte sotto la cenere.
Viene anche servito tagliato a fettine più sottili con un uovo sbattuto sopra. Il periodo di produzione va da ottobre ad aprile. 
Buon appetito!

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venerdì 17 febbraio 2017

Il Molise, la Lourdes d'Italia e i tratturi


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(foto da internet)

Castelpetroso (Castièllë, in molisano) è un comune italiano della provincia di Isernia, in Molise.
Il 22 marzo 1888, in località Cesa tra Santi, nei pressi del borgo, due pastorelle, Fabiana Cicchino e Serafina Valentino, stavano cercando una pecora smarrita, quando, all'improvviso, Fabiana venne colpita da una luce misteriosa proveniente da una grotta. La contadina si avvicinò alla cavità, e, a quanto pare, le sarebbe apparsa la Madonna (!), con il cuore trafitto da ben sette spade, lo sguardo rivolto al cielo, dinanzi al corpo di Gesù
L'altra contadina (Serafina), però, anch'essa accorsa sul posto, inizialmente non avrebbe visto nulla...




(foto da internet)

A questa prima apparizione ne seguirono altre: dieci giorni più tardi, il giorno di Pasqua, la Madonna sarebbe apparsa alle veggenti, esattamente allo stesso modo e, questa volta, anche Serafina affermò di averla vista! 
Il vescovo Macarone Palmieri, aprì un'indagine sui fatti e fu incaricato da papa Leone XIII di effettuare una ricognizione. Anche il vescovo, il 26 settembre 1888, avrebbe assistito, a sua volta,  alla visione della Vergine!
Nel frattempo, le apparizioni si sarebbero manifestate anche a diversi pellegrini, mentre una piccola sorgente d'acqua scaturì nei pressi della grotta...
Verso la fine del 1888, il direttore della rivista mariana Il Servo di Maria, Carlo Acquaderni, si recò a Castelpetroso col figlio dodicenne Augusto, afflitto da tubercolosi ossea: il ragazzo, dopo aver bevuto l'acqua della sorgente, inaspettatamente guarì.
Da allora si fece una colletta per la costruzione di un santuario un po' più a valle, che si iniziò con la posa della prima pietra nel settembre 1890 e che fu completato solo nel 1975, in stile neogotico. 





(foto da internet)

Il progetto fu affidato all'architetto Francesco Gualandi, il quale realizzò uno spazio capace di ospitare oltre 10.000 fedeli! 
Il santuario ricevette il nome di Maria Santissima Addolorata ed è composto da una pianta centrale, con sette cappelle laterali, che simboleggia il cuore trafitto da sette spade.  Il santuario e il luogo delle apparizioni sono collegati tra loro dalla cosiddetta Via Matris, lunga 750 metri. 
Quello di Castelpetroso è uno dei santuari più suggestivi d’Italia e, assieme a Fatima e Lourdes, è uno dei luoghi riconosciuti dal Vaticano come posto di apparizione sacra. 




(foto da internet)

Per chi volesse conoscer il Molise, una regione poco frequentata dai turisti, la zona dove si trova il santuario è ricca di opere e di luoghi d'interesse: un itinerario parte dalla Basilica dell’Addolorata e passa per Sant’Angelo in Grotte. In questo piccolo borgo medievale c’è la Chiesa Madre di San Pietro in Vincoli sotto la quale una bellissima cripta custodisce degli affreschi. 
Da qui, si raggiunge lo splendido sito archeologico di Altilia-Sepino dove è possibile ammirare le rovine dell’antica città romana: il foro, il tempio ed il grande teatro. L’itinerario prosegue verso il santuario Madonna della Libera di Cercemaggiore dove è conservata e venerata una statua lignea della Vergine risalente al XII secolo. 





(foto da internet)

Per concludere il viaggio si possono ammirare i cosiddetti tratturie cioè i lunghi sentieri erbosi, pietrosi o in terra battuta, che ebbero origine dal passaggio e dal calpestio del bestiame mediante i quali i pastori, sin dall'antichità, praticavano la transumanzae il borgo medievale di Termoli
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Per le apparizioni, invece, bisognerà attendere un po'...












mercoledì 15 febbraio 2017

La Traviata a Valencia

(foto da internet)

L'alta moda ha scelto l'amore eterno di una cortigiana: Valentino veste Violetta La moda e la cultura si fondono grazie al genio di Verdi. Il luogo che fa da scenario non è più solo il Teatro dell'Opera di Roma, ma anche il Palau de les Arts di Valencia, sempre con scenografia di un altro mostro sacro, Nathan Crowley, conosciuto per i film Interstellar o Batman Begins


«Nella mia vita ho sempre sognato di fare una Traviata ma in una maniera nuova», ha detto Valentino che ha disegnato i quattro vestiti di Violetta. «I grandi maestri da Visconti a Zeffirelli, la Callas, Piero Tosi, Lila de Nobili mi hanno tutti ispirato in questo mio nuovo impegno. Non ho voluto una Traviata moderna e ridicola come se ne fanno molte oggi, ho voluto una Traviata classica e splendida, e ho chiesto a Sofia Coppola di dare quel tocco moderno e sorprendente che la renderà speciale». Naturalmente ci sarà del rosso per Violetta. «È un colore che mi porto dietro da sempre. Non vedo l’ora di ammirarlo sul palco»

Invece i direttori ceativi della maison Valentino, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, hanno creato i costumi di Flora e del Coro, che sono stati  realizzati in collaborazione con la sartoria del Teatro dell’Opera.

La Traviata di Valentino: uno spettacolo da ricordare (foto da internet)



La Traviata di Sofia Coppola è quasi un’opera in forma di concerto: i cantanti non si muovono molto, hanno pose classiche, sembrano lasciati a se stessi. Coppola dichiara di essersi ispirata all’edizione mitica di Visconti degli anni Cinquanta con Maria Callas: di quello spettacolo memorabile, evento che creò scandali ed entusiasmi, non rimane però una vera traccia.

Traviata, un miracolo italo-americano: con Valentino e Coppola è record all'Opera
(foto da internet)

Si tratta di un’operazione forse non proprio perfetta ma sicuramente necessaria: la moda, oggi strumento pop e insieme culturale di aggregazione collettiva, può davvero contribuire in modo serio e costruttivo all’Opera, un mondo illustre e di grande cultura che però sta invecchiando troppo in fretta perdendo spettatori e quindi vedendo diminuire la propria rilevanza. Il salto generazionale da una borghesia infiocchettata, tipico pubblico dei teatri operistici, ai giovani di Spotify e iTunes può essere aiutato da stilisti come Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli. Da sempre i due amano mischiare le carte tra arte, architettura, moda e cultura in un concertato di voci e di eccellenza che poi crea, ogni volta, un cortocircuito interessante e prolifico. Si spera che in molti colgano il loro esempio: la cultura ha bisogno di moda perché la moda si nutre anche di cultura. È una regola che varrebbe la pena di ricordare. 


La Traviata si rappresenterà a Valencia dal 9 al 23 febbraio al Palau de les Arts.

lunedì 13 febbraio 2017

Le lingue, i dialetti e la prevenzione dell'Alzheimer






(foto da internet)

Un recente studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, coordinato da Daniela Perani, direttrice dell’Unità di Neuroimaging molecolare e strutturale dell’Ospedale San Raffaele di Milano, dimostra che le persone che parlano abitualmente due lingue sono più protette dalla demenza senile legata al morbo di Alzheimer: la malattia, infatti, si manifesta, nei soggetti bilingui, più tardi (circa 4-5 anni dopo, rispetto ai monolingui) e con sintomi meno intensi. 
I ricercatori hanno condotto lo studio su 85 pazienti italiani colpiti da Alzheimer, di cui metà monolingui e metà bilingui, provenienti dall’Alto Adige, mediante una tecnica di tomografia che permette di misurare il metabolismo cerebrale e la connettività funzionale tra diverse strutture del cervello. 
I risultati dello studio evidenziano che i pazienti bilingui con Alzheimer sono risultati in media più vecchi di 5 anni rispetto ai monolingui e hanno ottenuto punteggi più alti in alcuni test cognitivi che misurano la capacità di riconoscere luoghi e volti. Secondo gli autori dello studio, il bilinguismo costituisce una vera e propria riserva cognitiva che funziona da difesa contro l’avanzare della malattia.

(foto da internet)

La ricerca dimostra che gli effetti positivi del bilinguismo dipendono anche dal livello di esposizione e di uso di due lingue: più le due lingue sono utilizzate, maggiori sono gli effetti a livello cerebrale. Quindi, il punto non è solo conoscere due lingue, ma usarle costantemente in maniera attiva durante tutto l’arco della vita.
Il discorso vale anche per i dialetti: essere bilingui non significa necessariamente parlare italiano e un’altra lingua straniera (come i pazienti altoatesini, campioni dello studio sopraccitato, che parlano l’italiano e il tedesco), ma anche l’italiano e il dialetto della zona di provenienza.
E allora ci siamo ricordati delle parole del compianto Tullio De Mauro, il quale affermava, nel suo libro Storia linguistica dell'Italia repubblicanache il 44,1% degli italiani alterna, ancor oggi, l'italiano al dialetto e che questo fenomeno non era affatto negativo.




(foto da internet)


L'Italia venne segnalata dal noto linguista come esempio di comunità -la masse parlante di de Saussure-dove, a differenza di altri paesi, esiste un marcato multilinguismo.
Secondo De Mauro, fino al 1974 la maggioranza degli italiani, il 51,3%, parlava sempre in dialetto. Attualmente, il numero di coloro che parlano sempre in dialetto è sceso ma se l'uso esclusivo è in diminuzione, è in crescita, invece, l'utilizzo alternante di italiano e dialetto: il 18% nel 1955, contro il 44,1% attuale.
De Mauro segnalò che in una conversazione, non sempre in maniera programmata, si passa dall'italiano al dialetto e viceversa molto facilmente. Gli inglesi lo chiamano code switching,  ed è uno strumento importante che arricchisce il parlato, migliora l'espressività e, come evidenziato dallo studio neurologico, tiene alla larga l'Alzheimer!
Meditate, gente, meditate...






venerdì 10 febbraio 2017

All'inferno (?)





(foto da internet)

Si è tenuta in questi giorni, alla Normale di Pisa, una conferenza della sottosegretaria Maria Elena Boschi, intitolata La nuova frontiera dei diritti, dedicata al tema delle pari opportunità. 
La Normale di Pisa venne fondata, nel 1810, da Napoleone come gemella dell’École Normale Supérieure di Parigi
L'Istituto nacque per formare i futuri insegnanti dell’Impero, e con essi una nuova élite intellettuale europea basata esclusivamente sul merito e sul talento individuali.





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La Normale, fedele a questi valori, è diventata un centro di formazione e di ricerca tra i più rinomati d’Europa.
La Scuola ha reso accessibile ai giovani più meritevoli una formazione e un ambiente di ricerca ai massimi livelli, e ha dato vita a una concentrazione senza eguali di scienziati, scrittori, politici, economisti, uomini di cultura che hanno fatto la storia del nostro Paese.
Durante la conferenza della Boschi, un professore di chimica, per anni insegnante alla Normale,  Gianni Fochi, ha contestato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, rea, a suo parere, di avere sostenuto le unioni civili (!).  




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Il docente ha affermato: “Mi sembra che Lei equipari il concetto di diritto a quello di desiderio, anche per i desideri più distorti come quelli omosessuali. Dante la metterebbe con Semiramide"
La Boschi ha risposto rivendicando l’approvazione della legge in questo modo: “Lei mi può mettere pure nei vari gironi infernali, sarò sicuramente in buona compagnia!”.
Per i nostri studenti diremo che si stava parlando della Divina Commedia di Dante Alighieri e, nella fattispecie, dell'Inferno.





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Semiramide fu regina d'Assiria e sposa del fondatore dell'impero assiro-babilonese Nino, cui successe, regnando dal 1356 al 1314 a.C. Venne definita come la "più crudele e dissoluta femmina del mondo (sic)...".
La regina fu esempio di lussuria, e apre, nel canto V dell'Inferno la serie dei personaggi (fra i quali ricordiamo Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano, Paolo e Francesca) che viene trasportata e percossa incessantemente in aria dalla bufera, così come in vita costoro furono travolti dalla passione.

Dante afferma, con i famosi versi, che libito fé licito in sua legge, che Semiramide era così lussuriosa che per far sì che il suo comportamento risultasse normale agli occhi della popolazione, promosse una legge attraverso la quale tutti i sudditi dovevano essere altrettanto lussuriosi!



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Orbene, il colto professor Fochi ha citato, nella discussione con la Boschi, tra il serio e il faceto, proprio i versi in questione per difendere le sue idee. 

Comunque, cari chiodini, se non volete leggere (o rileggere) tutto l'Inferno -specialmente per le evidenti difficoltà linguistiche-, abbiamo pensato di proporvi un riassuntino, facile facile, che il gruppo musicale Oblivion (vedi>>), una sorte di incrocio tra il mitico Quartetto Cetra e i Monty Phyton, portò in tournée in molti teatri italiani, intitolato L'inferno in 6 minuti!
Gli animali e i personaggi che appaiono nell'Inferno degli Oblivion sono i seguenti:
la lonza, la lupa, il leone, Dante, Virgilio, Caronte, Beatrice, Paolo e Francesca, i Sodomiti, Ulisse e il Conte Ugolino.

Buon divertimento!

p.s. Ah, la Boschi, alla fine del suo intervento, ha affermato: "non ha senso negare diritti a persone che hanno tutelata l'uguaglianza nella nostra Costituzione rispetto a qualsiasi uomo e donna". La coltissima platea presente in sala, dinanzi a queste parole, ha applaudito!

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mercoledì 8 febbraio 2017

L'arte del saper scrivere che non c'è più

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"Molti studenti scrivono male in italiano, servono interventi urgenti".  È il contenuto della lettera che oltre 600 docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti hanno inviato al governo e al parlamento per chiedere "interventi urgenti" per rimediare alle carenze dei loro studenti: "È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente", si legge nel documento partito dal gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. Hanno deciso di denunciare con una lettera indirizzata al Governo, alla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli e al Parlamento: «il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato - si legge nella lettera, intitolata `Saper leggere e scrivere: una proposta contro il declino dell’italiano a scuola´ - anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema».
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Da tempo - continua la lettera - i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana". Secondo i docenti, il sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, "anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico".


 
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"Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all'aggiornamento degli insegnanti, ma - si fa notare -  non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti, oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né l'impegno degli insegnanti, né l'acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti". Nella lettera si indica quindi una serie di dettagliate linee d'intervento per arrivare, "al termine del primo ciclo" di studi, ad un "sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti".
 Nella lunga lista dei firmatari ci sono molti nomi illustri della Accademia della Crusca, rettori universitari, docenti di letteratura italiana, storici, matematici, costituzionalisti, economisti e docenti di diritto pubblico comparato e romano.
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"Circa i tre quarti degli studenti delle triennali sono di fatto semianalfabeti - si legge tra i commenti dei docenti alla lettera -  È una tragedia nazionale non percepita dall’ opinione pubblica, dalla stampa e naturalmente dalla classe politica. Apprezzo che finalmente si ponga il problema. Ahimè, ho potuto constatare anch'io i guasti che segnalate, dal momento che il mio esame è scritto e ne vengono fuori delle belle... È francamente avvilente trovarsi di fronte ragazzi che vogliono intraprendere la professione di giornalista e presentano povertà di vocabolario, scrivono come se stessero redigendo un sms, con conseguenti contrazioni di vocaboli, o inciampano sui congiuntivi".

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I docenti universitari, dunque, propongono alcune linee di intervento: una revisione delle indicazioni nazionali che «dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari», che dovrebbero contenere i «traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni» e l’introduzione di «verifiche nazionali periodiche» durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. «Sarebbe utile - affermano - la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola»

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I docenti si dicono «convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro».