lunedì 16 aprile 2018

Badi come parla!!! Attenti alle parole

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Diceva il grande comico, principe, Totò a un alterato futuro consuocero "Badi come parla" nel film Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, perché le parole hanno il loro peso. 
"Ma come parla? Le parole sono importanti!", gridava nel 1989 un Nanni Moretti giocatore di palla a nuoto a bordo piscina a una malcapitata giornalista colpevole di usare termini eccessivamente banali. Accadeva nella scena più famosa del film Palombella Rossa. E aveva ragione a dare tanta importanza al linguaggio, Moretti, perché le parole, quelle che usiamo tutti i giorni e che poco hanno che vedere con il curriculum scolastico, sono un po' come dei marcatori, indicatori del nostro livello di Ego, cioè dello stadio di sviluppo o maturazione della personalità degli individui in termini cognitivi, di pensiero, sociali e morali. Questa è la conclusione, sebbene semplificata, di una ricerca sul linguaggio parlato realizzata da psicologi Usa e pubblicata su Nature Human Behaviour. 







Gli autori dello studio hanno utilizzato 44mila brevi testi parlati raccolti in 25 anni dal Washington University Sentence Completion Test (Wusct), uno strumento che psicologi e psichiatri utilizzano da tempo per misurare l'Ego level. Per l'analisi dei linguaggi i ricercatori si sono serviti del Linguistic Inquiry and Word Count (Liwc), un sistema validato che, sulla base del conteggio delle parole e la valutazione della sintassi di testi, costruisce 81 categorie di linguaggio.


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Dall'analisi dei risultati - si legge in una nota di commento allo studio rilasciata dalla Florida Atlantic University, una delle istituzioni coinvolte dall'indagine - è emerso per esempio che nel corso della maturazione dell'Ego si passa da un linguaggio egocentrato, ricco di pronomi personali come io o me (in inglese Ime) a uno stile linguistico nel quale compaiono più spesso termini indicativi di complessità come "ma" o "sebbene", "nonostante". E, ancora, che le categorie Liwc associate agli impulsi (definite da parole che esprimono rabbia, parolacce…) corrispondono a livelli di Ego più precoci. Al contrario della lunghezza delle frasi, che invece si accompagnerebbe a stadi di maggiore maturità. 

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Secondo gli autori è possibile costruire la sequenza di sviluppo dell'Ego utilizzando un diagramma che visualizza parole raggruppate in aree distinte da colori diversi. Nel diagramma il livello di Ego progredisce in senso orario, iniziando dallo stadio di minore maturità (impulsivo, una fase che corrisponde a un linguaggio più egocentrato), attraversando livelli intermedi (conformista, consapevole…) per arrivare al livello autonomo/integrato. "Se lo sviluppo dell'Io può essere valutato sulla base del linguaggio quotidiano - ha detto Kevin Lanning, autore principale dello studio e professore di psicologia alla Florida Atlantic University - il contenuto dei testi, da quelli dei  feed di Twitter ai discorsi politici, dalle storie per bambini ai piani strategici, può fornirci nuovi approfondimenti sul nostro stato di sviluppo morale, sociale e cognitivo"

Vita da cani...






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Incredibile ma vero: a Roverè della Luna, nei dintorni di Rovereto, in Trentino,  un pastore maremmano di nome Miro è stato sequestrato e portato in un canile, secondo la disposizione del Tribunale di Trento, con l’accusa di abbaiare e disturbare il vicino (!), che vive a circa 300 metri di distanza. Il caso ha commosso l'Italia e ha mobilitato animalisti e amanti dei cani i quali, con una petizione, hanno raccolto per la sua liberazione circa 250.000 firme. La vicenda si è conclusa felicemente e la proprietaria del cane, Eva Munter, ha potuto riabbracciare Miro dopo circa due settimane. I giudici hanno deciso che il cane sarà in libertà vigilatà e, nelle ore notturne, dovrà stare in casa e non nel giardino! Roba da matti...

E se Miro è stato davvero trattato come un cane in chiesa, a Piacenza, invece, cani e gatti se la godono: possono aprire, udite, udite, un conto corrente!






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Amici fedeli è l'iniziativa della Banca di Piacenza, presieduta da Corrado Sforza Fogliani, il quale ha già aperto un conto corrente a Sun, il suo cocker spaniel. L'idea è venuta a un cliente della banca che ha richiesto di intestare un conto al suo cane per tutte le spese relative all’animale. In realtà si tratta di una finzione giuridica, giacché il nome del cane (o del gatto) viene indicato assieme a quello del padrone. 
Amici fedeli potrebbe, però, diventare una straordinaria idea di marketing: in Italia si calcola che ci siano ben 60 milioni di animali domestici tra cui 7 milioni di cani e 8 milioni di gatti.


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Finora il conto è stato aperto da un centinaio di clienti. Il costo è di 6 euro al mese, che includono alcuni servizi: home banking, finanziamento a tasso agevolato per l’acquisto di prodotti e servizi e per il pagamento delle spese veterinarie, polizza di responsabilità civile Zero pensieri a condizioni di favore e promozioni presso negozi e cliniche convenzionate. 
Amici fedeli regala anche un gps per il collare e tramite un’applicazione per cellulari è possibile impostare fino a cinque recinti virtuali per sorvegliare il cane o il gatto.
Bau!


venerdì 13 aprile 2018

Sant'Agata dei Goti


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In Campania, nella provincia di Benevento, si erge Sant'Agata dei Goti, una cittadina di circa 11mila abitanti che offre al viaggiatore un'incantevole posizione su una terrazza tufacea tra due affluenti del fiume IscleroIl suo centro storico, e l'integrità paesaggistica del comprensorio, le hanno procurato il soprannome di perla del Sannio. Il paese, dal 2012, fa parte del circuito de I borghi più belli d'ItaliaSant'Agata sorge sul luogo dell’antica Saticula, antica città sannitica ai con­fini della Campania. Il nome attuale risale al VI sec. d.C., quando i Goti, sconfitti nel 553 d.C. nella battaglia dei Monti Lattari, ottennero di rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell’impero e una colonia si stabilì nel borgo. 




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Posteriormente, la città fu presa dai Longobardi e fece parte del Ducato di Benevento. Nel 1066 se ne impadronirono i Normanni e, nel 1230, passò al Papa Gregorio IX.
Dal XIII sec. numerose casate si alternarono nel controllo del borgo sino al 1696, anno in cui Marzio Carafa, duca di Maddaloni, l’acquistò e alla cui famiglia rimase fino all’eversione della feudalità.  Alla fine del '700 divenne residenza di alcune famiglie patrizie provenienti dal Regno di Napoli
Poco lontano da Sant’Agata furono costruiti, quasi due secoli fa gli scenografici Ponti Vanvitelliani dell’acquedotto Carolinonato per alimentare il complesso di San Leucio e che fornisce anche l'apporto idrico alla nota Reggia di Caserta, prelevando l'acqua alle falde del monte Taburno e trasportandola lungo un tracciato che si snoda, per lo più interrato, per una lunghezza di 38 km. L'opera, che richiese 16 anni di lavori e il supporto dei più stimati studiosi e matematici del regno di Napoli tra cui Luigi Vanvitelli, fu riconosciuta come una delle opere di maggiore interesse architettonico e ingegneristico del XVIII secolo.


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Il borgo offre ai turisti itinerari dedicati all'enoturismo e al cineturismo: Sant’Agata fu scelta, infatti, come set cinematografico di film quali Il resto di niente, La mia generazione e Si accettano miracoli di Alessandro Siani (vedi>>).
Per chi ama l’architettura religiosa c'è solo l'imbarazzo della scelta: la chiesa dell'Annunziata del XIII secolo, con gli splendidi affreschi dell'abside che risalgono al XIV, e la pala d'altare del 1483 realizzata dal pittore napoletano Angiolillo Arcuccio raffigurante l'Annunciazione.
E poi ancora la Chiesa di San Menna,  fondata in epoca bizantino-longobarda, nella quale vi sono le reliquie di un santo eremita molto noto a quel tempo: Menna, uomo poverissimo vissuto ai tempi dei Longobardi, venerato come protettore delle madri poiché ridava loro il latte in caso di mancanza. 



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E ancora la Chiesa e il convento di San Francesco, rimaneggiata nel '700, che contiene al suo interno elementi di diverse datazioni come la tomba di Ludovico Artus, feudatario di Sant'Agata fino al 1370, il soffitto ligneo a cassettoni settecentesco e una preziosa pavimentazione, e alcune cappelle votive segnate dagli stemmi delle famiglie patrizie locali.
Per finire la  Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, costruita nel XVIII secolo per volere di Sant'Alfonso Maria de' Liguori.
Si può passeggiare tranquillamente per le vie del borgo, nella loro tipica struttura a fuso, con le due strade principali, via Aniello e via Martorano. Tra queste due vie vi sono le case gentilizie con all’interno gli orti che permettevano alle famiglie di sopravvivere agli anni di assedio. Nel cuore del tufo, base del borgo, si possono ammirare i cunicoli un tempo usati come passaggi segreti.



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Per finire ci si può far raccontare l’incredibile storia del vaso dipinto da Assteas raffigurante il Ratto di Europa, trafugato da Sant’Agata,  uno dei più noti crateri realizzati da Assteas, artista pestano del IV secolo a.C., definito il vaso più bello del mondo.
Il cratere fu rinvenuto nel borgo, nei primi anni '70, da un operaio edile, durante dei lavori di scavo per la rete fognaria, e fu venduto sul mercato nero...






















































mercoledì 11 aprile 2018

Parma da scoprire

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Parma, ambasciatrice della Food Valley nel mondo: la città è stata proclamata l’unica Città Creativa UNESCO per la gastronomia in Italia, conferendo lustro alla già straordinaria tradizione enogastronomica di tutta l’Emilia-Romagna, la regione che detiene il record europeo di prodotti Dop e Igp, ma anche quella che la rivista statunitense Forbes ha definito “Italy’s greatest gastronomic treasure”.
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Parma, una delle città più golose del mondo, è conosciuta per le eccellenze gastronomiche come Parmigiano-Reggiano, Prosciutto di Parma, Culatello di Zibello, Salame di Felino, Fungo di Borgotaro, per citare solo alcuni dei tesori di un territorio straordinario anche sul fronte della musica e dell’arte. Parma offre anche itinerari dedicati alla biodiversità, alla visita di fattorie rurali, alla scoperta di prodotti a Km 0 che raccontano la vita di chi li produce… perché Food Valley non è solo “buon cibo”, ma è un modo di vivere. La proclamazione UNESCO è una straordinaria conferma di questa realtà, in cui la tradizione si accompagna a una spiccata capacità d’innovazione nel campo della sicurezza alimentare e della ricerca, grazie alla presenza dell’Efsa (European Food Safety Agency) e dell’haute cuisine con Alma, la Scuola internazionale di cucina con sede a Colorno, di cui è rettore lo Chef Gualtiero Marchesi. A tutto ciò si aggiungono ristoranti stellati e accoglienti trattorie, rassegne e manifestazioni fieristiche internazionali come Cibus, senza dimenticare le sagre e i mercati che invitano a una passeggiata e allo shopping.

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La rete delle città creative Unesco è attualmente composta da 69 membri, dove sono rappresentati 32 Paesi, per sette ambiti creativi (Craft and Folk Art, Design, Cinema, Cibo, Letteratura, Musica e Arti Digitali). In Italia diverse città dell’Emilia-Romagna hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento andando a formare un ideale tour lungo la Via Emilia. Iniziando il viaggio da Ovest si parte dai sapori di Parma, per poi passare alla Ghirlandina di Modena, alla musica di Bologna, alle ceramiche di Faenza, ai palazzi di Ferrara fino ad arrivare alla costa Est con i mosaici di Ravenna. L’Emilia Romagna si trova in un’ottima posizione strategica fungendo da confine tra il nord Italia e il centro-sud, vicina alle 5 Terre, alla Toscana, a Venezia e a Milano, raggiungibile in poco tempo con i treni Alta Velocità dalle principali città italiane.
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Ma oggi parliamo di Parma non per la sua squisita gastronomia o per i suoi legami privilegiati con la musica, ma perché punto di riferimento culturale. Nel 2020 sarà la Capitale italiana della Cultura. Nell’attesa, dà un assaggio di ciò che offrirà tra due anni valorizzando, per tutta la primavera, la creatività contemporanea del nostro Paese. Parma, terra d’arte e buon cibo dell’Emilia Romagna, è pronta per dare il via, il prossimo 14 aprile, a PARMA 360 Festival della creatività contemporanea. Quella di quest’anno è la terza edizione. Un appuntamento ormai stabile che vede in programma, fino al 3 giugno, iniziative ed eventi in diversi spazi istituzionali e privati della città. 
Vario il programma: ci sono mostre di pittura e di fotografia, di arte digitale e di scultura. Non mancano concerti, performance, laboratori e attività formative con le personalità più importanti del settore.

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La manifestazione è anche l’occasione per valorizzare il patrimonio artistico del capoluogo, trasformando il territorio in un vero e proprio museo diffuso: ecco che l’arte contemporanea invade chiese sconsacrate, palazzi storici e spazi di archeologia industriale non sempre noti agli abitanti. E che gioielli storici come l’Ospedale Vecchio, le ex Chiese di San Quirino e San Tiburzio e l’area industriale dell’ex SCEDEP fanno da sfondo a opere ultramoderne. Il tutto, con un imprinting “green”. 
Fil rouge dell’iniziativa, infatti, è il tema della sostenibilità ambientale e del rapporto tra uomo, paesaggio e natura. 
Il festival diventa, così, un’occasione significativa per riflettere sul crescente senso di responsabilità dell’individuo nei confronti del pianeta e sugli effetti che i comportamenti sbagliati di oggi possono avere sulla qualità della vita delle prossime generazioni.

mercoledì 28 marzo 2018

Quando l'Italia scoprì il gazpacho

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Forse è difficile, per lo spettatore di oggi, capire l'effetto di novità che rappresentò trent'anni fa l'arrivo di Donne sull'orlo di una crisi di nervi. Il film uscì in Spagna il 23 marzo 1988 e in Italia passò la prima volta alla Mostra di Venezia di quell'anno. Il quasi quarantenne Almodóvar, al suo settimo lungometraggio, cominciava a essere noto nei festival internazionali, ma fu questo il film che lo fece scoprire in tutto il mondo, fino alla nomination agli Oscar. Si parlava di un remake hollywoodiano prodotto da Jane Fonda, poi una decina d'anni fa di una serie tv prodotta dalla Fox, e non sono mancati gli adattamenti teatrali, anche perché il film si svolge quasi tutto in interni.

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Il suo cinema segnava la rinascita in fondo gioiosa della Spagna, e di Madrid in particolare, dopo la fine del franchismo (il primo corto del regista risale a tre anni dopo la morte del dittatore). Ma qui Almodóvar faceva due operazioni in più, rispetto ai film precedenti. Se in precedenza i suoi lavori avevano una forza di provocazione diretta e uno stile, almeno agli inizi, sporco e caciarone (Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio), qui sceglie, fin dai titoli di testa con foto rétro sulle note di Soy infeliz, una superficie glamour e vintage, un richiamo al cinema del passato, che è un'assoluta novità e fa la fortuna del film.

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(foto da internet)

L'altra scelta è mascherare le tematiche esplicitamente gay di La legge del desiderioe i temi scabrosi di altri film (le perversioni di Matador, le suore poco ortodosse di L'indiscreto fascino del peccato) in un mondo da commedia sofisticata piuttosto controllata, ma in verità popolato da donne sopra le righe: una protagonista ossessionata ma tenace e quasi eroica, le altre buffe o minacciose, ma comunque tutte matte.


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(foto da internet)

Era insomma, all'apparenza, un film su donne senza uomini, sperdute dopo la stagione del femminismo (tra le fonti c'era il celebre monologo di Jean Cocteau, La voce umana), ma in realtà soprattutto la costruzione di un elegante mondo camp che farà scuola in molto cinema europeo, dalle prime cose di Pappi Corsicato (Libera) a certi lavori di François Ozon (8 donne e un mistero). I suoi temi e il suo stile insomma erano resi digeribili a un pubblico più vasto, anche e forse soprattutto femminile; perfetti per un pubblico di cinema d'essai che in quel momento aveva, anche in Italia, il suo massimo splendore.

Pedro Almodóvar, 30 anni delle sue donne complicate e isteriche che conquistarono tutti
(foto da www.repubblica.it)



Da questa eleganza cinefila il regista non si distaccherà più, nei suoi film più comici o nei mélo più appassionati, a cominciare da Tutto su mia madre, magari arricchendola con tonalità più o meno serie e un discorso articolato sui generi sessuali, sulla politica, sulla famiglia. Curiosamente, invece, sarà meno utilizzato un altro elemento di novità: l'uso ironico e straniante della musica classica, con il Capriccio spagnolo o la Sheherazade di Rimskij Korsakov alternate alla voce di La Lupe, mitica cantante cubana.

Pedro Almodóvar, 30 anni delle sue donne complicate e isteriche che conquistarono tutti
(foto da www.repubblica.it)

Oggi riguardare Donne sull'orlo di una crisi di nervi fa uno strano effetto. E non solo perché tra gli attori si riconoscono tutti i volti famosi del regista: Carmen Maura, Rossy De Palma e Victoria Abril, ma anche un giovanissimo Antonio Banderas con occhiali da nerd, e addirittura una comparsata di Javier Bardem come pony express. Ma soprattutto perché significa ritornare a una stagione di registi europei, autori che si sono resi riconoscibili con un marchio e uno stile, che a modo loro sono stati (e sono) anche divi per un pubblico colto transnazionale. 
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(foto da internet)

In Italia, dove Donne sull'orlo vinse anche il David di Donatello per il miglior film straniero, il successo fu strepitoso: diciannovesimo posto, dopo L'ultima tentazione di Cristo e prima dei Gemelli con Schwarzenegger e Danny DeVitocon quasi 570mila mila spettatori. Coi prezzi attuali dei biglietti, incasserebbe tre milioni e mezzo di euro: un risultato che per il cinema d'autore è oggi quasi sempre un traguardo irraggiungibile.




Con Donne sull'orlo di una crisi di nervi vi salutiamo e vi auguriamo Buona Pasqua. 
Ci riviediamo online mercoledì 11 aprile.
Auguri!

lunedì 26 marzo 2018

La giornata del cugino (argentino)




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Durante la fiera Borsa Mediterranea del Turismo (BMT) che si è tenuta di recente a Napoli, il ministro del Turismo argentino, Gustavo Santos, ha lanciato una campagna di promozione turistica che istituisce il 23 marzo come il “Día del primo argentino” (La giornata del cugino argentino): un invito agli italiani a far visita ai loro familiari residenti in Argentina (vedi>>).  La compagnia di bandiera, Aerolíneas Argentinas, offrirà dal 26 al 31 marzo, nuove tariffe a partire da 764 euro per i voli diretti fra Roma e Buenos Aires, e altre connessioni per 37 destinazioni nazionali e del Sudamerica.
Oggigiorno i nomi di FangioSivoriManuel BelgranoAstor PiazzollaJorge Mario Bergoglio,  dello scultore Marino di Teana, dei pittori Antonio Berni Lucio Fontana, dello scrittore Ernesto Sabato, fanno parte della nostra memoria collettiva. Noi non abbiamo -almeno che si sappia ufficialmente- cugini in Argentina, ma vorremmo celebrare, a modo nostro, questa giornata.
Diceva Octavio Paz che gli argentini sono italiani che parlano spagnolo e si credono inglesi. Può darsi; ma i dialetti italiani, parlati dagli immigrati, diedero al lunfardo, un argot parlato fondamentalmente a Buenos Aires, termini quali biaba: paliza; facha: rostro (da faccia); fiaca: desgana, pereza (da fiacca); laburo: trabajo (da lavoro); matina: mañana (da mattina), ecc.




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L’Argentina fu per gli italiani la terra promessa: solo dal 1886 al 1889 vi sbarcarono circa 350mila migranti, la maggior parte dei quali proveniva dall’Italia settentrionale. 
Nel libro Sull’oceano, pubblicato nel 1889, lo scrittore Edmondo De Amicis, raffigurava assai bene i motivi per i quali si lasciava l'Italia: mi emigro per magnar (emigro per poter mangiare), dice, infatti, un migrante a bordo di una nave per l'Argentina. Tra il 1876 e il 1900 l'emigrazione italiana in Argentina interessò prevalentemente l'Italia settentrionale, con tre regioni che fornirono da sole più del 47% dell'intero contingente migratorio: il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia ed il Piemonte. Nei due decenni successivi il primato migratorio passò all'Italia meridionale, con quasi 3 milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, e quasi 9 milioni da tutta l'Italia.






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La cosiddetta grande emigrazione, che avvenne tra la fine del XIX secolo e gli anni '30 del XX secolo, fu dovuta all'estrema povertà della popolazione italiana e alla mancanza di terre da lavorare, specialmente nell'Italia meridionale. Un'altra decisiva causa che si aggiunse a quelle sopraccitate fu la sovrappopolazione, soprattutto nel sud, che portò a una forte crescita demografica che spinse le nuove generazioni, tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo, ad emigrare all'estero, soprattutto nelle Americhe.  
Per quel che riguarda l'Argentina, secondo le statistiche, gli italiani nati in Italia, sono poco più di un milione, ma calcolando anche i discendenti fino alla terza generazione, cioè coloro i quali hanno diritto alla cittadinanza italiana (mediante il cosiddetto ius sanguinis), si raggiungono i 5-6 milioni.






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L’immigrazione rappresentò in Argentina un fenomeno prettamente urbano. Il primo censimento nazionale del 1869 registrava che il 59% di tutti gli italiani residenti viveva nella città di Buenos Aires e il 3% del totale viveva nella città di Rosario

L’immigrazione di massa in Argentina venne creata da spazi legislativi ben chiari: la Costituzione argentina del 1853 sancì la libertà d’immigrazione e la legge di Immigrazione e Colonizzazione del 1876 concedeva molte facilitazioni agli immigranti (alloggio gratuito per cinque giorni, biglietto gratuito in treno per l’interno, ufficio di collocamento, promesse di concedere terra pubblica con effetti, nella pratica, limitati).





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Parimenti, la difficoltà a integrarsi dei migranti fu notevole: la difesa fuorviante della propria identità, l’idea di considerarsi ospiti a tempo determinato, le reti sociali ristrette e familiari generarono un'integrazione limitata. In questo contesto, il governo promulgò, nel 1902, una legge anticostituzionale che permetteva di espellere qualsiasi straniero ritenuto pericoloso senza un intervento giudiziario, soltanto attraverso una decisione unilaterale del ministero dell’interno. Molti italiani furono colpiti dal provvedimento, alcuni collegati ai movimenti sindacalisti e anarchici.



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In Parlamento si discusse addirittura un accordo speciale con l’Italia per attirare nuovi immigrati: stabiliva le seguenti preferenze: piemontesi prima, italiani del nord dopo, meridionali, alla fine... Questa tendenza attecchì nella classe dirigente argentina: nel 1947, il governo di Perón spedì una delegazione in Italia per attirare immigrati, consigliando che il reclutamento dovesse tenersi solo a Nord di Roma... 
Ciononostante, l'eterogenea società argentina riuscì a trovare un modello di Paese in cui potettero coesistere insieme, senza perdere la loro identità, in un pluralismo sociale tollerante, varie culture ben definite.



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Un fattore d'integrazione furono anche le grandi istituzioni sportive create da italiani: ad esempio, i due maggiori club di calcio, il Boca Juniors e il River Plate, trovarono un pubblico di tutte le nazionalità.
Nel mondo della politica, l’apporto italiano alla nascita dei primi sindacati e alla diffusione di anarchismo, socialismo e comunismo fu decisivo. Gli italiani contribuirono, in modo determinante, allo sviluppo di sé e dei paesi nei quali si recarono; furono una classe subalterna che subì repressioni e ostracismi, miserie e aggressioni, anche se, di quella migrazione, sembra sussistere scarsa memoria. 





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Per celebrare la giornata abbiamo scelto due canzoni: Italiani d'Argentina (ascolta>>), di Ivano Fossati, e Argentina (ascolta>>) di Francesco Guccini.
p.s.  dedichiamo questo post a chi ci legge da lontano, alla memoria di una giovane coppia (anch'essi italiani di Argentina), che abbiamo assunto a simbolo dell'orrore della dittatura: Laura Noemi Creatore e Norberto Sant'Angelo, desaparecidos a soli 23 anni, nel 1976, e alla profonda dignità e umanità di Adriana Creatore e dei suoi familiari. 

venerdì 23 marzo 2018

La Desolata di Canosa


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Canosa di Puglia (Canàuse in apulo-barese) è una cittadina di circa 30mila abitanti della provincia di Barletta-Andria-Trani, in Puglia. Il toponimo può derivare dal termine greco Canusion, usato per indicare il primo nucleo sviluppatosi nell'VIII secolo a. C., ma un'altra ipotesi vuole che il nome della città derivi da canis (cane) e, infine, un'altra teoria sostiene che Canosa provenga dal greco χάνεον (cesta di vimini) per la presenza numerosa di vimini spontanei lungo la riva del vicino fiume Ofanto. La cittadina fu fondata secondo la leggenda dall'eroe omerico Diomede, decantato nell'Iliade.  


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Canosa è famosa grazie a un rituale collettivo, unico nel suo genere, simbiosi di devozione religiosa e di celebrazione dell'amore fra una madre e il proprio figlio: la cosiddetta processione della Desolata che si celebra la mattina del Sabato SantoLa processione è uno dei riti religiosi più importanti e significativi della Settimana Santa in Italia (vedi>>). 
Su un antico inno intonato, a ritmo di marcia funebre, da 360 donne vestite a lutto, alcune di esse scalze, e col volto coperto da un velo nero, viene ripreso un antico testo –tratto dall’Inno della Desolata di Antonio Lotti (XVIII secolo), a sua volta basato sullo Stabat Mater di Jacopone da Todi (XIII secolo)– che  vuol condividere il dolore della Vergine Maria per la perdita del proprio figlio.





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Il corteo avanza nel più assoluto silenzio squarciato solo dal canto intonato su un registro vocale acuto, in un'alta espressione della tragedia. Impenetrabili allo sguardo di chiunque, le donne si tengono strette l'una all'altra lungo il tragitto della processione, intonando un canto straziante. 
La musica che accompagna il corteo, scritta per banda dal clarinettista Domenico Jannuzzi, accompagna il passo della donne. Il corteo, che percorre le principali vie della cittadina, conta sulla presenza di bambine vestite da angeli che portano in mano i segni della Passione di Cristo: la corona di spine, le funi, le fruste, la canna, il calice, i dadi, i chiodi, ecc. 




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Fa spicco la statua della Vergine Desolata che raffigura l’Addolorata che compare vestita a lutto, impietrita accanto alla croce. Le donne recitano lo Stabat Mater dolorosa dum pendebat Filius contristatam et dolentem pertransivit gladius (la Madre addolorata in lacrime presso la Croce su cui pendeva il figlio dal cuore trafitto da una lancia), che è divenuto l’Inno della processione, ripetuto più volte lungo il tragitto dal coro, che colpisce e sferza per la sua particolare forza e passione.