mercoledì 18 gennaio 2017

Il freddo minaccia le opere d'arte

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(foto da internet)

Strana scena alla Pinacoteca di Brera a Milano: un paio di quadri scomparsi all'improvviso dalle pareti, e una quarantina rimasti al loro posto ma coperti con vistosi cerotti. Motivo: scongiurare il distacco del colore. L'aria molto fredda (sotto zero) e molto secca che ha ghiacciato Milano ha fatto venire i brividi anche all'impianto di condizionamento della Pinacoteca. L'allarme è scattato nella notte tra giovedì e venerdì scorso. L'umidità relativa nelle sale era scesa sotto il livello di guardia. Una minaccia per i dipinti, specie per quelli su tavola. Il legno "respira". Se la temperatura e l'umidità variano troppo repentinamente, il supporto si dilata e la pellicola di colore rischia di sollevarsi e poi staccarsi. È accaduto al Cristo alla colonna del Bramante, uno dei capolavori del museo, icona del Rinascimento. Subito trasferito nel laboratorio di restauro. Così come un'altra opera del tardo Quattrocento, le Storie di San Gerolamo dipinte dal veneziano Lazzaro Bastiani. Negli scorsi giorni, dunque, i visitatori, al posto dei quadri, hanno trovato le fotografie con l'annuncio "in restauro".

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(foto da internet) 


Ancor maggiore la sorpresa di fronte alla quarantina di dipinti lasciati nelle sale ma incerottati. Cioè ricoperti, più o meno vistosamente, con sottili fogli di carta velina giapponese. Un modo per fermare l'eventuale distacco del colore in attesa di più approfondite verifiche. Il più famoso tra i quadri "velinati" (il termine tecnico è questo) è la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, caposaldo della pittura mondiale, "sequestrato" a Urbino ai primi dell'Ottocento dagli agenti di Napoleone e portato a Milano per arricchire la nascente "Grande Brera" imperiale. Tra gli altri dipinti su tavola a rischio, e intanto curati con i cerotti, figurano la Madonna con il bambino di Giulio Campi, il San Gerolamo di Bartolomeo Montagna, una Madonna del Sampietrino, una Vergine con la crocifissione dell'Ortolano.


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(foto da internet)


Il condizionamento della Pinacoteca è governato da quattro motori, al servizio di trentotto sale. Che l'allarme sia scattato è un buon segno. Lo è meno il fatto che le sale non abbiano resistito a un clima sì rigido, ma non inedito per Milano. La notizia sembra aver colto di sorpresa la direzione di Brera, che ha tardato a diffondere un comunicato ufficiale.

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(foto da internet)

È la prima brutta notizia che turba il lavoro di James Bradburne, l'effervescente direttore manager anglocanadese al vertice di Brera, dal Palazzo Strozzi di Firenze, in seguito alla riforma Franceschini. "Tutta colpa di un terremoto climatico, ma non è successo nulla di irreparabile" minimizza Bradburne. "Abbiamo messo i quadri in sicurezza, il Bramante doveva andare comunque in restauro e lo anticiperemo, il museo è sotto controllo e nei prossimi giorni proseguirà il monitoraggio". Il direttore, impegnatissimo, e finora con successo, nella promozione di Brera, teme le accuse di scarsa attenzione alla tutela del patrimonio: "Ma non è così, la tutela è la nostra priorità".

lunedì 16 gennaio 2017

I misteri di Acerenza


(foto da internet)


Acerenza (in dialetto lucano Lagerénze), detta anche Città-cattedrale, si trova in provincia di Potenza, in Basilicata.  Forma parte dei circa 258 borghi più belli d'Italia. È posta su un altipiano a più di 800 metri di altezza, tra il fiume Bradano e il suo affluente Fiumarella.  La cittadina ha sempre avuto un ruolo importante, dal punto di vista strategico, per la difesa del territorio. Il simbolo del borgo è la sua imponente Cattedrale, dedicata alla Madonna Assunta e a San Canio, in stile romanico-normanno.  


(foto da internet)

Ha una facciata maestosa in pietra e presenta un portale con due colonne. La chiesa ha una pianta a croce latina con tre navate. Sotto il presbiterio c’è una cripta, costruita nel 1524, per volere della potente famiglia Ferrillo.
Questa cattedrale è nota per due misteri (?!): una reliquia del santo patrono di Acerenza (San Canio vescovo); e la tomba della figlia del conte Dracula!



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Iniziamo dal santo patrono: San Canio fu vescovo in Africa e venne arrestato nel 292 d.C. dal Prefetto di Cartagine per la sua fede religiosa. Dopo torture indicibili, fu mandato al patibolo, ma, mentre il santo si avviava a morte sicura, successero degli strani fenomeni naturali -un nubifragio e un terremoto- che spinsero il Prefetto a liberarlo.
San Canio approdò in Campania, e, secondo la leggenda, fece numerosi miracoli prima di morire. Fu sepolto nei pressi di Aversa (attualmente in provincia di Caserta) e successivamente ad Acerenza.
Quando i resti giunsero nel borgo, il vescovo dell’epoca li nascose per evitare che fossero profanati e collocò il Bastone Pastorale del santo in una teca posta su un altare in pietra. Da allora si verifica, agli occhi dei visitatori, un fenomeno misterioso: pur essendo sigillato, molti fedeli vedono il bastone muoversi all’interno della custodia! Il bacolo si avvicina alla fessura e si fa toccare dai visitatori (attenzione: solo, però, da chi si è appena confessato)!




(foto da internet)

L’altro mistero è legato –nientepopodimeno- alla figlia del conte Dracula, personaggio noto dalla fine del XIX secolo, grazie alla penna dello scrittore Bram Stoker. Il collegamento tra Acerenza e il principe Vlad III ha affascinato molti cultori del mistero ma, di recente, è stato sfatato nel libro Il Lupo e la Cometa, un testo promosso dai responsabili della cattedrale. 
La vicenda è la seguente: si narra, che Maria Balsa, moglie del Conte Giacomo Alfonso Ferrillo di Acerenza -entrambi sepolti nella cattedrale-, fosse la figlia di un nobile di una zona situata tra la Serbia e la Romania. A sostegno di questa teoria è reperibile, sulla facciata della chiesa, uno stemma con un drago che apparteneva, in quel periodo, alla casata del principe Vlad III di Valacchia



(foto da internet)

Per gli amanti del mistero la cattedrale è un vero e proprio tesoro di rimandi scultorei: all’ingresso sono presenti due creature mostruose che mordono il collo due ignare vittime. Nella cripta sopraccitata è possibile vedere, su di un bassorilievo, una singolare raffigurazione del demone biblico Lilith, noto per comparire di notte e succhiare il sangue agli uomini e in particolare ai neonati…
Insomma, paese che vai, usanza che trovi…

venerdì 13 gennaio 2017

Il cane di San Bernardo


(foto da internet)

Parliamo di cani, e in special modo del cosiddetto cane di San Bernardo (o più semplicemente San Bernardo). Si è tenuto in questi giorni a Cervinia un raduno dedicato a questa razza canina, a più di duemila metri di altitudine e con temperature di -10 gradi. 
Sotto la neve, i cani hanno sfilato per la via centrale della nota località valdostana, accompagnati dalla banda degli alpini, tutti con il regolamentare barilotto al collo.


(foto da internet)

Il cane di San Bernardo potrebbe avere origine dai grossi mastini che le legioni romane lasciavano con le truppe destinate a presidiare i punti strategici sulle grandi vie di comunicazione. La prima testimonianza della presenza di tali cani al Colle San Bernardo risale alla seconda metà del XVII secolo, quando il pittore italiano Salvator Rosa ritrasse un grosso mastino molto simile al moderno cane.
Il Colle del Gran San Bernardo (Col du Grand Saint-Bernard in francese) è un valico alpino delle Alpi tra l'Italia e la Svizzera a quota 2.473 m s.l.m., che collega la valle del Gran San Bernardo (Aosta) con la svizzera valle d'Entremont (Martigny), con la cima del passo situata in territorio svizzero.
Fin dai tempi dell'Impero Romano, quando sul colle si edificò il tempio dedicato a Giove Pennino, il valico costituì un importante via di comunicazione attraverso le Alpi.
Nel 1035, ad opera di San Bernardo di Mentone, si costruì sul colle un Ospizio gestito da una congregazione di canonici regolari, allo scopo di ricoverare, assistere e proteggere i viaggiatori.
A partire dal XVI secolo, i canonici dell'ospizio cominciarono ad allevare grossi cani, per la guardia e protezione dell'edificio e per far fronte ai numerosi episodi di brigantaggio.  I cani vennero utilizzati  anche per altri impieghi: dal trasporto di piccoli carichi (latte, formaggi), alla fornitura di forza motrice. 


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Ma l'impiego che li rese celebri nel mondo fu quello di ausiliari dei canonici nel tracciare la pista nella neve fresca, prevedere la caduta di valanghe, e ritrovare i viaggiatori dispersi col maltempo, o addirittura sepolti dalle slavine. A partire dal XIX secolo, da questi cani si selezionò la razza oggi nota come cane di San Bernardo.
La denominazione cane di San Bernardo, che deve il suo nome al santo di Mentone, venne adottata per la prima volta nel 1862, in occasione di un'esposizione cinofila presso Birmingham, e si iniziò ad usare universalmente verso il 1880.


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Inoltre, dalla metà del XIX secolo, si decise di ricorrere all'incrocio tra il cane di San Bernardo con il cane di Terranova, ritenuto il più adatto, per similitudini fisiche ed attitudinali, a vivere ad alta quota.
Il San Bernardo è oggi un cane da compagnia fedele, buono, affettuoso, amante dei bambini e molto protettivo. È, però, un cane massiccio (può pesare anche 100 kg!) che non si adatta facilmente a molte case e a molti stili di vita: è costoso da mantenere, produce una bava abbondante e ha bisogno di socializzazione e di addestramento. 
Ancora oggi, se ben addestrato, può svolgere al meglio i suoi antichi compiti di cane da soccorso in montagna. La sua resistenza al freddo ed alla fatica in altitudine sono proverbiali. È eccellente anche come cane per la pet-therapy.


(foto da internet)

Nel cinema il cane San Bernardo è stato spesso protagonista di film anche molto noti, come, ad esempio, Beethoven, che, negli anni '90, portò alla realizzazione di ben tre film e che indusse molte famiglie ad acquistarne uno senza conoscere le esigenze di questa razza!
Come curiosità, segnaliamo che il cane di San Bernardo è stato tradizionalmente raffigurato con un barilotto al collo, anche se si tratta di un falso. Infatti, il barilotto appare, per la prima volta, in un dipinto di Sir Edwin Henry Landseer (1802-1873) del 1820, nel quale due cani accorrono in aiuto di un viaggiatore. Non si sa perché Landseer mise al collo di uno dei San Bernardo un barilotto di brandy (da non bere mai in caso di assideramento!) per rincuorare gli sventurati infreddoliti; ciononostante quell'immagine si moltiplicò e contribuì a renderli famosi in tutto il mondo.

mercoledì 11 gennaio 2017

Boom dell'Italia dei musei

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(foto da internet)
Il 2016 è stato l’anno dei nuovi musei tra polemiche, spinte in avanti e i tentativi più vari di cambiare un sistema da sempre restio nei confronti delle novità. Le ultime cifre sui visitatori e sugli incassi però sono ancora una volta molto positive. Un successo, insomma, come rivendica il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che di questa stagione di cambiamenti è di sicuro il protagonista. «I dati del 2016 - osserva - decretano un nuovo record per i musei italiani. I 44,5 milioni di ingressi nei luoghi della cultura statali hanno portato incassi per oltre 172 milioni di euro, con un incremento rispettivamente del 4% e del 12% rispetto al 2015 che corrispondono a 1,2 milioni di visitatori in più e a maggiori incassi per 18,5 milioni di euro».  

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È la risorsa che sta dando i risultati migliori in un’Italia che fa fatica a crescere in altri settori. E che colloca l’Italia anche in una posizione di guida rispetto al resto dell’Europa, dove i dati non sono così positivi. Anzi, come precisa Franceschini, in Europa «si registra nel 2016 un calo dei visitatori nei musei, come dimostrano i dati che stanno uscendo in questi giorni».  

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«La parte del leone - sottolinea il ministro - la gioca senza dubbio il nostro patrimonio archeologico, se si considera che solo fra Colosseo, Foro Romano, Palatino, Museo Archeologico di Napoli, Parco Archeologico di Paestum e Scavi di Pompei nell’anno appena trascorso sono stati emessi circa 11 milioni di biglietti. Ma anche i musei hanno un ruolo importante, dal momento che circa la metà degli ingressi è concentrata nei musei autonomi»

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Le maggiori entrate ottenute nel 2016 «torneranno interamente ai musei secondo un sistema che premia le migliori gestioni e al contempo garantisce le piccole realtà», promette il ministro. Per i musei statali è il terzo anno consecutivo di crescita: da 38 milioni di biglietti nel 2013 sono passati a 44,5 milioni nel 2016. Sono 6 milioni di visitatori in più in un triennio, che rappresentano un incremento del 15% e un aumento degli incassi pari a 45 milioni. «Una crescita - ricorda Franceschini - nella quale il Sud gioca un ruolo importante, con la Campania anche nel 2016 stabilmente al secondo posto nella classifica delle regioni con maggior numero di visitatori».  
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Tra i musei con gli incrementi di pubblico più marcati figurano diverse realtà rilanciate dalle nuove direzioni autonome come la Venaria Reale, il Museo di Palazzo Ducale a Mantova, la Reggia di Caserta, il Museo di Capodimonte e il Museo di Castel Sant’Elmo a Napoli, il Castello di Racconigi

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Ci sono però molti luoghi quasi sconosciuti al grande pubblico che hanno registrato dei picchi di interesse. Tra i luoghi a ingresso gratuito, l’Antiquarium di via del Seminario a Trieste è passato da 120 a 1240 visitatori. Oppure la Cappella Espiatoria di Monza. Tra i musei a pagamento i risultati migliori appartengono al Sud: il circuito archeologico di Gioia del Colle ha avuto un aumento di visitatori del 350%. Oppure il Museo Nazionale della Ceramica «Duca di Martina» e il Museo «Diego Aragona Pignatelli Cortes», entrambi a Napoli. 

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Un contributo notevole alla stagione positiva dei musei italiani arriva anche dalle domeniche gratuite: sono oltre 8 milioni le persone che hanno partecipato all’iniziativa da quando sono state istituite.
Speriamo le visite aumentino ancora nel 2017!!!

lunedì 9 gennaio 2017

Epifania tutte le feste porta via...



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Cari chiodini vicini e lontani, apriamo il 2017 con un post sulle feste natalizie ormai andate in quattro pillole.
Uno: cominciamo dal Maestro Giacomo Loprieno, giovane direttore d’orchestra, il quale, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, al termine dello spettacolo musicale da lui diretto, dedicato al film Disney Frozen, ha preso il microfono e ha detto ai bimbi presenti in sala: "E comunque Babbo Natale non esiste".
Risultato: putiferio all'auditorium e bordata di fischi. Dicono che il Loprieno, dopo l'infelice intervento, abbia subito imboccato il corridoio per i camerini... Gli organizzatori si sono subito dissociati annunciando il licenziamento in tronco del musicista.


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La notizia, rilanciata sui social network, ha provocato un vero e proprio linciaggio virtuale. Pochissimi hanno difeso il musicista; la maggioranza degli utenti, infatti, ha fatto a pezzi il direttore d’orchestra. Nel mondo reale, invece, gli sbigottiti genitori che accompagnavano i bimbi in sala, hanno dovuto sudare sette camicie per rispondere alle domande dei figli sull'affermazione categorica del Maestro. Babbo Natale l'avrà già perdonato?


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Due: alcuni attivisti vegani hanno fatto irruzione nel raffinato negozio di gastronomia Peck di Milano, per protestare contro lo sterminio natalizio di aragoste, astici, suini e selvaggina. Il gruppo, denominato Iene Vegane, ha occupato l'ingresso esibendo piedi insanguinati e confezionati, come se fossero tradizionali zamponi di maiale.
Per gli attivisti vegani, infatti, lo zampone, che tradizionalmente il 31 dicembre finisce con le lenticchie nei piatti degli italiani, è solo "l'arto amputato e aromatizzato di un cadavere animale". Amen.



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Tre: che la musica classica facesse bene allo spirito (e al corpo) ne eravamo convinti, ma che aiutasse a vincere anche ai giochi da tavolo che si tengono, di solito, a Natale, non ce lo saremmo davvero aspettato.  Orbene, il Medical Journal of Australia ha appena pubblicato uno studio sui giochi da tavolo condotto da un’équipe di scienziati dell'Imperial College London e del Royal College of Music. I ricercatori hanno analizzato un campione di più di 300 uomini e donne, osservando che i primi riescono a concentrarsi meglio e a ottenere risultati migliori nei giochi da tavolo se ascoltano arie di Mozart. Le prestazioni degli uomini diminuiscono drasticamente quando in sottofondo suonano pezzi hard-rock. Quindi, se l'anno prossimo vorrete battere i vostri amati cognati a Bestia o a Mercante in fiera, saprete come distrarli... Tutto fa brodo.


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Quattro: ahimè, la bilancia! Finite le feste bisogna fare i conti con i chili in più: dicono gli esperti che l'anno nuovo ci regala, di solito, dai due ai cinque kg di sovrappeso. Solo il 22% degli italiani riesce a limitare i danni, arrivando a pesare solo un kg in più rispetto all'ultimo controllo pre-festivo. 
Niente paura: ecco bell'e pronto il decalogo per smaltire gli eccessi: 
1) osservate una dieta varia ed equilibrata; 
2) non sottovalutate mai i rischi di un'alimentazione iper-calorica;
3) addio dolci;
4) evitate il consumo di bevande alcoliche;
5) praticate una regolare attività fisica; 
6) mangiate prevalentemente frutta e verdura;
7) bevete l'acqua: vi aiuterà a eliminare i liquidi in eccesso e, grazie alla sua capacità di dilatare lo stomaco, favorirà il senso di sazietà;
8) evitate di assaggiare i cibi lontano dai pasti;
9) riducete i grassi;
10) non saltate i pasti.
Coraggio!!
Buona dieta e buon anno!


mercoledì 21 dicembre 2016

Un Natale italiano

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(foto da internet)

Vicini e lontani, il Natale è un momento che avvicina tutti, una festa sentita e vissuta con molto trasporto non solo con animo religioso ma anche con un grande valore sentimentale che stringe le persone care per in un momento di raccoglimento. Strade vestite a festa, luminarie che illuminano monumenti e vie dello shopping ed alberi che fanno capolino dalle finestre pronti a trasmettere il calore di chi li addobbati.
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A tenere compagnia al countdown natalizio tanti mercatini ed eventi caratteristici che invitano a riscoprire il fascino della tradizione andando a caccia di qualche pensierino, esuli dalle solite idee commerciali. Anche se i prodotti dolciari che più si associano al natale sono il panettone e il pandoro, quando si parla di Natale non si può far a meno che viaggiare con la fantasia in quelle realtà innevate e ricoperte di bianco ad alta quota: in Alto Adige, tra il fascino delle montagne innevate, si recupera la tradizione dello scambio di doni artigianali tramandato dalle famiglie sudtirolesi nel corso di varie generazioni, un'atmosfera carica di simbolismo la si respira passeggiando tra i mercatini di Bolzano, Merano, Bressanone, Brunico e Vipiteno, pittoresche realtà in grado di emozionare, magari sotto una lieve nevicata,  tra le casette in legno dove vengono esposti prodotti ed oggetti artigianali realizzati a mano, in legno, ceramica, stoffa o golosità come i Krapfen alla marmellata, strudel di mele, Bruchteln con crema di vaniglia, il tradizionale Zelten o del vin brulé
e, perfetto per ritemprare il corpo dalle basse temperature. 

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Oltra alle bancarelle natalizie, a dominare la scena il presepe, un’arte molto sentita che esprime il perfetto connubio tra sacro e tradizione popolare. Lo stivale, dal nord al sud, presta piazze e chiese come scenografie per allestire la scena della natività, rappresentazioni che si diversificano per i materiali utilizzati per ricreare la scena della nascita del Bambino Gesù: nella Napoli antica, in quel di San Gregorio Armeno, un quartiere intero è in onore del presepe, con artigiani alle prese con capolavori, classici o ironici, dove trovare statuine in terracotta realizzate a mano, non un’esposizione temporanea ma una vera e propria zona della città dedicata al Natale.

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C’è chi lo costruisce e chi lo interpreta: il presepe vivente è un momento condiviso in molte regioni, si contano circa 200 rappresentazioni della Natività durante il periodo festivo: in primis quello di Greccio, poco distante da Rieti, là dove, per mano di San Francesco, ci fu la prima riproposizione del miracoloso evento, risalente al 1223, che vede la partecipazione di personaggi vestiti in abiti medievali in un contesto spettacolare. Altamente suggestivo il presepe vivente lucano che viene realizzato fra i Sassi di Matera, "il più grande presepe vivente mai realizzato al mondo".

I chodini vi augurano un Buon Natale e un Buon Anno!


Ci rivediamo online lunedì 9 gennaio. 

lunedì 19 dicembre 2016

Ferruccio Busoni (e altri)


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Scriviamo volentieri un altro post a richiesta dopo la trsmissione del programma Salvados, di Jordi Évole, in cui venne intervistato il pianista James Rhodes. Nella puntata in questione, Rhodes interpretò la Ciaccona in Do minore di Bach, trascritta da Ferruccio Busonie parlò del valore salvifico della musica. 
Busoni nacque ad Empoli (Firenze) nel 1866. Fu avviato agli studi musicali dai genitori, entrambi musicisti -suo padre Ferdinando Busoni, apprezzato clarinettista, e sua madre Anna Weiss, triestina di origine bavarese, un'ottima pianista colta e sensibile-, divenendo compositore e pianista di grande fama. 
Busoni fu una figura complessa; fu giudicato frettolosamente un grandissimo pianista e un mediocre compositore.  Solo dopo la sua morte la critica si avvicinò con maggior serenità e rigore alle sue opere.


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La sua immensa attività artistica è legata soprattutto alla monumentale trascrizione delle opere di Bach: l'edizione, nota sotto il nome di Bach-Busoni -pubblicata in sette volumi, venne terminata nel 1920, dopo oltre venti anni di duro lavoro-, possiede l'incredibile facoltà di trasformare il pianoforte in un'orchestra.   
Ferruccio Busoni apparve per la prima volta in pubblico, a Trieste, nel 1871, insieme con i genitori, che, consapevoli delle possibilità del ragazzo, non esitarono a sfruttare le sue singolari doti di virtuoso e lo avviarono a una intensa carriera concertistica. Nel 1874, si esibì per la prima volta come solista. Fin da giovanissimo iniziò a viaggiare e dall’Italia si trasferì a Vienna dove conobbe Brahms. Poi passò a Lipsia ed ebbe contatti con Tchajkovsky e in seguito, nel 1888, con Sibelius ad Helsinky. 


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Nel 1890 si trasferì a Mosca, ed ottenne, per interessamento di Rubinstein, la cattedra di pianoforte nel conservatorio e vinse il premio Rubinstein con il Konzertstück op. 31 a, per pianoforte e orchestra. A Mosca conobbe Gerda Sjöstrand che divenne poco dopo sua moglie e fu preziosa collaboratrice nelle sue molteplici attività e gelosa custode della sua memoria.
Nel 1891 ricevette un invito dalla casa Steinway per recarsi negli Stati Uniti, dove rimase fino al 1894, quale insegnante di pianoforte nel New England Conservatory
Nel 1895 fece ritorno in Europa e si stabilì a Berlino, dove rimase fino al 1913. Alternò l'attività pianistica alla composizione e compose alcune tra le sue opere più significative, quali il Concerto in re maggiore per violino e orchestra,op. 35 a (1896-97) e il Concerto op. 39 per pianoforte, coro e orchestra. Nel 1905 iniziò la composizione della Turandot-Suite


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Si cimentò anche con l'attività di librettista: volle realizzare un progetto di un'opera ispirata alla figura di Leonardo da Vinci in collaborazione con Gabriele D'Annunzio; tuttavia il connubio tra i due artisti non diede i risultati sperati e dopo un intenso scambio epistolare con il Vate, il musicista preferì rinunciare al progetto. 
A Berlino ricevette il riconoscimento della critica e di vere e proprie schiere di allievi che si rivolsero al maestro per essere iniziati ai valori più alti delle forme d'espressione musicale. Nel 1913 gli venne offerta la direzione del liceo musicale di Bologna che Busoni accolse con entusiasmo. 
Constatò, con certa amarezza, le condizioni della musica in Italia, chiusa entro i confini d'una tradizione teatrale dominata dalle figure di VerdiPuccini, Mascagni e Giordano. Il soggiorno a Bologna venne interrotto dallo scoppio della prima guerra mondiale, e Busoni decise di rifugiarsi in Svizzera. Nel 1915 si stabilì a Zurigo e vi rimase fino al 1920. Appartengono a quest'epoca il Rondò arlecchinesco op. 46 per orchestra e la Fantasia indiana per pianoforte e orchestra


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Dopo la guerra manifestò il desiderio di tornare in Italia, ma la constatazione di non essere amato nel proprio paese lo spinse a recarsi, di nuovo, a Berlino, accettando la Meisterklasse di composizione presso l'Akademie der Künste. Dopo aver composto il Tanzwalzer op. 53 per orchestra e la Sonatina super Carmen, riprese l'attività di concertista e direttore d'orchestra attraverso l'Europa e nel 1922 si esibì anche a Roma. Morì a Berlino il 27 luglio 1924.
Torniamo al brano che che interpretò James Rhodes, nel programma Salvados. Si tratta della Ciaccona in Do minore di Bach trascritta da Busoni. La Ciaccona (Chacona o Chaconnedesigna un tipo di danza caratteristica spagnola, di origine cinquecentesca, nonché una forma musicale derivata dalla danza stessa.
Il termine fu successivamente applicato a qualsiasi opera in tempo moderato di 3/4, che consistesse, di solito, in alcune variazioni su di una linea di basso.



(foto da internet)

La Ciaccona di Bach venne composta originariamente per violino solo ed è l'ultimo movimento che chiude la Partita nº 2 (BWV 1004) (ascolta >>).
Vi proponiamo il brano trascritto da Busoni e interpretato al pianoforte da Rhodes (ascolta>>), e, in maniera magistrale, da Arturo Benedetti Michelangeli (ascolta>>).
Buon ascolto!




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