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mercoledì 22 aprile 2015

Mare Nostro

(foto da internet)

Lo scrittore napoletano Erri De Luca, ospite lunedì scorso a Piazza Pulita, in chiusura della trasmissione in onda su LA7, ha dedicato una "preghiera laica" alle centinaia di migranti vittime dell'ultimo naufragio nelle acque a Sud della Sicilia, che stanno trasformando una meravigliosa costa in un cimitero. 
Le coste siciliane sono argomento in prima pagina di tutti i giornali internazionali, perché prese d'assalto da flussi migratori di profughi che scappano dalla più totale e desolante disperazione. 

(foto da internet)

Non ci sono parole né leggi che riusciranno a fermare quest'esodo, però oggi vogliamo condividere con voi la preghiera, di cui vi proponiamo il testo completo: "Mare nostro che non sei nei cieli". 

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all'alba sei colore del frumento
al tramonto dell'uva di vendemmia,
Che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste

Mare nostro che non sei nei cieli
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e di madre prima di partire.

mercoledì 23 febbraio 2011

Togliti di mezzo



(foto da internet)



Siete vittime della Sindrome dell’Aggressività Pedonale?
Basta guardarsi attorno per vedere quante persone camminano con la testa tra le nuvole: lente, sbadate, con gli occhi incollati allo schermo del telefonino, la testa altrove, mentre ascoltano musica dagli auricolari. Se guardarli o anche solo ricordarli vi accende di collera e rabbia allora la risposta è sì: potreste essere affetti dalla Sindrome dell'Aggressività Pedonale.
Per molti decenni gli psicologi, soprattutto americani, hanno studiato un fenomeno analogo tra gli automobilisti. Nessuno si meraviglia della rabbia stradale, visto che è più o meno socialmente accettato che essere chiusi nell'abitacolo in mezzo a un ingorgo può trasformare in mostri persone altrimenti normali.



(foto da internet)




Adesso la notizia è che i pedoni possono subire le stesse frustrazioni, visto che dilaga la "rabbia da marciapiede". Un po' è colpa dei nuovi gadget elettronici che monopolizzano l'attenzione anche nei momenti più inadatti. Così come i guidatori distratti dal telefonino provocano stragi, anche i pedoni sono sempre più spesso coinvolti in incidenti perché guardano altrove.


(foto da internet)



A New York, però, gli esperti del Department of City Planning hanno individuato anche altre cause:
• nelle metropoli sempre più multietniche convivono dei "codici culturali di buona educazione" troppo diversi tra loro.
• fattori demografici o sanitari. Aumentano gli anziani e gli obesi, proprio quelle categorie che camminano più lentamente. Aneddoto simpatico è che i turisti siano penultimi per lentezza, a parità con i sovrappeso.
Velocità disparate creano le premesse di un conflitto permanente: chi ha fretta deve dribblare chi passeggia a zonzo e anticipare i comportamenti più erratici per evitare lo scontro.

A Manhattan le folle trepidanti hanno creato perfino un club di pedoni ultra-veloci raggruppati su Facebook sotto il titolo "Segretamente Vorrei Prendere a Pugni sulla Nuca Quelli che Camminano Piano".




(foto da internet)



Ma, a parte, l’ilarità immediata che suscita la notizia, la situazione sembra grave, visto che l'insofferenza da marciapiede sta moltiplicando episodi che gli psichiatri chiamano "patologia dell'accesso di collera intermittente".
Conclusione: la violenza è dietro l'angolo. Tutto sembra aggiungere stress allo stress.
Ricordate, però, che curarsi è essenziale, perché la collera è causa d'ipertensione e malattie cardiache.

Tempi lontani quelli in cui, in Giappone, s'insegnava, addirittura a scuola, come inclinare nei giorni di pioggia l'ombrello per far cadere le gocce in senso opposto ai passanti, o il galateo dei nostri nonni comandava di cedere sempre alle signore la parte interna e più sicura del marciapiede.

mercoledì 9 febbraio 2011

La nostra lingua italiana

(foto da internet)

In Italia si respira una brutta aria, e questa volta non è l’inquinamento atmosferico. La crisi politica, e come no, morale, ha paralizzato completamente il paese. Il 2011 sarebbe dovuto essere l’anno in cui si sarebbe festeggiata l’Unità d’Italia, che, tra l’altro, è sempre più discussa. Il prossimo 17 marzo sarebbe dovuto essere un giorno di festa nazionale, e, invece, contrordine del ministro leghista per la Semplificazione, (eh sì, avete letto bene, esiste un ministero con questo nome) Roberto Calderoli: per la crisi non lavorare sarebbe un lusso troppo costoso. Quindi, NO a un giorno di più di chiusura di aziende e uffici.


(foto da www.lastampa.it)

Dice il ministro: «Ho votato contro, a suo tempo, in Consiglio dei Ministri - spiega - e sono e resto completamente contrario al fatto che l’attribuzione delle caratteristiche di festività nazionale, conferita alla data del 17 di marzo, comporti la chiusura di molti uffici pubblici. In un periodo di crisi come quello attuale appare paradossale caricarsi dei costi di una giornata festiva, un evento significativo quale il 150esimo dell’Unità d’Italia può essere celebrato degnamente lavorando e non restando a casa».


(foto da internet)

Sembra alquanto strano che in un paese in cui i politici hanno abbandonato la politica per andare ai talk show, a difendere o accusare il cavaliere, il cavaliere invade in modo sempre più prepotente le sue televisioni con i videomessaggi, l'economia è sempre più stagnante, perdere un giorno di lavoro sia una cosa inaudibile.

Davvero non ci sono parole!

Perciò, noi abbiamo deciso di celebrare l’unità d'Italia a modo nostro, in nome della nostra lingua:



mercoledì 3 novembre 2010

Lo sciupio del cibo

(foto da internet)

Lo spreco alimentare ha molte facce e genera una filiera parallela a quella produttiva, ma in senso contrario. Si spreca nei campi agricoli, nelle cooperative, nelle industrie di trasformazione, nelle imprese di distribuzione, nelle case dei consumatori. Sprecando sprecando, si rinuncia al 26% del pesce, al 36 dei cereali, al 41 della frutta e della carne, al 48 delle verdure. Si buttano ogni anno 3,7 miliardi di euro, il valore di una media manovra economica.
Non è solo l'Italia; secondo la Fao, la produzione agricola mondiale potrebbe nutrire 12 miliardi di persone.

Questo è quello che ci racconta il libro nero sullo spreco agroalimentare in Italia che, oltre a denunciare il volume degli sprechi, vuole anche cercare di capire le cause, individuare gli anelli della catena in cui avviene la «dispersione» e provare a proporre soluzioni.


(foto da internet)


Teoricamente, ogni italiano disporrebbe ogni giorno di 3.700 chilocalorie di cibo, ma si trattrebbe di una volta e mezza il suo fabbisogno energetico. In realtà, l'eccesso di calorie a disposizione non sempre, anzi quasi mai, viene consumato. A detta degli esperti, se così fosse, l'intera popolazione soffrirebbe di obesità, mentre «solo» il 67% degli uomini, il 55 delle donne e il 33 dei bambini è in sovrappeso.

In gran parte, dunque, l'eccesso di calorie a disposizione viene perso lungo tutta la filiera. Ogni giorno, una certa quantità di cibo, pur essendo perfettamente consumabile, viene gestita come se fosse un rifiuto.

Un paradosso con conseguenze pesanti sotto diversi punti di vista: alimentare, ambientale, sociale, economico.

Il primo anello della catena è lo spreco nei campi. L'anno scorso, secondo i dati Istat, il 3, 3 per cento della produzione agricola è rimasta sui campi: i picchi riguardano gli ortaggi (12,5), i legumi e le patate (5,2).

I motivi? Si va da ragioni meramente estetiche a quelle commerciali (prodotti fuori pezzatura) o di mercato (costi di raccolta superiori al prezzo di mercato). Quello che conta, comunque, è che la quantità di ortofrutta sprecata nel 2009 avrebbe potuto soddisfare le esigenze di una seconda Italia, o di una Spagna.


(foto da internet)

Il secondo anello è lo spreco nelle cooperative o organizzazioni di produttori. In un anno 73 mila tonnellate di prodotti vengono ritirati dal mercato per evitare il crollo del prezzo (tra le destinazioni, il compostaggio e la distillazione). Di questi, solo il 4 per cento non viene sprecato. Con un ulteriore paradosso: la UE finanzia l'acquisto e la distruzione di questi prodotti. Ovvero, un controsenso, uno spreco nello spreco, perché, contemporaneamente si finanziano gli agricoltori per rimanere in campagna per la produzione per poi distruggere parte di quei prodotti.

Attenzione, perché anche l'industria alimentare non è scevra dagli sprechi. Un'indagine a campione stima la dispersione in 2 milioni di tonnellate di prodotti, il 2,2 per cento. In gran parte, diventano rifiuti, che equivale a dire un costo aggiuntivo.

Quanto ai mercati all'ingrosso e alla distribuzione organizzata, la quota di spreco è stimata intorno all'1 per cento, sempre per «motivi di mercato».

La situazione peggiora nell'ultimo anello: i consumatori. Nelle mense scolastiche lo spreco raggiunge il 13-16 per cento, nelle famiglie il 17 sull'ortofrutta e il 39 su latte, uova, carne, formaggi. Le cause sono le stesse: eccessi di acquisti e danneggiamento/deterioramento del prodotto per eccesso di giacenza in dispensa.





(foto da internet)


Gli esperti hanno misurato l'impatto sociale, economico e ambientale dello spreco. Provano a rispondere alla domanda: Che fare?
Due le proposte: da un lato si dovrebbe favorire la conoscenza del problema a ogni livello, per far crescere la consapevolezza soprattutto nei consumatori, e dall'altro di dovrebbero promuovere delle politiche fiscali che incentivino i comportamenti virtuosi.

L'esempio è la tariffa sui rifiuti: dove funziona bene (per esempio, a Verona) è possibile ottenere uno sconto su quanto viene donato e non gestito come rifiuto. L'effetto è duplice: chi non spreca risparmia 100 euro per ogni tonnellata di frutta o verdura e consente di nutrire mille persone al giorno.

mercoledì 13 ottobre 2010

Forza, Italia

(foto da internet)


Forza, Italia è il nuovo libro di Bill Emmott, ex-direttore del prestigioso settimanale inglese «Economist», ora free lance giramondo e fresco nuovo editorialista de «La Stampa».
È un compendio di humour tutto inglese, se si ricordano le furibonde polemiche che negli anni scorsi hanno contrapposto il severo settimanale britannico al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che lo giudicò «unfit», ovvero inadatto a governare.
Attenzione il titolo è «Forza, Italia», con una virgola che divide il giornalista dalla visione di Silvio Berlusconi, pur condividendo con quest'ultimo l'ottismismo, aspetto istintivo del primo ministro italiano, senza, però, cadere nella trappola della provincialissima mania italiana di affibbiare a tutti un'etichetta: destra-sinistra, berlusconiano-antiberlusconiano. Insomma, in questo libro, Emmott si avventura in un viaggio italiano per contraddire la cattiva opinione che gli italiani hanno di sé; è un reportage su ciò che di buono si muove in Italia.



Nessun giapponese s'è mai stupito del fatto un giornalista studiasse il Giappone e ci lavorasse per ricavarne dei libri.
Sicuramente un francese non si stupirebbe se uno straniero si interessasse al suo paese.
Un inglese potrebbe al massimo sorriderne, ma troverebbe la cosa assolutamente normale e, probabilmente. si allontanerebbe in punta di piedi con la scusa di non disturbare per evitare di doverlo aiutare.
Insomma non accade in nessuna parte del mondo. Solo in Italia.
Comincia da questa disarmante constatazione il nuovo libro di Emmott che attacca sia la sinistra che la destra, dipende da chi fa la parte del cattivo.


(foto da internet)


La grande frattura non è dunque tra destra e sinistra, nord e sud, ma tra Mala Italia e Buona Italia. Tanti piccoli eroi di quest'ultima sono i protagonisti di un libro che ha un'ambizione: insegnare agli italiani l'ottimismo sull'Italia.

mercoledì 22 settembre 2010

L'inno della polemica

(foto da internet)


Nel non tanto lontano 2008, e precisamente, per sostenere la campagna elettorale di Silvio Berlusconi, un cantautore veronese, Andrea Vantini, compose il brano il cui ritornello fu un vero e proprio tormentone per i votanti/fanatici del Popolo della libertà, «Meno male che Silvio c'è»: da tormentone diventò l'inno per antonomasia al cavaliere per eccellenza.`



Una canzone che, secondo il suo autore, non deve essere usata in contesti diversi da quelli celebrativi. E proprio per questa ragione il compositore ha intentato un'azione legale nei confronti di Sabina Guzzanti, per il film Draquila.
Ma non è finita qui: ha coinvolto anche la Bbc, che ha trasmesso il documentario The Berlusconi Show, nonché l'autore del film Videocracy, Erik Gandini.



(foto da internet)


Insomma sono tutti accomunati dalla stessa "colpa": «Aver utilizzato in maniera impropria il brano A Silvio». «Voglio chiedere i danni morali. Ho informato il premier, che si è detto d'accordo con l'azione legale». Nella causa si chiede anche la distruzione di tutti i master o esemplari dei film "incriminati".
La notizia è stata data dalla stessa Guzzanti che, sul suo blog, racconta, sarcastica, di aver ricevuto «la querela più bella della sua collezione». L'autore del brano avrebbe spiegato, in una missiva firmata dal suo avvocato, che l'inno A Silvio, «è stato da lui creato per celebrare oltre che l'uomo, il politico Silvio Berlusconi». A Vantini non è andata giù una scena del film Draquila, in cui alcune comparse, inquadrate tra un cumulo di macerie della città di l'Aquila, intonano la sua creazione.



(foto da internet)

Vantini insiste con la sua spiegazione: «La Guzzanti non si è neanche degnata di chiedermi il permesso di usare il mio brano. Forse perché sapeva che non glielo avrei mai accordato. Il che, ovviamente, non l'autorizza a servirsene impropriamente. Questa non è una causa per una violazione del diritto d'autore, anche se mi risulta che in un caso non siano stati neanche pagati i diritti come previsto dalla legge - ci tiene a precisare - Voglio chiedere i danni morali perché queste persone hanno sputtanato Berlusconi. La Guzzanti, poi, si è permessa di accompagnare la canzone ad una scena in cui si sfruttano le macerie dell'Aquila».

Ovviamente il Berlusca ne è al corrente e cos'ha detto? «Fai benissimo».

lunedì 19 aprile 2010

C'erano una volta i Beatles e... ci sono ancora!

(foto da internet)



Quarant’anni dopo lo scioglimento dei Beatles, l’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, riabilita i Fab Four. Il giornale del Vaticano ricorda li ricorda come degli scapestrati, dei musicisti disinibiti, spacconi ma anche come artefici di un’inestimabile eredità musicale. Dunque, perdonati!!!, in nome della dea musica.
Certo, non può non sorprendere l'atteggiamento, alquanto strano, del quotidiano che, negli ultimi mesi non è estraneo a "esplorazioni" nel mondo della cultura pop, da Elvis e Bruce Springsteen a Tex Willer.

Non erano solo canzonette come affermavano i detrattori? Si precisa nell'articolo: «Tutto vero! Che nessuno pensi ai Beatles come a dei geni assoluti della composizione e neppure, in fondo, come a dei virtuosi dei rispettivi strumenti. Ma resta il fatto - conclude l'articolo - che dopo 38 anni dallo scioglimento, le canzoni con il marchio Lennon-McCartney, hanno mostrato una straordinaria resistenza all'usura del tempo, divenendo fonte di ispirazione per più di una generazione di musicisti pop».






(foto da internet)



Da ricordare che alle origini del poco affetto delle alte gerarchie cattoliche - oltre ai valori musicali e generazionali rappresentati dai Beatles negli anni Sessanta - c'è soprattutto una dichiarazione di John Lennon. Il grande artista, in un'intervista off the record rilasciata nel 1966, pubblicata in seguito, definì nel 1966 il suo gruppo «più popolare di Gesù Cristo». Oggi, invece, l'Osservatore ha definito quella frase «solo una spacconata di un giovanottone della working class di soli 28 anni» e celebrato i Beatles e "l'eredità inestimabile" lasciata nel loro campo di espressione. «L’Osservatore Romano – dice Giovanni Maria Vian, direttore del quotidiano – commentò che in realtà non era nulla di scandaloso. Il fascino di Gesù era tale che attraeva anche questi nuovi eroi del tempo». Ma il "perdono"della Santa Sede non suscita l’entusiasmo di Ringo Starr.




(foto da internet)

In un’intervista l’ex Beatle commenta la presa di posizione del giornale e dichiara: «I couldn't care less», e cioè "non me me potrebbe fregare di meno". Il batterista, dunque, non si commuove alla notizia del "perdono" e, intervistato dalla Cnn, ha ricordato come all'epoca i vertici della Chiesa cattolica avessero definito i membri del gruppo «satanici o possibilmente satanici», e i conti non gli tornano: «Eravamo satanici e adesso ci perdonano?», ha commentato. «Credo che la Santa Sede abbia altre cose di cui parlare».

lunedì 29 marzo 2010

Vuoi viaggiare in treno? Nein Danke, besser in einem Zug!

(foto da internet)




Nell’aria si respirava l’atmosfera natalizia. Il clima dello scorso dicembre era gelido e chi, per necessità, deve prendere un treno in Italia, durante le festività, è preparato al peggio. Ma, nello scorso gelido dicembre, mentre i treni italiani arrancavano in tutto il Nord, in ritardo per il maltempo, e il numero uno delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, tra un'inaugurazione di un treno Frecciarossa e l'altra, invitava i passeggeri a portarsi a bordo panini e coperte, un convoglio austriaco-tedesco, nuovo di zecca, con personale italiano, viaggiava indisturbato tra Monaco di Baviera e Bologna, “bucando” il Brennero dieci volte al giorno.
Era l'Eurocity che la compagnia tedesca Deutsche Bahn e quella austriaca Öbb hanno lanciato in partnership sulla rete italiana lo scorso 13 dicembre.







(foto da internet)





Cosa significa? Che si è cominciato a scalfire il monopolio di fatto di Trenitalia nel mercato passeggeri, visto che i clienti possono acquistare i biglietti anche per tratte tutte interne ai confini italiani (Milano Garibaldi, ma anche Verona Porta Nuova, Trento e Bolzano tra le principali fermate).

Ma la sfida a Trenitalia non finisce qui: da un po’ più a nord del confine, con prenotazione anticipata, si consentono viaggi in treno low-cost anche in Italia. Turisti e pendolari del binario ringraziano la nuova concorrenza, ma quello che ogni giorno collega Monaco di Baviera, Bolzano, Trento, Verona e Bologna (con una corsa anche verso Milano) è ancora un treno fantasma.

Attenzione, non chiedete informazioni alla biglietteria della stazione (dove fingeranno di non saperne nulla), non cercatelo sui tabelloni dell'orario ufficiale (dove non risulta), inutile anche chiamare l'ufficio informazioni delle ferrovie italiane. Nello scorso dicembre, le ferrovie italiane, alle proteste per le mancate informazioni sulla concorrenza replicarono così: «Non siamo tenuti a dare chiarimenti sui servizi di altre aziende».






(foto da internet)




Per viaggiare a basso costo bisogna invece collegarsi al sito Internet di Deutsche Bahn, la società tedesca, oppure a quello dei colleghi austriaci di Öbb che insieme alle Ferrovie Lombarde hanno inaugurato la guerra dei prezzi sulla linea del Brennero.

Chi decidesse di salire a bordo al volo dovrà acquistare il biglietto dal controllore (in mancanza di meglio, si può fare anche così) pagando un conto più salato!

E a tre mesi dalla partenza del primo treno ecco arrivare le offerte di Pasqua annunciate con una campagna pubblicitaria sui giornali per dire basta all'epoca del passaparola. Viaggiano gratis sulle tratte internazionali i bambini con meno di 15 anni, biglietti a 9 euro sulle tratte nazionali, da Bolzano a Milano, oppure Bologna, poco importa, purché il viaggio venga prenotato con almeno tre giorni d'anticipo su Internet o presso una delle agenzie convenzionate. Specchietto per le allodole? Può darsi, ma la prova del call center è superata: «Sì - dice la voce - i biglietti a 9 euro sono disponibili».






(foto da internet)


Tutto questo ricorda un po' la rivoluzione dei voli aerei low-cost, secondo il principio prima paghi e meno paghi. Allora, mentre le ferrovie italiane si concentrano sull'alta velocità, c'è chi comincia a viaggiare in treno come in aereo: scegliendo la compagnia in base al prezzo. Ora si può, almeno al nord, perché non tralasciate il particolare che il sud, invece, è sempre più irraggiungibile, con o senza compagnia di bandiera.
I manager di Db e Öbb per il momento contano 2 mila passeggeri al giorno e annunciano entro l'anno un collegamento con Venezia - già programmato ma reso difficile da problemi tecnici - e più giù verso Firenze, cioè la destinazione più meridionale della sfida tedesca in Italia.
Il Monaco-Bologna passa ogni giorno da tre mesi alla stazione di Trento dove ferma, puntuale, alle 14 e 04. Sulle carrozze sono evidenti i colori stranieri del convoglio ma sul marciapiede c'è sempre qualcuno che si chiede: «Ma che treno è?». Viaggiatori ancora pochini; i passeggeri, in stazione, continuano ad attendere un treno dall'aspetto "familiare", con il biglietto da obliterare o l'abbonamento in tasca. Eppure basterebbe salire, e poter viaggiare come in Europa, acquistando il biglietto a bordo, con personale trilingue, carrozze pulite e soprattutto puntuali.




(foto da internet)




I pendolari del treno certo non avranno risolto i loro problemi, ma ... qualcosa si comincia a muovere. Austriaci e tedeschi hanno preceduto, infatti, Arena Ways, una piccola compagnia torinese che entro l'anno viaggerà sulla Milano-Torino, mentre nel 2011 la Ntv (Nuovo trasporto viaggiatori di Luca di Montezemolo e Diego della Valle) lancerà la sua sfida ad alta velocità a Trenitalia, e quindi punterà soprattutto sulla fascia alta dei viaggiatori.

lunedì 22 febbraio 2010

Il lavoro che fa male


(foto da internet)



Ormai lontana è la problematica della canzone di Adriano Celentano degli anni 70: Chi non lavora non fa l'amore. Infatti, i problemi sul lavoro nel tecnologico 2010 son ben altri!















Sfogliando i giornali abbiamo scoperto che sono quattro milioni gli italiani che si ammalano o soffrono per colpa del lavoro.
L’immagine di un Paese di lavoratori sofferenti arriva dall'Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (Ispesl) nel rapporto presentato in occasione della XI Giornata nazionale di informazione sulla promozione della salute nei luoghi di lavoro.


(foto da internet)



Un gran numero di italiani si sentono inadeguati, soffrono di ansia e di depressione, e non solo!

Ma da dove vengono tanti disturbi pschici? Sembra che nascano dalla percezione di essere stressati, di non reggere ritmi sempre più veloci, di essere sottovalutati o di non essere all’altezza dell’incarico svolto. E sbaglia chi pensa che tutto dipenda dall’avere o meno un posto fisso o un contratto a tempo indeterminato.
Certo, la precarietà conta molto, ma tra i "nuovi malati" c’è anche chi non fa carriera, chi si ritiene vittima di soprusi da parte del datore di lavoro, chi si sente mobbizzato dai colleghi e chi è costretto a svolgere una mansione diversa da quella che sperava, sia per capacità che per titoli.
«Il ritmo di lavoro è stressante, siamo nella società dei turni di 24 ore – spiega Sergio Iavicoli, direttore del dipartimento di medicina del lavoro dell’Ispesl – e a rimetterci è la salute mentale; questo fenomeno ormai rappresenta un’emergenza sociale. Basti pensare che una persona su quattro attraversa, almeno una volta nella vita, un episodio di depressione importante, che richiederebbe l’intervento del medico».


Sarà il caso di sposare la filosofia di Alberto Sordi in I Vitelloni:













Infatti, le classi di età più esposte al rischio di sofferenze di natura psicologica risultano essere quelle centrali (35-44 anni). «I problemi psicologici vanno letti anche in termini di denaro – aggiunge Iavicoli –. Dallo stress infatti deriva l’assenteismo che in tutta l'Unione europea ha un costo sociale che si aggira intorno ai 20 miliardi di euro».
La depressione e lo stress non sono le uniche patologie. Ci sono gli attacchi di panico, le fobie e l’ansia.
Ma cosa succede a chi si trova a soffrire per colpa del lavoro? Meglio una vacanza e Bum Bum:



lunedì 15 febbraio 2010

Tante Italie

(foto da internet)



Che l'Italia fosse un paese spaccato in due lo sapevamo. Che la crisi avesse accresciuto le disuguaglianze anche: i ricchi sono rimasti ricchi e i poveri sono ancora più poveri.
Si sa, c'è chi sta bene e chi sta peggio, ma la sorpresa è che i cittadini del Belpaese non sono affatto tutti uguali.
Quando si parla di qualità del welfare e costo per il bilancio pubblico, l'Italia emerge come un paese non solo spaccato, bensì frazionato, tanto da poter parlare di un'Italia dalle mille diversità. Ci sono regioni che spendono tanto e offrono buoni servizi pubblici e regioni che, pur investendo altrettanto, ottengono di gran lunga risultati minori. Ci sono poi quelle che ricevono dallo Stato una montagna di trasferimenti e altre che fanno i conti con un budget decismente più ristretto.
Questo è ciò che emerge dall'analisi della Ragioneria Generale sulla spesa statale regionalizzata. La prima regione della lista a ricevere fondi è il Lazio, che ottiene 34 miliardi, mentre l’ultima è la Valle d’Aosta, che si ferma ad uno e mezzo appena.






(foto da internet)

Si scopre così che i cittadini delle varie regioni, in termini di servizi pubblici essenziali (dalla scuola, alla sanità, alla sicurezza), "costano" allo Stato cifre estremamente diverse tra loro. In genere si può dire che "conviene" abitare in una regione a statuto speciale, ma non bisogna fare l'errore di considerare il livello di spesa un indice di qualità: nelle regioni del Sud per esempio l'istruzione ha un costo più elevato che altrove, eppure il tasso di abbandono scolastico è ancora molto elevato. Così è per la sanità: non è detto che le strutture più costose siano quelle che offrono le migliori performance.






(foto da internet)



Fra le amministrazioni più virtuose e quelle più spendaccione i gap sono molto elevati. Le graduatorie variano ulteriormente a seconda della voce di spesa: quanto alla Sanità, infatti, in testa alla lista della spesa c'è la Sicilia, con 439 euro procapite, seguita dal Lazio con 384 (di cui 30 se ne andrebbero però in ricerca e sviluppo), in Lombardia si scende a 110. Ma l'equazione "più mi sposto al Sud, più spendo" non regge: Campania e Calabria sono agli ultimi posti della classifica con rispettivamente 77 e 43 euro a persona.



(foto da internet)


Sorprese per quanto riguarda la scuola e la sicurezza. Un bambino alle elementari in Calabria costa 394 euro, nel Lazio 260 euro, in Lombardia 226, in Veneto, 240. La Campania spende per l'ordine pubblico 266 euro ad abitante, l'Emilia Romagna 171, la Sardegna 284, la Toscana 214. Difficile dire con certezza dove le scuole siano migliori e i cittadini si sentano più sicuri, resta il fatto che le differenze non sempre sono giustificate dalla qualità del servizio.

lunedì 1 febbraio 2010

Quando i Comuni vanno in rosso

(foto da internet)




Ormai per i Comuni italiani non esiste più alcuna difficoltà a far quadrare il bilancio. Come hanno fatto? Inverosimile, ma vero: ricorrono alle multe.

Il problema, così, diventa tutto degli italiani, che, a conti fatti, a fine anno pagano in sanzioni l'equivalente di una tassa. Non sarà che gli italiani al volante sono davvero troppo indisciplinati? Sicuro, risponderete voi, ma, alla resa dei conti, sembra che nelle amministrazioni comunali le sanzioni comminate in base al Codice della strada fruttino più delle addizionali Irpef.

Sapete quanti sono gli italiani che nello scorso anno hanno dovuto pagare una multa? Numerosissimi, da un’indagine sembrerebbe circa 24 multe al minuto o, per dirla in un altro modo, 1427 all'ora: divieto di sosta, sorpasso vietato e semafori ignorati sono costati, in media, 76 euro a ogni italiano. Mentre ogni vigile, sempre mediamente, ha compilato verbali per 43mila euro. I numeri non stupiscono, se si considera che le multe per violazioni del Codice della strada sono una delle voci che compongono i conti comunali. Spesso, così, le contravvenzioni risultano una voce irrinunciabile per garantire l'equilibrio economico del Comune.





(foto da internet)


Vigili spietati quando necessario: ebbene sì. Infatti la crescita di queste voci, ormai, è una tendenza che non fa più notizia tanto al Nord, quanto al Sud del Paese. A Verona, facendo un esempio che vale per tutti, l'amministrazione ha messo in conto di incassare oltre 13 milioni di euro dalle multe (contro i 10 milioni del 2009). Il meccanismo ormai consolidato si traduce in una maggiore spietatezza delle pattuglie delle forze dell'ordine. E, analizzando il flusso degli introiti per le multe nelle casse comunali, si scopre che, almeno per quanto riguarda le amministrazioni più grandi, il maggior numero di contravvenzioni viene comminato nella seconda parte dell'anno (quando l'obiettivo di bilancio da raggiungere diventa più evidente e pressante).





(foto da internet)



I soldi recuperati dalla scarsa disciplina degli italiani al volante, secondo l'articolo 208 del Codice della Strada dovrebbero essere utilizzati per incrementare la sicurezza stradale e prevenire gli incidenti. Ma è proprio su questo punto che si svela il "trucchetto" utilizzato dai Comuni: il 50% dei Comuni non utilizza le risorse derivanti da suddetti proventi come previsto per legge, bensì per non far andare i Comuni fuori strada!!!
Insomma, proprio quello che succede nel comune catalano di Puigcerdà!!!

mercoledì 27 gennaio 2010

Più trash di così si muore

Le Iene è un programma televisivo di intrattenimento che va in onda su Italia 1, versione italiana del programma televisivo argentino Caiga quien caiga. Sicuramente ricorderete la versione spagnola, molto più intelligente ed ironica di quella italiana decisamente che invece punta di più sul trash.

Si tratta di un telegiornale un po’ pazzo in cui si abborda l’attualità del mondo dello spettacolo, della politica e dello sport con uno sguardo satirico e umoristico. La principale caratteristica di questo format è lo stile volutamente irriverente e trasgressivo, nonché l’aggressività dei presentatori che osano fare domande impensabili per altri presentatori. Non è quindi casuale il nome della trasmissione che poi sarebbe un richiamo al film d’esordio di Quentin Tarantino, Reservoir dogs, tradotto in italiano come Le iene.

La prima edizione de Le iene è del 1997 e va in onda tutti i giorni durante la fascia pomeridiana. Condotto da Simona Venturi, Dario Cassini e Peppe Quintale il programma in vista dello scarso riscontro è presto depennato dal palinsesto di Italia 1. L’anno successivo la trasmissione viene proposta il giovedì in fascia serale, Fabio Volo e Andrea Pellizzari affiancheranno la Ventura, e questa volta il programma ottiene un successo strepitoso.

Una particolarità della versione italiana rispetto a quelle di altri paesi è l’intervista doppia, ovvero una raffica di domande, il più delle volte imbarazzanti, a cui la coppia intevistata risponde contemporaneamente.



A volte però i collaboratori (o gli sceneggiatori) del programma possono avere delle fissazioni preoccupanti, com’è successo ad Elena di Cioccio, il cui sonno pare sia stato turbato da una domanda ossessiva: le foto di Beckam per Armani sono vere o taroccate? Siccome un dubbio di questo genere è insostenibile, la di Cioccio ha deciso di andare fino in fondo e svelare il mistero. Come? Guardate un po’:




Ma non si tratta certo della prima caduta di stile!





lunedì 11 gennaio 2010

Una guida Michelin nei tempi di crisi

(foto da internet)


Non poteva mancare l'appuntamento tristemente fisso di Dove, la "guida Michelin dei poveri", con l'aggravante che in tempi di crisi gli indigenti sono sempre più in aumento e si sta intaccando la classe media che, fino a poco tempo fa, era impensabile potesse servirsi di questo vademecum.
Ci sono tante storie difficili e, spesso, drammatiche raccontate dalla Comunità di Sant'Egidio nella presentazione della ventesima edizione della guida "Dove mangiare, dormire, lavarsi".
Nato nel 1990 e da allora ripubblicato puntualmente ogni anno, il libro contiene tutti i riferimenti utili per i senza fissa dimora che vivono in città, o per chi semplicemente non sa più come far fronte ai bisogni essenziali: 28 mense, 33 dormitori, 24 ambulatori specializzati, 106 centri di ascolto. Ma anche centri di avviamento al lavoro, sportelli informativi per i migranti e per i rifugiati politici. 205 pagine e 750 indirizzi in tutto, 22 in più rispetto all’edizione dell’anno scorso.
Sono sedicimila le copie stampate, distribuite gratuitamente nelle parrocchie, nei centri della Comunità di Sant'Egidio e direttamente in strada, insieme al cibo e alle coperte portate dai volontari delle associazioni che offrono il loro servizio. E il "Dove" non è ormai un'esperienza limitata alla realtà romana: la "guida Michelin dei poveri", come viene spesso definita, viene pubblicata quest'anno anche a Milano, Napoli, Genova, Barcellona e Buenos Aires. «Senza questo elenco di indirizzi – spiega Mario Marazziti, portavoce di Sant'Egidio – la vita di molte persone sarebbe molto più dura, a volte impossibile».


(foto da internet)


Ma la presentazione del vademecum è anche un'occasione per fare il punto sulla povertà in generale. L'Italia ospita un milione di poveri assoluti, ovvero uomini, donne e bambini che hanno difficoltà a sfamarsi. Esistono poi i "poveri relativi", persone che consumano meno della metà della media nazionale: sono 8 milioni e sono in costante aumento, a causa della crisi economica. Il cosiddetto "nuovo povero", messo ai margini dalla perdita del potere d'acquisto di salari e pensioni, ha nella maggior parte dei casi il volto di un anziano solo, che non riesce a far fronte alle spese sanitarie. Ma a rischio indigenza sono anche i giovani: il 22% dei ragazzi italiani non studia, né cerca un'occupazione. In tutta Europa li chiamano Neet, Not Employed Educated or Trained. Hanno perso la fiducia a causa di esperienze di lavoro negative, e ora vivono senza prospettive.


(foto da internet)


Poi ci sono gli stranieri: il centro Genti di Pace della Comunità di Sant'Egidio: dopo l'esplosione dell'Est Europa nel recente passato, oggi i numeri parlano di Africa. A seguire Bangladesh e Romania. Senza dimenticare i casi di disagio sociale estremo, nei campi rom e nelle carceri, dove finiscono soprattutto i poveri. Ma anche molti migranti regolari residenti da anni a Roma, che pagano le tasse e possiedono un conto in banca, vivono in condizioni sempre più difficili.

lunedì 14 dicembre 2009

White Christmas

(foto da internet)

A Natale ci sono canzoni che inesorabilmente si presentano anno dopo anno. Tutti le conoscono, tutti le cantano.
In Italia c'è la pubblicità di Bauli che ripropone la canzone A Natale puoi e, più o meno fa così:
A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai, riprendere a giocare,riprendere a sognare, riprendere quel tempo che rincorrevi tanto. È Natale e a Natale si può fare di più, è Natale e a Natale si può amare di più, è Natale e a Natale si può fare di più per noi. a Natale puoi, A Natale puoi fidarti di più.



Poi c'è la versione italiana di Bianco Natale che, canticchiata, suona più o meno così: Col bianco tuo candor neve, sai dar la gioia ad ogni cuor. È Natale ancora, la grande festa
che sa tutti conquistar. Un canto vien dal ciel lento, e con la neve dona a noi, un Natale pieno d'amor, un Natale di felicità. È Natale spunta la Pace Santa l’Amor che sa conquistar. Tu dici nel cader neve il Cielo devi ringraziar! Alza gli occhi guarda lassù è Natale non si soffre più.






Ma c'è anche chi si serve di queste canzoni della tradizione natalizia per negare un valore sacro di questa festa. In un'Italia in cui succede di tutto, a Coccaglio, in provincia di Brescia, un assessore leghista ha aperto la caccia agli immigrati irregolari con l'operazione denominata "White Christmas" perché - spiega - «il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana e della nostra identità». E il sindaco incalza: «Il nostro obiettivo è fare pulizia». L'operazione scade il 25 dicembre: in questo paese, poco meno di settemila abitanti, 1.500 stranieri, un quinto della popolazione in solo un decennio, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Coloro che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. Nel caso in cui non l'avessero fatto, la loro residenza viene revocata d’ufficio.
(foto da internet)




L'idea, però, è piaciuta anche ad altri sindaci leghisti dei comuni vicini. E inutile dire che il ministro dell'interno Maroni ha appoggiato l'iniziativa.
Insomma, neanche ai tempi del Duce si è arrivati a tanto!
Il problema, sicuramente, per molti non sono i controlli, bensì il momento: ora con la crisi c'è il rischio che con la perdita di lavoro si perda anche la possibilità di rinnovare i documenti. È vero, c'è il sussidio di disoccupazione, ma lo si può chiedere una sola volta. E cosa succede con le famiglie che si sono create in questo antichissimo borgo?


(foto da internet)

Meno male che quest'idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo della cittadina, del mondo cattolico e del volontariato. Il presidente della Cei, il cardinal Angelo Bagnasco, ha spiegato che «la Chiesa ha nel suo dna più profondo, sull'esempio della luce di Gesù Cristo, il tema dell'accoglienza, del dialogo. Questo non significa, assolutamente, andare contro la sicurezza, altro diritto e dovere di tutti cittadini». Ancora, la lettera di Francesca Comencini dà dignità a questo paese così spaccato. Ma poi, però, si ripiomba nell'avvilimento più totale nel leggere la vita ad ostacoli di un italiano nero!!!

Davvero a Natale puoi???