mercoledì 17 ottobre 2018

Un capolavoro immaginato per Gianna

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(foto da internet)


Il 2 giugno del 1981 moriva in un incidente stradale Rino Gaetano. Aveva 31 anni. Il cantautore crotonese, romano d’adozione, era stato un vero e proprio uragano nella musica pop italiana. La traccia della sua opera, 36 anni dopo, resta ancora indelebile. Rino Gaetano non ha lasciato eredi, ma vanta tuttora numerosi tentativi di imitazione. Tra quelli che più lo ricordano nella ricerca di testi non banali e di soluzioni  innovative e allo stesso tempo popolari, probabilmente il più simile è Francesco Gabbani. Analoga leggerezza, simile disincanto. 

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(foto da internet)

Con la canzone Gianna,  Rino Gaetano irrompe a Sanremo con una canzone definita “non sense”. Smonta i luoghi comuni e conquista il pubblico. Al Festival dei Fiori, dove cuore fa sempre rima con amore, il cantautore calabrese (supportato dal gruppo dei Pandemonium) prende in giro giuria e platea. Risultato: terzo posto. Ma rimane nell’immaginario popolare il vincitore assoluto.
Siccome stiamo parlando di altri tempi, in omaggio alla canzone, di cui quest'anno ricorrono i 40 anni, è stato girato a Cerviail videoclip della canzone che non c'era. Il video racconta storie di emancipazione femminile, ed è stato presentato in anteprima al festival internazionale "ImaginAction" a Cesena, dal 12 al 14 ottobre, e fa parte del progetto "Capolavori immaginati" 

lunedì 15 ottobre 2018

La manna siciliana



(foto da internet)


La manna, com'è noto, è la  sostanza che, secondo la Bibbia, fu miracolosamente inviata da Dio come cibo agli Israeliti nel deserto. Il nome fa riferimento, propriamente, al succo indurito di alcune varietà di Frassino, pianta delle Oleaceae coltivata in Italia, in Sicilia e in Calabria. Si estrae per incisione trasversale della corteccia. Il succo, una volta consolidato, si presenta come una massa bianca o giallastra di sapore dolciastro e leggermente acidulo, contenente mannite, zuccheri riducenti, carboidrati idrolizzabili, sostanze minerali, ecc. Commercialmente si distinguono diverse qualità di manna: la manna cannellata, la manna in pani e la cosiddetta manna in sorte.

Oltre alla manna di frassino, anche altre secrezioni vegetali contenenti zuccheri sono dette manne: ad esempio,  la manna della Bibbia è data dall’escrezione dei giovani rami, provocata dalle punture di un insetto su piante diverse; essa è usata come alimento dai beduini dell’Arabia e dei paesi vicini. 



(foto da internet)


La manna di Persia è costituita da lacrime che si ottengono recidendo i rametti di Alhagi maurorum, dai quali sgorga un liquido contenente saccarosio e un principio purgativo; è usata nella medicina persiana. La manna di Briançon, in passato usata come lassativo, è un’escrezione spontanea dei rametti e delle foglie del larice, che si raccoglie, in piccole quantità, nelle Alpi francesi e italiane. La manna del deserto è costituita dai talli di licheni che crescono sul terreno nelle steppe e nelle regioni subdesertiche dell’Africa settentrionale e Asia occidentale. È formata da piccole masse rotondeggianti, giallicce e mangerecce; sollevate dal vento possono essere trasportate a grande distanza, dando luogo al fenomeno detto pioggia di manna (alcuni ritengono che questa sia la manna ricordata nella Bibbia).




(foto da internet)


La manna che si produce in Italia è un prodotto tipicamente siciliano. Si tratta della linfa del frassino estratta durante l’estate e lasciata essiccare al sole. Essa viene prodotta esclusivamente nel Parco delle Madonie, tra Pollina e Castelbuono, con tecniche antichissime (vedi>>). Può essere mangiata come una caramella o usata come dolcificante.
Con il supporto di Fondazione con il Sud è sorto Quando la manna non cade dal cielo, un interessante progetto per ripristinare la produzione della manna da frassino, una coltura tipica dell’area del Parco delle Madonie
La manna sgorga dai frassini divenendo una risorsa unica per la sue qualità e in grado di creare economia ed occupazione per il territorio. Essa dimostra come la biodiversità tipica di un luogo può creare reddito se rispettata e valorizzata al meglio.


(foto da internet)

Il progetto prevede la rimessa in coltura di terreni interessati dalla presenza di frassineti abbandonati - verranno rimessi in coltura 60 ettari di frassineto- e una fase formativa che dovrà consentire il trasferimento di competenze e conoscenze da parte dei più anziani produttori di manna alle giovani generazioni. La manna così prodotta verrà conferita annualmente ad un consorzio che provvederà alla lavorazione e vendita del prodotto.
A supporto della fase di commercializzazione, il progetto prevede attività di ricerca, marketing, promozione e diffusione. 
Complimenti!

venerdì 12 ottobre 2018

Er padre de li Santi



(foto da internet)


La parola minchia è, secondo il Dizionario Treccani: 
s. f. [dal lat. mentŭla]. – 1. merid., volg. Il membro virile. La parola è frequente anche come esclamazione (di meraviglia, ecc.), o in espressioni ingiuriose (cfr. minchione). 2. M. di re, nome pop. sicil. del pesce donzella (Coris julis), della famiglia labridi.
Minchione, derivato da minchia, è: s. m. e agg. [accr. di minchia], pop. – 1. s. m. e agg. (f. -a). Persona sciocca, priva di furberia, eccessivamente semplice e credulona; è soprattutto usato come titolo di spregio e di rimprovero: sei proprio un m.; è un bel m.; sei stata una gran m. a dargli retta; quanto sei m.!; che uomo m.!; come si fa a essere così minchioni? Locuz. particolari: fossi m.!, per esprimere deciso rifiuto relativamente al fare una cosa che si risolverebbe in danno proprio; fare il m., fingersi stupido, far finta di non capire, per proprio tornaconto; rimanere come un m., restare male, a mani vuote, beffato o danneggiato (...). 2. agg., non com. Sciocco, insulso, balordo, detto di cose: discorsi, ragionamenti m.; è uno scherzo m., una beffa minchiona. Dim. minchioncino, minchioncèllo; accr., non com., minchioncióne; pegg. minchionàccio.


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La parola in questione venne utilizzata, alcuni anni fa, in una canzone di Giorgio Faletti, intitolata Signor tenente (ascolta>>), che permise all'eclettico artista di aggiudicarsi il premio Mia Martini della critica al Festival di Sanremo dello stesso anno. All'inizio di ogni strofa veniva utilizzata la parola dialettale minchia. La canzone aveva dei forti connotati di denuncia sociale, con richiami a problematiche quali la criminalità organizzata e le disastrose condizioni lavorative delle forze dell'ordine.  
Il termine in questione è saltato di nuovo alla ribalta in questi giorni. È apparso, infatti, in una luminaria installata in via Alloro, a Palermo, dagli organizzatori di Manifesta 12, la Biennale nomade europea in corso nel capoluogo siciliano nell'anno di Palermo Capitale della cultura.





(foto da internet)


Il consigliere comunale Sabrina Figuccia ha però gridato allo scandalo. La signora Figuccia ha criticato che nell'ambito della manifestazione si sia permessa l'installazione (mediante un video artistico) dell'amplesso di un signore con un albero e l'uso della suddetta luminaria. Parimenti, con una lettera inviata al sindaco Orlando, ha chiesto l’accesso agli atti per conoscere quanto è stata pagata l'installazione, chi ha sostenuto i costi e se il sindaco condivide l'immagine della città che, secondo lei, queste opere offrono.
La luminaria di via Alloro, però, non è una bravata che sfrutta l'intercalare siculo, ma un progetto del giovane artista Fabrizio Cicero, prodotto da Andrea Schiavo. L’opera è curata da Bridge art per Border crossing, un progetto collaterale di Manifesta 12.


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Andrea Schiavo, alla luce della polemica sollevata, ha dichiarato che l'ormai famosa luminaria Minchia è stata pagata interamente da lui medesimo e ha rivendicato l'atto di mecenatismo nei confronti di un artista che ha composto un'opera che non voleva offendere la sensibilità di nessuno. Ha altresì aggiunto che solo il pubblico e la critica possono esprimere un giudizio sulla validità o meno dell'opera d'arte.
Giusto. E allora, anche per rassicurare la signora Figuccia, ci siamo ricordati dell'indimenticabile sonetto del Belli, Er padre de li Santi (leggi>>), per chiudere, davvero, in bellezza queste ciance.



mercoledì 10 ottobre 2018

Un paese di Calabria


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(foto da internet)

Un paese di Calabria è il documentario diretto da Shu Aiello e Catherine Catella girato nel 2016 che narra la storia di Riace, una località svuotata dall’emigrazione, e di un sindaco, Mimmo Lucano, che è riuscito a dare vita a un’utopia: accogliere i migranti sbarcati sulle coste italiane per ripopolare le strade e le case del paese. 

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(foto da internet)


In occasione della manifestazione in programma sabato scorso 6 ottobre a Riace a sostegno del sindaco Lucano, sospeso dal suo incarico e agli arresti domiciliari, le registe hanno deciso assieme alle produttrici Laurence Ansquer, Martine Vidalenc, Florence Adam e la bolognese Serena Gramizzi, di rendere disponibile il film in streaming gratuito per 48 ore, da sabato 6 a domenica 7 ottobre.



 


"Vogliamo denunciare la criminalizzazione degli atti di solidarietà e accoglienza dei rifugiati in Italia, in Francia e ovunque in Europa" dicono le autrici, che hanno deciso di condividere pubblicamente la loro visione su Riace, "per sostenere l'importanza del modello di accoglienza messo in atto dal sindaco e dai suoi concittadini, oltre che per proporre una riflessione sui cicli migratori".


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Il film, una co-produzione italiana, francese e svizzera, ha partecipato a numerosi festival internazionali, vincendo, tra gli altri, il Buyens-Chagoll Award a Visions du Réel di Nyon, in Svizzera, dove è stato presentato in anteprima mondiale nell’aprile del 2016. Il documentario è stato visto in Francia da oltre 40mila spettatori in sala, mentre in Italia ha avuto soltanto una distribuzione legata a eventi organizzati dalla casa di produzione Bo Film con il sostegno di MovieDay, la cooperativa Passepartout di Milano e il Coordinamento nazionale dei centri di Accoglienza.

lunedì 8 ottobre 2018

Elena Ledda a Valencia!


(foto da internet)

Cari chiodini (solo vicini), la VI Mostra Viva del Mediterrani, che si terrà a Valencia dal 3 al 21 ottobre, che conterà sulla presenza di oltre 200 artisti,  incentrata su varie attività  artistiche quali la musica, la danza, il circo, la letteratura, l'arte, la narrazione orale, la formazione educativa, ecc., avrà come figura di spicco la cantante sarda Elena Ledda, una delle grandi voci della musica mediterranea.  La Ledda è nata a Selargius, in provincia di Cagliari, e ha studiato  al conservatorio oboe e canto. Nonostante le potenzialità della sua voce da mezzosoprano, ha preferito dedicare la sua carriera al genere folk, arricchito, col tempo, da un interessante lavoro di ricerca e di sperimentazione.

Debuttò nel 1979 con l'album Ammentos, e nel 1984  pubblicò il disco Is Arrosas. Negli anni '90  proseguì con la pubblicazione di Incanti ed iniziò un'intensa attività con concerti dal vivo che la porterà ad esibirsi in tutto il mondo.



(foto da internet)


Con il disco Maremannu, del 2001, e Amargura, del 2005,  raggiunse un alto grado di maturità artistica. In Amargura  si fondono le vibrazioni del patrimonio musicale sardo con quello più melodico napoletano. 

La Ledda  ricevette la Targa Tenco al Premio Tenco per il miglior disco in Dialetto nel 2007. Nel 2008 pubblicò Live at jazz in Sardegna e nel 2009 Cantendi a Deus.
Elena Ledda ha collaborato, tra gli altri, con Fabrizio De Maria del Mar BonetPaolo Fresu Andrea Parodi.


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L'ultima sua fatica artistica è l'album Làntias (2018), che vede la cantante sarda accompagnata da un quartetto di ottimi musicisti e da alcuni ospiti di rilievo. Da segnalare i brani De Arrubiu, costituito da una sola strofa ripetuta. Un brano intenso, mix di sax e voce (ascolta>>) e Arenas, una canzone che dà modo alla cantante sarda di dispiegare la sua voce in varie sfumature.

Nel disco ci sono anche tre cover: Ninna nanna in re, una ballata su un testo di Bianca d’Aponte, tradotto in sardo; Ojos Azules, (molti di voi lo ricorderanno nell'interpretazione di  quali Mercedes Sosa) in lingua originale; e Sérénade (del galiziano Antonio Placer, tradotto in sardo).
Elena Ledda aprirà, con un concerto d'onore, la Mostra Viva del Mediterrani 2018, il 10 ottobre p.v., nel Palau de la Música, alle ore 19.30, e lo stesso giorno terrà, alle ore 11, un workshop intitolato La vocalità nella musica sarda, presso il Col·legi Major Doctor Peset. 


Da non perdere!

venerdì 5 ottobre 2018

Addio caffè Hag (italiano)

Il primo ottobre si è celebrata la quarta edizione della Giornata Internazionale del Caffè. Il tema di quest'anno è  stato Le donne nel settore del caffè.
Per l'Italia è senz'altro una ricorrenza rilevante, dato che nel nostro Paese il caffè è un vero e proprio rito e la tazzina al banco è la regina indiscutibile nei nostri bar






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La ricorrenza è stata offuscata da una brutta notizia per gli amanti del caffè decaffeinato: la chiusura della fabbrica italiana che produceva due storici marchi: Hag e Splendid. Il gruppo olandese Jde, proprietario dei due marchi sopraccitati, ha annunciato che, dal primo gennaio 2019, chiuderà lo stabilimento di Andezeno, nei pressi di Torino, l'unico sito in Italia dove ancora si producono le due miscele. Hag è un noto marchio di caffè decaffeinato creato dal chimico tedesco Ludwig Roselius, nel 1905, presso la Kaffee Handels Aktien Gesellschaft (HAG) di Brema in cui mise a punto il primo processo di eliminazione della caffeina.



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Da lì nacque l'acronimo Hag -Kaffee Handels Aktien Gesellschaft- che significa società azionaria commerciale di caffèIl nome commerciale ebbe un successo immediato: breve e facilmente riconoscibile, venne associato ad un prodotto innovativo e di largo consumo.
Il gruppo olandese, proprietario dello stabilimento in Piemonte, ha segnalato che la produzione verrà trasferita in altre fabbriche europee.  La chiusura della fabbrica sembra sia da attribuire ai nuovi formati di capsule e cialde, che gli italiani apprezzano sempre di più, a scapito della classica miscela macinata.

Secondo recenti statistiche il caffè decaffeinato è bevuto regolarmente da circa il 12% dei consumatori di caffè, ma sono circa il 30% quelli che lo bevono ogni tanto. 


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Ma come si ottiene il caffè decaffeinato? I metodi per togliere la caffeina al caffè sono fondamentalmente tre:
a) l'uso del diclorometano. È un metodo, prettamente chimico, per togliere la caffeina che prevede una prima fase in cui si mette il caffè a bagno in acqua per il gonfiaggio.  Posteriormente, il caffè viene messo di nuovo a bagno con il diclorometano che riesce a catturare la caffeina lasciando passare le altre sostanze. 
b) La decaffeinizzazione ad acqua. Nell'estrazione ad acqua i chicchi di caffè sono immersi in acqua calda per estrarre la caffeina. In questo processo, però, assieme con la caffeina se ne vanno anche  gli altri ingredienti che rendono il gusto del caffè così particolare. L’acqua viene poi filtrata attraverso filtri ai carboni attivi, che trattengono la caffeina lasciando passare le altre sostanze.

c) Il metodo ad anidride carbonica. È un metodo complesso, che necessita di impianti particolari. È attualmente, il sistema più diffuso. Questo metodo sfrutta la variazione degli stati dell’anidride carbonica, da liquida a gassosa, che diventa un solvente naturale per la caffeina. Il processo inizia con un trattamento a vapore dei chicchi, che raggiungono un tasso di umidità del 30-50%. Successivamente, i grani vengono inseriti in un cilindro di estrazione, in cui vengono trattati con la CO2 in stato supercritico, condizione per la quale sono necessari specifici livelli di pressione e temperatura. L’anidride carbonica estrae la caffeina in modo selettivo, riuscendo a diffondersi come un gas e mantenendo le proprietà solventi dei liquidi. 




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Tornando alle statistiche e alla sociologia, secondo recenti studi i consumatori di caffè decaffeinato si potrebbero inglobare nelle seguenti categorie: a) gli instabili: coloro che non reggono per molto il compromesso e prima o poi tendono a tornare al caffè normale o, in alcuni casi, ad abbandonare del tutto il caffè;  b) gli utilizzatori per necessità: che comprendono sia i consumatori che hanno reali problemi di salute sia gli ipocondriaci; c) i saltuari: coloro che acquistano anche altre bevande sostitutive, in particolare l'orzo, che oggi viene percepito come bevanda trendy;  d) i convinti: coloro che apprezzano il decaffeinato senza frustrazioni di sorta: sono per lo più donne (oltre il 60%), di età superiore ai 45 anni, con un profilo socio-economico medio-alto. 
Noi, comunque, vorremmo ricordare la storica marca del caffè Hag italiano con alcuni vecchi spot pubblicitari: a) pubblicità anni '60;  b) anni '80; c) pubblicità 1996; d) pubblicità 2010; e) pubblicità 2015; f) pubblicità 2016.

mercoledì 3 ottobre 2018

Un borgo da scoprire


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(foto da internet)



Se sentite nominare Sulmona, immediatamente vi dicono confetti. Conosciuta come la città dei confetti, Sulmona è, però, anche un’autentica perla di storia ed arte. Incastonata in un contesto paesaggistico di grande valore, la patria di Ovidio offre quel suo volto semplice ed affascinante che incanta qualsiasi visitatore che si trova nel centro Italia e decide di lascare da parte per un attimo le mete più conosciute per offrire spazio ad una realtà meritevole che fonde cultura, arte, gastronomia, natura e tradizione. È stata anche definita la città più bella da visitare durante la stagione invernale e non è un caso. Sulmona vanta un consistente numero di monumenti grazie alla sua ricca storica, che l’ha trasformata, nel corso dei secoli, da abitato italico a municipio romano e fiorente borgo dal medioevo in poi. Ovunque si incontrano tanti ed interessanti edifici, ora medievali ora barocchi, tra cui Palazzo Corvi, Palazzo Mazzara o Palazzo Grilli – De Capite, o anche il Polo Museale Civico della Santissima Annunziata, la Chiesa di Santa Maria della Tomba, la Chiesa di San Francesco della Scarpa.

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Di particolare interesse è anche il suo storico Acquedotto Svevo. Fu sotto il regno dell’imperatore Federico II di Svevia, infatti, che la città raggiunse il suo periodo più florido nei settori commerciali, artigianali ed artistici. Testimonianza di questo splendore, l’Acquedotto risale al 1256, quando a governare era Manfredi di Svevia, figlio di Federico II. L’opera venne eseguita principalmente per trasportare le acque del fiume Gizio nella città, alimentare le terre coltivate e mettere a disposizione una cospicua fonte di energia destinata alle attività artigianali. È uno splendido esempio di ingegneria medioevale che si sviluppa con segmenti differenti tra loro per lunghezza con il primo, di 76,10 metri, formato da 15 archi a sesto acuto; il secondo, di 24,38 metri, con 5 archi e il terzo, lungo solo 4,92 metri, costituito unicamente dall’ultima arcata a tutto sesto
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Il dislivello tra il primo e l’ultimo punto dei circa 106 metri di lunghezza dell’intera condotta che corre sulla serie delle arcate è di 1,65 metri, ma nel primo tratto l’acqua scende solo di 70 centimetri. La funzione dell’Acquedotto era quella di prelevare l’acqua dal fiume Giuzio e convogliarla nel fiume Vella e l’opera era cosi complessa ed imponente che, all’epoca, lo sforzo della popolazione e delle istituzioni locali è stato sicuramente immane. I colossi sono le 21 arcate a sesto acuto che compongono l’acquedotto: tra il settimo e l’ottavo è posta un lapide con versi in carattere longobardo che esalta gli abitanti di Sulmona. Oggi l’Acquedotto Svevo ha perso la sua funzionalità ma rimane uno dei simboli cittadini più amati.

lunedì 1 ottobre 2018

I cipressi



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Il cipresso (Cupressus sempervirens) è un albero dalla forma tipica a fiamma, è molto longevo e il legno è resistente e profumato. È un simbolo di vita e di morte che lo ha reso sacro presso gli antichi popoli del Mediterraneo. In Italia è un elemento inconfondibile del paesaggio delle regioni centrali. Si trova nei cimiteri, per abbellire i parchi, segna crocevia, viali, cappelle, tabernacoli, chiese, cime di colline, fontane, i limiti di un podere, ecc. Famosissime sono le foto dei cipressi delle strade collinari della campagna senese. Della sua presenza parlano Plinio e Cicerone e si trova raffigurato negli affreschi pompeiani. In arte sono celebri i cipressi del Beato Angelico, di Benozzo Gozzoli, di Paolo Uccello  e di Leonardo da Vinci




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In tempi più vicini il pittore Ottone Rosai ha raffigurato i cipressi soprattutto nelle stradine di collina attorno a FirenzeIl cipresso appartiene alla famiglia delle Cupressacee, sottoclasse delle Conifere, il cui tronco si ramifica sin dalla base e la corteccia grigio cenere presenta lunghe fessure verticali.  Il cipresso esiste in due varietà: una è la varietà horizontalis, detta comunemente cipresso femmina, dalla chioma irregolare e piuttosto aperta; l'altra, la pyramidalis, è nota come cipresso maschio; dalla chioma affusolata e aderente al fusto. Il legno di quest'albero viene usato per fare cassapanche e armadi, perché profumato e tarmicida.

Probabilmente i cipressi più maestosi d'Italia si trovano a Castegneto Carducci, un borgo in provincia di Livorno, in piena Maremma toscana. Si estendono lungo circa 4,2 km nella strada che da San Guido porta a Bolgheri (vedi>>).


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Purtroppo, alcuni cipressi del lungo viale di San Guido sono malati e la Provincia di Livorno è intervenuta per curare le piante care al poeta Giosuè Carducci che sono meta, ogni anno, di migliaia di turisti. L'intervento prevede la riduzione della vegetazione intorno alle piante che, da tempo, sono malate di un cancro della corteccia. Verrano abbattuti 80 cipressi, si prevede la potatura di 130 piante e il reimpianto di 135 esemplari di cloni, resistenti al cancro corticale, allevati in un vivaio sperimentale del Cnr.  La malattia che ha colpito i cipressi di Bolgheri è stata causata da un fungo patogeno,  il Coryneum cardinale, scoperto nel 1928 in California, e sparsosi più tardi anche in Europa.



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Il cipresso è comunemente ritenuto simbolo della mestizia, del raccoglimento e del ritiro in se stessi, e, come abbiamo detto poc'anzi, è assai comune nei vialetti dei cimiteri e attorno ai cancelli d'ingresso. Questa presenza nei luoghi tristi ha prodotto alcune locuzioni nella lingua italiana, quali: andare ai cipressini (a Roma si dice, invece, andare agli alberi pizzuti) e cioè, finire al cimitero (morire), e con lo stesso significato: andarsene col cappotto di cipresso.
In letteratura ha ispirato celebri testi poetici: il Foscolo comincia così il suo carme Dei sepolcri

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne / confortate dal pianto è forse il sonno / della morte men duro? 

Il testo venne scritto dopo l'editto napoleonico di Saint-Cloud, del 5 settembre 1806, che aveva imposto di seppellire i morti al di fuori delle mura cittadine e aveva regolamentato, per ragioni democratiche, che le lapidi dovessero essere tutte della stessa grandezza e le iscrizioni controllate da una commissione apposita...
Ma probabilmente è stato il Carducci, nel testo Davanti San Guido, coi famosi versi (leggi>>):

I cipressi che a Bolgheri alti e schietti (...)

a rendere un originale tributo ai cipressi e allo splendido viale maremmano (ascolta>>).



(foto da internet)

E ancora in Mario Luzi si possono ascoltare i discorsi di un particolare tipo di cipresso che il poeta chiama equinoziale (leggi>>):

Parla il cipresso equinoziale, oscuro / e montuoso esulta il capriolo (...)