lunedì 8 ottobre 2018

Elena Ledda a Valencia!


(foto da internet)

Cari chiodini (solo vicini), la VI Mostra Viva del Mediterrani, che si terrà a Valencia dal 3 al 21 ottobre, che conterà sulla presenza di oltre 200 artisti,  incentrata su varie attività  artistiche quali la musica, la danza, il circo, la letteratura, l'arte, la narrazione orale, la formazione educativa, ecc., avrà come figura di spicco la cantante sarda Elena Ledda, una delle grandi voci della musica mediterranea.  La Ledda è nata a Selargius, in provincia di Cagliari, e ha studiato  al conservatorio oboe e canto. Nonostante le potenzialità della sua voce da mezzosoprano, ha preferito dedicare la sua carriera al genere folk, arricchito, col tempo, da un interessante lavoro di ricerca e di sperimentazione.

Debuttò nel 1979 con l'album Ammentos, e nel 1984  pubblicò il disco Is Arrosas. Negli anni '90  proseguì con la pubblicazione di Incanti ed iniziò un'intensa attività con concerti dal vivo che la porterà ad esibirsi in tutto il mondo.



(foto da internet)


Con il disco Maremannu, del 2001, e Amargura, del 2005,  raggiunse un alto grado di maturità artistica. In Amargura  si fondono le vibrazioni del patrimonio musicale sardo con quello più melodico napoletano. 

La Ledda  ricevette la Targa Tenco al Premio Tenco per il miglior disco in Dialetto nel 2007. Nel 2008 pubblicò Live at jazz in Sardegna e nel 2009 Cantendi a Deus.
Elena Ledda ha collaborato, tra gli altri, con Fabrizio De Maria del Mar Bonet, Paolo Fresu e Andrea Parodi.


(foto da internet)

L'ultima sua fatica artistica è l'album Làntias (2018), che vede la cantante sarda accompagnata da un quartetto di ottimi musicisti e da alcuni ospiti di rilievo. Da segnalare i brani De Arrubiu, costituito da una sola strofa ripetuta. Un brano intenso, mix di sax e voce (ascolta>>) e Arenas, una canzone che dà modo alla cantante sarda di dispiegare la sua voce in varie sfumature.

Nel disco ci sono anche tre cover: Ninna nanna in re, una ballata su un testo di Bianca d’Aponte, tradotto in sardo; Ojos Azules, (molti di voi lo ricorderanno nell'interpretazione di  quali Mercedes Sosa) in lingua originale; e Sérénade (del galiziano Antonio Placer, tradotto in sardo).
Elena Ledda aprirà, con un concerto d'onore, la Mostra Viva del Mediterrani 2018, il 10 ottobre p.v., nel Palau de la Música, alle ore 19.30, e lo stesso giorno terrà, alle ore 11, un workshop intitolato La vocalità nella musica sarda, presso il Col·legi Major Doctor Peset. 


Da non perdere!

venerdì 5 ottobre 2018

Addio caffè Hag (italiano)

Il primo ottobre si è celebrata la quarta edizione della Giornata Internazionale del Caffè. Il tema di quest'anno è  stato Le donne nel settore del caffè.
Per l'Italia è senz'altro una ricorrenza rilevante, dato che nel nostro Paese il caffè è un vero e proprio rito e la tazzina al banco è la regina indiscutibile nei nostri bar. 






(foto da internet)

La ricorrenza è stata offuscata da una brutta notizia per gli amanti del caffè decaffeinato: la chiusura della fabbrica italiana che produceva due storici marchi: Hag e Splendid. Il gruppo olandese Jde, proprietario dei due marchi sopraccitati, ha annunciato che, dal primo gennaio 2019, chiuderà lo stabilimento di Andezeno, nei pressi di Torino, l'unico sito in Italia dove ancora si producono le due miscele. Hag è un noto marchio di caffè decaffeinato creato dal chimico tedesco Ludwig Roselius, nel 1905, presso la Kaffee Handels Aktien Gesellschaft (HAG) di Brema in cui mise a punto il primo processo di eliminazione della caffeina.



(foto da internet)

Da lì nacque l'acronimo Hag -Kaffee Handels Aktien Gesellschaft- che significa società azionaria commerciale di caffè. Il nome commerciale ebbe un successo immediato: breve e facilmente riconoscibile, venne associato ad un prodotto innovativo e di largo consumo.
Il gruppo olandese, proprietario dello stabilimento in Piemonte, ha segnalato che la produzione verrà trasferita in altre fabbriche europee.  La chiusura della fabbrica sembra sia da attribuire ai nuovi formati di capsule e cialde, che gli italiani apprezzano sempre di più, a scapito della classica miscela macinata.

Secondo recenti statistiche il caffè decaffeinato è bevuto regolarmente da circa il 12% dei consumatori di caffè, ma sono circa il 30% quelli che lo bevono ogni tanto. 


(foto da internet)

Ma come si ottiene il caffè decaffeinato? I metodi per togliere la caffeina al caffè sono fondamentalmente tre:
a) l'uso del diclorometano. È un metodo, prettamente chimico, per togliere la caffeina che prevede una prima fase in cui si mette il caffè a bagno in acqua per il gonfiaggio.  Posteriormente, il caffè viene messo di nuovo a bagno con il diclorometano che riesce a catturare la caffeina lasciando passare le altre sostanze. 
b) La decaffeinizzazione ad acqua. Nell'estrazione ad acqua i chicchi di caffè sono immersi in acqua calda per estrarre la caffeina. In questo processo, però, assieme con la caffeina se ne vanno anche  gli altri ingredienti che rendono il gusto del caffè così particolare. L’acqua viene poi filtrata attraverso filtri ai carboni attivi, che trattengono la caffeina lasciando passare le altre sostanze.

c) Il metodo ad anidride carbonica. È un metodo complesso, che necessita di impianti particolari. È attualmente, il sistema più diffuso. Questo metodo sfrutta la variazione degli stati dell’anidride carbonica, da liquida a gassosa, che diventa un solvente naturale per la caffeina. Il processo inizia con un trattamento a vapore dei chicchi, che raggiungono un tasso di umidità del 30-50%. Successivamente, i grani vengono inseriti in un cilindro di estrazione, in cui vengono trattati con la CO2 in stato supercritico, condizione per la quale sono necessari specifici livelli di pressione e temperatura. L’anidride carbonica estrae la caffeina in modo selettivo, riuscendo a diffondersi come un gas e mantenendo le proprietà solventi dei liquidi. 




(foto da internet)

Tornando alle statistiche e alla sociologia, secondo recenti studi i consumatori di caffè decaffeinato si potrebbero inglobare nelle seguenti categorie: a) gli instabili: coloro che non reggono per molto il compromesso e prima o poi tendono a tornare al caffè normale o, in alcuni casi, ad abbandonare del tutto il caffè;  b) gli utilizzatori per necessità: che comprendono sia i consumatori che hanno reali problemi di salute sia gli ipocondriaci; c) i saltuari: coloro che acquistano anche altre bevande sostitutive, in particolare l'orzo, che oggi viene percepito come bevanda trendy;  d) i convinti: coloro che apprezzano il decaffeinato senza frustrazioni di sorta: sono per lo più donne (oltre il 60%), di età superiore ai 45 anni, con un profilo socio-economico medio-alto. 
Noi, comunque, vorremmo ricordare la storica marca del caffè Hag italiano con alcuni vecchi spot pubblicitari: a) pubblicità anni '60;  b) anni '80; c) pubblicità 1996; d) pubblicità 2010; e) pubblicità 2015; f) pubblicità 2016.

mercoledì 3 ottobre 2018

Un borgo da scoprire


Risultati immagini per sulmona
(foto da internet)



Se sentite nominare Sulmona, immediatamente vi dicono confetti. Conosciuta come la città dei confetti, Sulmona è, però, anche un’autentica perla di storia ed arte. Incastonata in un contesto paesaggistico di grande valore, la patria di Ovidio offre quel suo volto semplice ed affascinante che incanta qualsiasi visitatore che si trova nel centro Italia e decide di lascare da parte per un attimo le mete più conosciute per offrire spazio ad una realtà meritevole che fonde cultura, arte, gastronomia, natura e tradizione. È stata anche definita la città più bella da visitare durante la stagione invernale e non è un caso. Sulmona vanta un consistente numero di monumenti grazie alla sua ricca storica, che l’ha trasformata, nel corso dei secoli, da abitato italico a municipio romano e fiorente borgo dal medioevo in poi. Ovunque si incontrano tanti ed interessanti edifici, ora medievali ora barocchi, tra cui Palazzo Corvi, Palazzo Mazzara o Palazzo Grilli – De Capite, o anche il Polo Museale Civico della Santissima Annunziata, la Chiesa di Santa Maria della Tomba, la Chiesa di San Francesco della Scarpa.

Risultati immagini per sulmona acquedotto svevo

(foto da internet)


Di particolare interesse è anche il suo storico Acquedotto Svevo. Fu sotto il regno dell’imperatore Federico II di Svevia, infatti, che la città raggiunse il suo periodo più florido nei settori commerciali, artigianali ed artistici. Testimonianza di questo splendore, l’Acquedotto risale al 1256, quando a governare era Manfredi di Svevia, figlio di Federico II. L’opera venne eseguita principalmente per trasportare le acque del fiume Gizio nella città, alimentare le terre coltivate e mettere a disposizione una cospicua fonte di energia destinata alle attività artigianali. È uno splendido esempio di ingegneria medioevale che si sviluppa con segmenti differenti tra loro per lunghezza con il primo, di 76,10 metri, formato da 15 archi a sesto acuto; il secondo, di 24,38 metri, con 5 archi e il terzo, lungo solo 4,92 metri, costituito unicamente dall’ultima arcata a tutto sesto
Risultati immagini per sulmona acquedotto svevo
(foto da internet)


Il dislivello tra il primo e l’ultimo punto dei circa 106 metri di lunghezza dell’intera condotta che corre sulla serie delle arcate è di 1,65 metri, ma nel primo tratto l’acqua scende solo di 70 centimetri. La funzione dell’Acquedotto era quella di prelevare l’acqua dal fiume Giuzio e convogliarla nel fiume Vella e l’opera era cosi complessa ed imponente che, all’epoca, lo sforzo della popolazione e delle istituzioni locali è stato sicuramente immane. I colossi sono le 21 arcate a sesto acuto che compongono l’acquedotto: tra il settimo e l’ottavo è posta un lapide con versi in carattere longobardo che esalta gli abitanti di Sulmona. Oggi l’Acquedotto Svevo ha perso la sua funzionalità ma rimane uno dei simboli cittadini più amati.

lunedì 1 ottobre 2018

I cipressi



(foto da internet)



Il cipresso (Cupressus sempervirens) è un albero dalla forma tipica a fiamma, è molto longevo e il legno è resistente e profumato. È un simbolo di vita e di morte che lo ha reso sacro presso gli antichi popoli del Mediterraneo. In Italia è un elemento inconfondibile del paesaggio delle regioni centrali. Si trova nei cimiteri, per abbellire i parchi, segna crocevia, viali, cappelle, tabernacoli, chiese, cime di colline, fontane, i limiti di un podere, ecc. Famosissime sono le foto dei cipressi delle strade collinari della campagna senese. Della sua presenza parlano Plinio e Cicerone e si trova raffigurato negli affreschi pompeiani. In arte sono celebri i cipressi del Beato Angelico, di Benozzo Gozzoli, di Paolo Uccello  e di Leonardo da Vinci. 




(foto da internet)


In tempi più vicini il pittore Ottone Rosai ha raffigurato i cipressi soprattutto nelle stradine di collina attorno a Firenze. Il cipresso appartiene alla famiglia delle Cupressacee, sottoclasse delle Conifere, il cui tronco si ramifica sin dalla base e la corteccia grigio cenere presenta lunghe fessure verticali.  Il cipresso esiste in due varietà: una è la varietà horizontalis, detta comunemente cipresso femmina, dalla chioma irregolare e piuttosto aperta; l'altra, la pyramidalis, è nota come cipresso maschio; dalla chioma affusolata e aderente al fusto. Il legno di quest'albero viene usato per fare cassapanche e armadi, perché profumato e tarmicida.

Probabilmente i cipressi più maestosi d'Italia si trovano a Castegneto Carducci, un borgo in provincia di Livorno, in piena Maremma toscana. Si estendono lungo circa 4,2 km nella strada che da San Guido porta a Bolgheri (vedi>>).


(foto da internet)


Purtroppo, alcuni cipressi del lungo viale di San Guido sono malati e la Provincia di Livorno è intervenuta per curare le piante care al poeta Giosuè Carducci che sono meta, ogni anno, di migliaia di turisti. L'intervento prevede la riduzione della vegetazione intorno alle piante che, da tempo, sono malate di un cancro della corteccia. Verrano abbattuti 80 cipressi, si prevede la potatura di 130 piante e il reimpianto di 135 esemplari di cloni, resistenti al cancro corticale, allevati in un vivaio sperimentale del Cnr.  La malattia che ha colpito i cipressi di Bolgheri è stata causata da un fungo patogeno,  il Coryneum cardinale, scoperto nel 1928 in California, e sparsosi più tardi anche in Europa.



(foto da internet)


Il cipresso è comunemente ritenuto simbolo della mestizia, del raccoglimento e del ritiro in se stessi, e, come abbiamo detto poc'anzi, è assai comune nei vialetti dei cimiteri e attorno ai cancelli d'ingresso. Questa presenza nei luoghi tristi ha prodotto alcune locuzioni nella lingua italiana, quali: andare ai cipressini (a Roma si dice, invece, andare agli alberi pizzuti) e cioè, finire al cimitero (morire), e con lo stesso significato: andarsene col cappotto di cipresso.
In letteratura ha ispirato celebri testi poetici: il Foscolo comincia così il suo carme Dei sepolcri: 

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne / confortate dal pianto è forse il sonno / della morte men duro? 

Il testo venne scritto dopo l'editto napoleonico di Saint-Cloud, del 5 settembre 1806, che aveva imposto di seppellire i morti al di fuori delle mura cittadine e aveva regolamentato, per ragioni democratiche, che le lapidi dovessero essere tutte della stessa grandezza e le iscrizioni controllate da una commissione apposita...
Ma probabilmente è stato il Carducci, nel testo Davanti San Guido, coi famosi versi (leggi>>):

I cipressi che a Bolgheri alti e schietti (...)

a rendere un originale tributo ai cipressi e allo splendido viale maremmano (ascolta>>).



(foto da internet)

E ancora in Mario Luzi si possono ascoltare i discorsi di un particolare tipo di cipresso che il poeta chiama equinoziale (leggi>>):

Parla il cipresso equinoziale, oscuro / e montuoso esulta il capriolo (...)




































venerdì 11 maggio 2018

Haiku sull'albero del prugno



(foto da internet)


Probabilmente i nostri studenti ricorderanno con piacere misto ad emozione l'incontro che si tenne, nella nostra città, due anni or sono, con Dacia Maraini. In quell'occasione la scrittrice italiana parlò, a ruota libera, di se stessa, e narrò, fra il silenzio stupito del pubblico presente, le vicissitudini della sua famiglia durante la prigionia in Giappone. 
Ebbene, il 2 maggio u.s., si è tenuta a Roma, presso il cinema Farnese Persol, una serata promossa da Roberto Coin per la presentazione del film Haiku sull’albero del prugno (vedi>>) di Mujah Maraini-Melehi che narra proprio quella vicenda.
Assieme con la regista, hanno preso parte all'evento Dacia e Antonella (Toni) Maraini. Alla fine della proiezione si è tenuto un incontro con il pubblico presente in sala.


(foto da internet)


Il film-doc è un viaggio nella memoria della famiglia Maraini che ripercorre un frammento della loro storia. Mediante il film, la regista rivisita, in chiave di documento storico, le vicende dei nonni Topazia Alliata e Fosco Maraini i quali giunsero in Giappone nel 1938 dove Fosco Maraini studiò dapprima la gli Ainu nell'isola di Hokkaido, e, posteriormente, ebbe l'incarico di lettore di lingua italiana presso l'Università di Kyoto. 

Nel 1943, i Maraini furono internati in un campo di prigionia a Nagoya, insieme alle giovani figlie Dacia, Yuki e Toni, a seguito del loro rifiuto di aderire alla Repubblica di Salò. 

Il film ripercorre i lunghi mesi di prigionia della famiglia Maraini attraverso le pagine del diario che Topazia Alliata- scomparsa nel 2015 all’età di 102 anni!- scrisse e custodì segretamente durante i mesi di reclusione. 


(foto da internet)

La colonna sonora del film è stata firmata dal Premio Oscar Ryuichi Sakamoto e le scenografie -ispirate al teatro di schermi giapponese dogugaeshi- sono state realizzate da Basil Twist, uno tra i più grandi master-puppeteer del mondo.
La nipote-regista Mujah, rilegge quelle pagine insieme alla madre Toni, in  un viaggio personale che lega nipote, figlia e madre, alla ricerca del passato familiare, mediante un percorso di comprensione e di riconciliazione. 
il film è stato costruito su materiali fotografici e documenti di archivio inediti, interviste e testimonianze dirette che restituiscono allo spettatore una realtà già in parte nota a quanti hanno avuto l’opportunità di leggere gli scritti della famiglia Maraini.



(foto da internet)


Haiku sull' Albero del prugno è stato scritto da Mujah Maraini–Melehi e Deborah Belford, ed è stato prodotto da Maurizio Antonini e Mujah Maraini–Melehi, con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Direzione Generale Cinema, la Regione Lazio, l’Istituto Italiano di Cultura Tokyo, la collaborazione del Gabinetto G.P. Vieusseux e dell’Archivio Alinari.
Il mese scorso, il film è stato presentato con successo, in una prima internazionale, a New York. 

p.s. cari chiodini vicini e lontani, siamo ormai giunti alla fine dell'anno scolastico. Il nostro blog chiuderà venerdì 11 maggio, per gli esami finali. Torneremo on line, come sempre, a settembre. 
In bocca al lupo! Buone vacanze!













mercoledì 9 maggio 2018

A proposito della pizza...arriva il MoPi

Risultati immagini per pizza originale margherita
(foto da internet)


Non solo gli americani ne divorano ogni giorno l’equivalente di 50 ettari, ma negli Stati Uniti la pizza diventa sempre più un cibo di culto e un feticcio da gourmet: come dimostra il successo nella Little Italy di Manhattan del napoletano Gino Sorbillo, nella cui pizzeria si fa vedere persino il sindaco della Grande Mela, Bill De Blasio. Ad approfittare di questo “revival” sarà ora il nuovo Museo della Pizza, soprannominato MoPi, che aprirà il 13 ottobre in un luogo ancora segreto di New York, per iniziativa di Kareem Rahma, capo della Nameless Network, una società di Brooklyn.


Gino Sorbillo apre a New York e la prima pizza la sforna il sindaco
(foto da www.repubblica.it)

Il Museo permetterà ai visitatori di “conoscere la storia della pizza”, spiega Rahma, ricostruendone le origini e la diffusione in tutto il mondo. E, di là dei riconoscimenti dell’Unesco come “patrimonio dell’umanità”, offrirà una carrellata interattiva sul ruolo del piatto nella cultura pop e nel costume. Come il Museo del gelato, quello della pizza sarà una iniziativa pop-up, cioè a tempo, salvo poi verificare se riuscirà a generare abbastanza utili per rimanere aperta. Il biglietto di ingresso costerà caro, 35 dollari, ma offrirà la possibilità di ricevere una fetta di pizza gratis. “Ricordatevi però che saremo sempre un Museo, non un festival del cibo”, avverte l’ideatore del progetto. Comunque vada Arthur Bovino, esperto del settore food intervistato dal Wall Street Journal, già prevede che ci saranno lunghe file di fronte ai botteghini.

(foto da internet)

Non è un caso che MoPi sorgerà proprio a New York: grazie anche al forte influsso di emigranti italiani, nella metropoli sono concentrate il 10 per cento delle pizzerie americane, in tutto più di 61mila, e il Museo cercherà di attirare anche i turisti di passaggio. Anche nel resto degli Stati Uniti, da Boston a Los Angeles, da Miami a Seattle, la pizza è onnipresente, generando un fatturato complessivo di 30 miliardi di dollari all’anno. E gli americani ne continuano a mangiare quantità sempre maggiori: 350 fette al secondo a livello nazionale, 12 chili pro-capite all’anno.

Un po' strano, no????

lunedì 7 maggio 2018

Gita e Kilo


(foto da internet)

Addio valigie e carrello della spesa! Tra poco, la Piaggio Fast Forward, la società fondata dal gruppo Piaggio (nota casa produttrice di veicoli a due ruote a motore, fondata nel 1884, che vanta, tra i suoi prodotti, la celeberrima Vespa) vi aiuterà. La ditta, con sede a Boston, capofila nel settore della smart mobility di persone e merci, ha lanciato due nuovi prototipi elettrici:  Gita, presentato qualche giorno fa a Pontedera, e Kilo (vedi>>). 
Gita entrerà in produzione alla fine dell’anno; possiede un vano capace di portare un peso fino a 18 kg e attraverso un complesso sistema ottico, ed è capace di muoversi autonomamente e di seguire uno o più utenti umani ad esso collegati.



(foto da internet)


Jeffrey Schnapp, il direttore della Piaggio Past Forward, ha spiegato che l'idea dell'azienda italiana è quella di liberare le strade dalle auto e fornire alle persone che si possono muovere camminando un’alternativa al portabagagli. Integrando tecnologie innovative ed elaborando i futuri progetti di trasporto, la Piaggio Fast Forward risponde così al rapido cambiamento del mondo. Gita e Kilo sono veicoli intelligenti, ideati per migliorare la produttività della mobilità nei complessi sviluppi urbani, con un’autonomia di 20 km. Possono accompagnare una persona, mappare l’ambiente che li circonda e controllare ciò che si muove intorno; possono essere di supporto agli spostamenti individuali di tutti i giorni e un valido aiuto per chi soffre di disabilità motorie. 


(foto da internet)


L'idea è semplice: un trolley per la spesa che si muove da solo e che segue il proprietario come un cane fedele. 
Gita (vedi>>) è il più piccolo dei due prototipi. Può raggiungere 35 km/h e, grazie ad un percorso mappato preimpostato, può muoversi autonomamente. È in grado di trasportare 18 kg di peso e ha una forma sferica e un design molto lineare. Gita è una macchina a metà strada fra un drone terrestre, un robot da cargo e uno sherpa su ruote: un dispositivo intelligente che impara a conoscere il contesto in cui si muove mentre lo attraversa con il suo padrone umano. 
Kilo, invece, è un veicolo a tre ruote che può essere impiegato in tragitti più impegnativi; ha un vano da 120 litri di volume per carichi fino a 100 kg di peso. 
Insomma, Gita e Kilo sono una fusione perfetta tra robotica, ingegneria meccanica e design che vuol creare prodotti in linea con i bisogni degli uomini del nostro tempo. 



venerdì 4 maggio 2018

I 70 anni di Ladri di biciclette




(foto da internet)

Ladri di biciclette, uno dei film simbolo del Neorealismo, compie 70 anni. La pellicola viene restituita al suo splendore originario grazie all’opera di restauro del laboratorio L’immagine ritrovata della Cineteca di Bologna. La nuova edizione sarà presentata nella sezione Classici del Festival di Cannes (vedi trailer>>). 
Il capolavoro di Vittorio De Sica venne girato interamente con attori non professionisti e vinse l’Oscar, nel 1950, come migliore opera straniera. Scritto da Cesare Zavattini e dallo stesso De Sica, tratto dall'omonimo romanzo di Luigi Bartolini, divenne un punto di riferimento del cinema italiano di quegli anni e riscosse l’ammirazione di generazioni di cineasti in tutto il mondo. 
Il regista spiegò che volle rintracciare nel film il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccolissima cronaca. Nella vita cittadina –secondo De Sica- la perdita di una bicicletta poteva essere un avvenimento importante, tragico e addirittura catastrofico.




(foto da internet)

Il film è ambientato a Roma, pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Antonio Ricci, disoccupato, vive in un quartiere periferico con la moglie Maria, il figlio Bruno e una figlia neonata. Finalmente trova lavoro come attacchino municipale, impiego per il quale è necessaria una bicicletta, che Antonio e Maria riescono a riscattare dal monte di pietà. Ma già il primo giorno di lavoro la bicicletta di Antonio viene rubata. Avvilito, l'uomo chiede consiglio a Baiocco, un netturbino che gli promette di aiutarlo. Il giorno seguente Antonio, insieme a Bruno, Baiocco e altri spazzini, inizia a cercare nei mercati romani dove i ladri vendono la refurtiva. 
La ricerca è infruttuosa; Antonio e il bambino rimangono soli a Porta Portese, sotto un violento nubifragio. Antonio intravvede il ladro in sella alla sua bicicletta e si lancia all'inseguimento, ma il ragazzo si dilegua. Ormai disperato, Antonio decide di rivolgersi a una veggente: l'incontro è inutile, ma uscendo dalla casa della santona di nuovo Antonio e Bruno si imbattono nel ladro e lo inseguono sino a casa sua, dove vengono accerchiati dalla folla ostile dei vicini. Bruno chiama un carabiniere, che però, senza prove, dichiara di non poter far nulla. Antonio e Bruno se ne vanno umiliati e, dopo un lungo pellegrinare, finiscono di fronte allo stadio, dove si sta disputando una partita. 



(foto da internet)

Antonio ruba una delle tante biciclette dei tifosi e scappa, ma viene subito acciuffato dal proprietario e da alcuni passanti: questi vorrebbero denunciarlo, ma, di fronte al pianto del piccolo Bruno, il proprietario decide di lasciar perdere. Padre e figlio si incamminano verso casa, mischiandosi alla folla.
Il film rappresenta, sotto molti aspetti, il centro ideale del Neorealismo; possiede, infatti, tutte le caratteristiche di fondo del movimento: ambienti reali, attori non professionisti, una vicenda drammatica sulla durezza della vita quotidiana delle classi popolari, nonché una sorta di radiografia dell'Italia del Dopoguerra,  un paese violentemente spaccato in due, tra il Fronte democratico popolare e la Democrazia cristiana. 
De Sica scelse una serie di situazioni e personaggi rappresentativi del clima sociopolitico dell'epoca: la stazione di polizia, con il reparto che parte alla volta di un comizio, la riunione della cellula sindacale, le dame di carità che offrono un pasto ai poveri, ma solo dopo che questi hanno ascoltato la messa, i ricchi del tavolo accanto nella trattoria, il cui banchetto, innaffiato dallo spumante, lascia esterrefatti Antonio e Bruno. 



(foto da internet)

E anche attraverso la ricerca della bicicletta emerge uno spaccato ricchissimo della vita nel dopoguerra, con i suoi drammi e suoi piccoli eroismi, tra i segni del conflitto da poco terminato e i segnali di una rinascita che sta per arrivare. 
La vicenda di Antonio è tanto più tragica, quanto più il personaggio sembra essere incapace di far parte di quel miracolo italiano che sta per avere luogo.
Va ricordato che il film non fu accolto molto bene dal pubblico di Roma che, dopo la proiezione al cinema Metropolitan, reclamò la restituzione del prezzo del biglietto! 
Tutt'altra fu l'accoglienza a Parigi, con la presenza di circa tremila personaggi della cultura internazionale. Entusiasta e commosso, René Clair abbracciò al termine della proiezione De Sica. Il film fu salutato con particolare entusiasmo da André Bazin, padre spirituale della Nouvelle vague, secondo il quale Ladri di biciclette rappresenta un modello di cinema senza cinema, capace di far passare la realtà sullo schermo senza mediazioni. 

Buon compleanno!