mercoledì 13 aprile 2016

Una carbonara perfetta


(foto da internet)

Per un italiano è un motivo di orgoglio, per gli stranieri una ricetta misteriosa, spesso "maltrattata" con ingredienti che non hanno nulla a che vedere con la sua ricetta originale. Di cosa parliamo? Della pasta alla carbonara, una delle ricette più storpiate, malinterpretate e vituperate fuori (e dentro) i confini italiani. Ma è anche una delle più amate. 

La maggior parte dei ricettari, autorevole s'intende, non ne testimonia la presenza sino al 1930, il che confermerebbe la sua nascita recente. Ma tra le possibili versioni della sua origine, si crede a una stretta parentela con gli Stati Uniti: si inizia a vederla menzionata dopo la liberazione di Roma del 1944. Forse fu proprio in quel periodo che comparve il bacon (pancetta affumicata) insieme alle buste liofilizzate di uova portate dalle truppe USA.
Ma i più nazionalisti - e romantici - non sono d'accordo. Secondo loro la carbonara sarebbe l'evoluzione del "cacio e ova", di impronta laziale e abruzzese, e prenderebbe il nome dai boscaioli che andavano sugli Appennini a fare carbone con la legna. Di certo nessun esperto di ricette tradizionali userebbe bacon o la pancetta (entrambi ricavati dal ventre dell'animale). Importante, la vera ricetta prevede il guanciale, proprio la guancia del suino, con alta quantità di muscolo e bassa quantità di grasso pregiato.

(foto da internet)

A parte le diatribe in terra straniera, la ricetta crea dibattiti anche tra i cuochi e i gourmet di casa: uovo intero o solo tuorlo, pecorino romano o Parmigiano Reggiano, aglio, cipolla o niente? Un minimo accordo tra la vecchia guardia della cucina tradizionale italiana si trova sul vecchio e autorevole ricettario di Anna Gosetti della Salda: decreta un rigoroso no alla presenza della panna, per il resto sono ammesse alcune varianti non sostanziali. 

(foto da internet)

Il formato della pasta deve essere lungo, le uova vanno sbattute a parte – meglio se solo il  tuorlo – il pepe dev’essere fresco e macinato al momento: in questa ricetta, infatti, non è un semplice condimento ma un ingrediente di base. Attenzione anche a scongiurare il pericolo “frittatina”, rischio di ogni cuoco in erba e dei foodies alle prime armi: questo si crea quando l’uovo entra in contatto con una temperatura superiore ai 75°, i gradi della coagulazione. Meglio amalgamare gli ingredienti fuori dal fuoco.


(foto da internet)

In Italia sono tanti gli chef blasonati che non hanno saputo resistere al fascino del piatto. Una delle carbonare più celebri è quella di Luciano Monosilio, chef del ristorante Pipero al Rex di Roma, che proprio a lei deve parte della sua fama. Gli ingredienti sono il guanciale, i tuorli e un mix di Parmigiano e pecorino, ma  il vero segreto è una sorta di zabaione salato ricavato dal composto di uova e formaggio:  prima lo sbatte con una frusta a freddo, poi trasferisce la boulle a bagnomaria e continua a montare il composto. L'ultima sua raccomandazione è lasciare i cubetti di guanciale ben croccanti.
Heinz Beck, chef de La Pergola (tre stelle Michelin a Roma) la prepara avvolgendo gli ingredienti in un fagottino di pasta; Davide Scabin nasconde la quintessenza di carbonara in un dosatore - dopo aver stabilizzato le uova a 75 gradi, la versa sugli spaghetti con non chalance, come fosse uno schizzo di ketchup. 


(foto da internet)


Ricapitolando: Come si fa la vera pasta alla carbonara?
1. La ricetta originale prevede l'utilizzo del guanciale (tagliato a listarerelle non troppo fini e messo a rosolare fino a che non diventa croccante) e non della pancetta; 
2. Mettere in una ciotola e sbattere quattro tuorli d'uovo, un uovo intero, il pecorino (non il grana) grattugiato, il sale e il pepe, aggiungere il guanciale appena fatto e mettere a riposare il composto in una ciotola; 
3. Dopo aver cotto la pasta (ricordate che è preferibile pasta lunga) metterla nella ciotola con un po' di acqua di cottura, in modo da non avere un composto troppo denso (visto che il calore della pasta appena cotta fa addensare il composto. Però non fatelo troppo liquido!!! Insomma in medium stat virtus). 
4. Tocco finale: aggiunta di altro pecorino grattugiato e fresco e un ulteriore pizzico di sale. 

lunedì 11 aprile 2016

BARcollo ma non mollo (e altre insegne)




(foto da internet) 
Il calembour, prestito linguistico della lingua francese, è una freddura fondata su un gioco di parole, risultante per lo più dalla contrapposizione o dall’accostamento di parole omografe o polisemiche o dalla sostituzione, in una frase nota, di una parola con altra di suono simile ma di significato molto diverso. Ma facciamo un passo indietro negli anni: nel 1989, uscì in Italia la rivista satirica Cuore, un settimanale che all’inizio apparve come inserto del quotidiano L’Unità, per poi posteriormente staccarsene. Fu diretta, tra gli altri, da Michele Serra, e chiuse i battenti nel 1996.


(foto da internet) 

In essa c'era un piccolo spazio, intitolato Botteghe Oscure. Era una sezione fotografica, in cui venivano raccolte le immagini inviate dai lettori che fotografavano i negozi dai nomi più assurdi. Per chi non conoscesse bene Roma -e la storia della Repubblica italiana- va detto che via delle Botteghe Oscure è una via del centro della capitale che unisce Via dell'Aracoeli con Piazza Calcarari, a pochi passi da Piazza Venezia.
Deve il suo nome alle numerose attività commerciali e artigiane prive di finestre, quindi oscure (Ad Apothecas Obscuras), che durante il Medioevo avevano sede tra le rovine del Teatro di Balbo.
Nel dopoguerra diventò nota per la sede del Partito Comunista Italiano (il cosiddetto Bottegone) al numero civico 5.




(foto da internet)


Recentemente, la trasmissione di Radio Rai2 I provinciali, con Pif e Michele Astori, ha ripreso questo tema e ha chiesto agli ascoltatori di inviare le loro segnalazioni. 
Il risultato è un florilegio che spazia dal trash, al calembour geniale, dall’insegna incomprensibile fino al comico non voluto (guarda>>).
Si va dalla ditta Tarlo Magno, che si occupa di mobili e legno, ai latinisti (sic!) di Scarpe diem, negozio di calzature; e poi ancora Distinti salumi, rinomata salumeria, e la farmacia del dottor Moribondo! 
Buon divertimento!

venerdì 8 aprile 2016

Il giardino de La Mortella





(foto da internet)
Chi si reca a Ischia non può non visitare lo splendido giardino de La Mortella, l'oasi tropicale gestita dalla fondazione Walton a Forio, una delle meraviglie della flora mediterranea.
Il Giardino è aperto al pubblico esclusivamente da aprile a metà novembre,  e solo in alcuni giorni della settimana: martedì, giovedì, sabato e domenica.  
In esso si può ammirare la bellezza della natura allo stato puro, dai giochi d’acqua delle fontane, allo spazio immenso che si apre all’improvviso verso il mare infinito. 



(foto da internet)
In questo ambiente particolarissimo, foglie e fiori si avvoltolano e si rincorrono, diventando così delle vere e proprie statue vegetali, architetture improvvisate, come i tronchi degli alberi che si torcono su se stessi, in virtuosismi tridimensionali. 
Il trionfo dei colori si abbina alla musica, dato che il Giardino de La Mortella è nato proprio per ispirare il genio di William Walton. Il compositore inglese amava, infatti, questi luoghi e qui volle creare per sé, e sua moglie Susana, una dimora dove trascorrere giorni lieti. 



(foto da internet)
Il primo nucleo dei giardini de La Mortella nacque dunque come luogo privato, e solo successivamente il parco venne aperto al pubblico e ampliato. Chi visita i giardini, può facilmente rintracciare il filo che lega una grande storia di amore alla musica. Susana Walton creò, posteriormente, il grande anfiteatro all’aperto dove, in estate, si svolgono concerti sinfonici sotto le stelle per grandi orchestre. 
Il nome del giardino è il nome del mirto divino o Myrtus communis, pianta che spunta con grande abbondanza tra le rocce sulla collina. Nel giardino si trovano collezioni di piante provenienti da diversi paesi. Nel 1956 l'architetto Russell Page disegnò l’impianto del giardino integrandolo fra le pittoresche formazioni rocciose di origine vulcanica. 



(foto da internet)
La Mortella è divisa in due parti: una più bassa detta Valle, ed una superiore: la Collina. Il giardino  si estende per un'area di circa 2 ettari ed ospita una raccolta di più di 3000 specie di piante esotiche e rare. Tutto il giardino è arricchito da fontane, piscine, corsi d’acqua che permettono la coltivazione di una collezione di piante acquatiche come papiro, fior di loto e ninfee tropicali.
Le varie zone sono connesse con viali, sentieri, scalette e muri a secco, che di terrazza in terrazza spingono il visitatore in alto fino alle splendide vedute sulla baia di Forio. 
Il giardino ha la forma di una L, il cui braccio più lungo è percorso da un rivolo d’acqua, mentre quello più corto si trova dirimpetto casa Walton.   Nel mese di aprile tutta la Valle è rallegrata dalla fioritura del Geranium maderense, dall’isola di Madeira, che incanta con le sue ombrella di fiori rosa-purpurei. 



(foto da internet) 

Il giardino superiore fu disegnato e sviluppato da Lady Walton dal 1983, anno della scomparsa del maestro. Mentre il giardino a Valle è chiuso, intimo, umido e lussureggiante, la Collina è solare, invece, aperta verso il mondo esterno, ricca di vedute e coperta da una vegetazione mediterranea. 
Sul ciglio della collina, in una posizione che domina non solo il giardino ma tutta la baia di Forio, si trova la Roccia di William, che custodisce le ceneri del maestro. 
Si tratta di una piramide naturale di pietra in cui è stato realizzato, tra gli ulivi, un arco di pietra intagliata. Nel punto più alto del giardino, si trova un padiglione thailandese e uno stagno con piante di loto: un luogo di meditazione e di quiete, isolato dal mondo circostante, dove una leggera brezza fa risuonare delle campane augurali.  
Buon viaggio!

mercoledì 6 aprile 2016

La Doggy Bag


(foto da internet)

Avete mai osato chiedere di potervi portare via gli eventuali avanzi del cibo o della bottiglia (cosa che, con molta non chalance ha fatto Michelle Obama a Roma). Non so se l'avete mai fatto, ma nel caso in cui l'aveste fatto e aveste ricevuto un diniego, vi sarebbe saltato in mente di fare causa al ristoratore? Ebbene, nel litigioso paese che è ormai diventato l'Italia è successo: un cliente l’ha fatto ed è andato avanti nel percorso giudiziale fino alla Corte di Cassazione, che, nel 2014, ha sancito il suo diritto di asporto.  
(foto da internet)

La pratica di portarsi via quanto spetta alla fine del pasto si chiama doggy bag, anche se gli avanzi presumibilmente non sono destinati al cane, o almeno non necessariamente. E comunque, in Italia si calcola che solo il 20% degli avventori chieda di potersi portare via gli avanzi. In realtà, tale pratica era assolutamente usuale in Italia fino al dopoguerra. Poi il benessere ha cambiato le abitudini. Al contrario, in Cina, il chiedere di portarsi via gli avanzi (si chiama “dabao” e significa “ “mi faccia un pacchetto”) è addirittura sinonimo di buona educazione.

(foto da internet)

Ma sarà la crisi, sarà la maggiore sensibilità allo spreco alimentare, le abitudini al riguardo anche nel mondo occidentale stanno mutando. In Francia adesso è addirittura diventato un obbligo per i ristoratori che servono più di 180 coperti al giorno di mettere a disposizione dei propri clienti la doggy bag. Per inciso, ricordo che la ristorazione francese spreca qualcosa come un milione di tonnellate di cibo all’anno. Francamente, non si comprende perché l’obbligo sia stato introdotto solo per i grandi ristoranti, ma comunque resta il fatto che questa iniziativa è sicuramente destinata a far aumentare la sensibilità della popolazione riguardo al problema degli sprechi alimentari, dato che, secondo le stime, ogni francese, tra le mura domestiche, butta via dai 20 ai 30 chili di cibo all’anno, che equivalgono in totale ad un valore stimato compreso tra i 12 ai 20 miliardi di euro!

(foto da internet)
L’iniziativa del governo transalpino va di pari passo, da maggio 2015, con l’obbligo di legge per i supermercati con superficie superiore ai 400mq di donare alle organizzazioni no-profit ed ai banchi alimentari i prodotti in scadenza od invenduti. E, se non lo fanno, i gestori commettono addirittura reato rischiando due anni di carcere e multe fino a 75.000 euro! Da notare che il governo si è mosso a seguito di una raccolta fime on-line di Change.org che aveva superato le 200.000 adesioni. La Francia tenta così di combattere per legge gli sprechi alimentari almeno nella ristorazione e nella grande distribuzione.
(foto da internet)

Ed in Italia, la patria dell’Expo sul cibo, che si fa? Anche in Italia è stata lanciata una campagna da Change.org, ma il parlamento non prende in esame le proposte di legge di iniziativa popolare, figuriamoci se si preoccupa delle petizioni on-line! Ed allora, anche qui, nella latitanza dell’esecutivo, nel proprio piccolo, si può fare qualcosa, cominciando propio dalla doggy bag.

venerdì 11 marzo 2016

Il Sofartcafè

 
 (foto Sofartcafè)
 
Riprendiamo la nostra rubrica dedicata ai connazionali residenti a Valencia. A due passi dal Mercat Central di Valencia, in via Músico Peydró 7, ha sede il Sofartcafè, un locale davvero differente.
Che cos’è il Sofartcafè? La definizione dataci dai proprietari è la seguente: libreria del gusto e del tempo perso.
Quindi, è un nuovo concetto di libreria ma anche un insieme di luoghi da vivere in maniera circolare in cui fare esperienze di cultura legate ai libri, all'enogastronomia e all'arte.
Il locale, ispirato al modello anglosassone More Than Books, offre una libreria contemporanea, e vuol essere un laboratorio di idee nell'ambito della cultura in maniera assai versatile, pronto a rinnovarsi, reinventarsi e ridefinirsi continuamente.
Il Sofartcafè organizza esposizioni d'arte, laboratori didattico-creativi per bambini e adulti, micro-teatro, proiezioni di pellicole, degustazioni di vini e formaggi delle migliori cantine e aziende agricole, così come di altre eccellenze enogastronomiche italiane. 
 
 
(foto Sofartcafè)
 
Il locale propone una cucina legata alla tradizione che utilizza materie prime semplici che variano settimanalmente per dare la possibilità di far conoscere al pubblico i prodotti gourmet, gli aperitivi italiani e la bruschetteria. Il Sofartcafè organizza anche cene concerto e cene a tema e la caffetteria propone vari tipi di caffè elaborati con metodi alternativi di scuola italiana e degustazioni di thé. La libreria ha, inoltre, un’ampia scelta di testi di fotografia, erotismo, cucina, teatro, testi bilingue e libri scelti per bambini. 
 
 
(foto Sofartcafè)
 
Il propietario, Roberto Valentino, un filosofo-animatore culturale, ci mostra orgoglioso la lunga tavola della libreria e il morbido sofà che offrono un’atmosfera rilassante, e gli altri ambienti caratteristici del Sofartcafè che permettono al cliente di acquistare o di leggere semplicemente un libro, di studiare o di lavorare senza il religioso silenzio delle biblioteche.  Mostre, esposizioni, workshop o laboratori (proposti anche dagli stessi clienti) completano l'offerta del locale.
 
 
(foto Sofartcafè)
 
All'interno del Sofartcafè, vi è uno spazio pensato e creato per le esigenze dei più piccoli, una sorta di libreria nella libreria, dove i bambini hanno modo di frequentare corsi, laboratori, letture, teatro o semplicemente sognare tra le pagine dei libri scelti tra le edizioni italiane e spagnole più attente alla loro crescita.
Infine, per gli studenti d'italiano, dal mese di gennaio, il Sofartcafè organizza, tutti i martedì sera dalle 19 alle 20.30, una lezione di italiano gratuita con un’insegnante madrelingua!! Da non perdere!
p.s. Il nostro blog chiuderà per le Fallas e per Pasqua. Torneremo on line il 6 aprile. Buone feste!
 
 

mercoledì 9 marzo 2016

La moda delle parole nuove


(foto da internet)

Dopo "petaloso" della settimana scorsa, continua la corsa all'invenzione di parole nuove. Adesso è la volta di una signora che afferma che il suo nipotino ha coniato il verbo "cincinnare". Il neologismo non allude, però, al ritirarsi a curare il proprio orto dopo aver vinto una battaglia, come si dice che fece Lucio Quinzio Cincinnato. No, il "cincinnare" è il "tintinnare di cristalli, o vetri meno nobili, durante un "cin cin", rito che peraltro non manca mai di incuriosire i bambini. 
La cerimonia si chiama "brindisi" ma il fatto in sé del bicchiere contro bicchiere non ha un suo nome. Lo chiamiamo "cincinnare"? Perché no? Non sarà mica peggio di "petaloso"!



Dopo che l'Accademia della Crusca ha detto che sì, in fondo, "petaloso", anche se del tutto inventato da uno scolaro di Copparo, Ferrara, è una parola ben formata, ce lo si poteva aspettare. Non c'è bambino che non inventi parole e da allora ogni altro nuovo conio infantile è stato rivendicato da genitori, nonni, docenti che lo hanno ascoltato e annotato come possibile estensione del lessico nazionale, sempre all'insegna dello stesso principio: "Non sarà mica peggio di petaloso, che vi piace tanto!".


(foto da internet)

Sembra che all'incauta, ma si spera divertita Crusca, sia giunta la bellezza di cinquecento proposte di nuove parole alla settimana, dopo che aveva diffuso la sua autorevole expertise su "petaloso". Fra le nuove proposte la maggioranza è in "-oso": "smoggoso", per inquinato e dunque malsano; "profumoso", "dondoloso", "cernieroso". Ognuna si riferisce a realtà più o meno intuibili. Al proposito ci sono i precedenti, a loro modo autorevoli: ricordate "sciccosa" "comodosa", "scattosa" "risparmiosa" e quello di Antonio Banderas con "inzupposo".
(foto da internet)

Ma fra le invenzioni infantili sono comparsi anche "brontolite" e "sbrocchevole": lemmi a cui invano daremmo la caccia dentro alla riserva di un vocabolario, ma che pure possiamo comprendere anche fuori da un loro contesto qualsiasi. "-ite" è il suffisso delle infiammazioni, la "brontolite" sarà allora un ardente e fastidioso inconveniente per chi indulge al malcontento; "-evole" è un'inclinazione, e quindi "sbrocchevole" sarà chi "perde la brocca" presto e volentieri.




(foto da internet)

Il fatto è che l'invenzione linguistica raramente è assoluta. Il più delle volte si appoggia a pezzi di lingua preesistenti che sono nuovi solo nel loro montaggio e rivelano così facilmente il significato che si è loro voluto dare. Lo stesso "petaloso", da cui tutto è partito, deve la sua forza non tanto alla sua novità quanto al collaudato stato di servizio degli elementi da cui è composto. Notevole per la sua costruzione analogica è "paceggiare", inteso come azione opposta al "guerreggiare": in un'epoca (e in un'epica altrettanto meschina) in cui "guerra" si traduce in "peace keeping", un lemma come "paceggiare" svolgerebbe un'azione quasi chiarificatrice, se solo le parole in sé potessero svolgere mai una qualsiasi azione. Ma invece una parola, nuova o usata o desueta che sia, può ambire al massimo a farci esprimere e (sperabilmente) farci comprendere meglio. 

Però attenti, che questi non sembrerebbero sintomi di salute per la lingua italiana!!!

lunedì 7 marzo 2016

21 grammi





(foto da internet)
 
 21 grammi è un singolo del rapper italiano Fedez, pubblicato nel 2015. E' un viaggio introspettivo, in cui il cantautore si interroga sul senso della vita.
 21 grammi (21 Grams) è anche il titolo di un film del 2003 diretto da González Iñárritu. È il secondo film della cosiddetta Trilogia sulla morte del regista messicano.
21 grammi è l'ipotetico peso, calcolato dal dottor Duncan MacDougall, che chiunque perderebbe esalando l'ultimo respiro. 
21 è anche il numero del cromosoma che, se presente in 3 copie, determina la sindrome di Down.


(foto da internet)


Ma 21 grammi è anche un locale particolare che ha aperto i battenti a Brescia, in viale Italia 13: offre ai clienti un servizio di panetteria, ristorante, gastronomia d’asporto, bar, pranzi e aperitivi. Può sembrare, a prima vista, un posto come tanti altri ma ha la particolarità di essere gestito da un gruppo di ragazzi e ragazze con la sindrome di Down che produrranno tutto ciò che verrà servito.
Grazie alla collaborazione del Centro Bresciano Down, della Cooperativa Big Bang, del Comune di Brescia e dell'Istituto Superiore Alberghiero Andrea Mantegna, che ha messo a disposizione aule e insegnanti, il progetto di inclusione di business sociale è iniziato circa un anno fa con la formazione professionale di 19 allievi, tra giovani e adulti, su servizio in sala e nozioni base di cucina.


 (foto da internet)

A fine febbraio 2016, il 21 grammi ha inaugurato il locale di Viale Italia: una grande occasione per i ragazzi che potranno fare il primo passo verso l’indipendenza: un lavoro di responsabilità che, secondo i promotori dell'iniziativa, dovrebbe costituire un vero e proprio trampolino verso l’assunzione da parte di un vero imprenditore e, nella vita privata, li dovrebbe condurre verso l'indipendenza dai genitori.
21 grammi è un sogno realizzato per permettere di guardare al futuro con ottimismo. L'obiettivo è imparare un mestiere, guadagnare dei soldi e vivere prendendosi responsabilità di se stessi. 
Un'ottima occasione per dimostrare che le pari opportunità esistono.


venerdì 4 marzo 2016

L'Aventino

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 (foto da internet)

Con le Fallas dietro l'angolo, e la Pasqua praticamente attaccata alla festa in onore di San Giuseppe, Roma è senz'altro una meta classica per chi decide di staccare la spina (e di fuggire dai petardi...).
Proporre una guida della capitale è compito arduo, ma vi consigliamo di visitare, almeno una volta nella vita, il colle dell'Aventino.
Iniziamo dalla sua storia: su questo colle la plebe romana si sarebbe ritirata, nel 287 a. C., per protesta contro le angherie dei patrizi.
Con allusione alla storia romana venne anche chiamata Aventino la secessione dei parlamentari dell’opposizione al governo fascista che, il 27 giugno 1924, subito dopo il delitto Matteotti, decisero di non partecipare più ai lavori del parlamento finché un nuovo governo non avesse ristabilito le libertà democratiche. La manifestazione di protesta non ebbe successo: il re Vittorio Emanuele III confermò la fiducia a Mussolini, e, nel novembre 1926, i deputati dell’Aventino vennero dichiarati decaduti dal loro mandato. 



(foto da internet)
L’Aventino è uno dei sette colli su cui venne fondata Roma. Il suo nome è forse legato al luogo da cui avvistare gli uccelli in volo (ab avibus in latino). Attualmente è una zona residenziale elegante e raffinata.
Ma perché andarci? Motivo numero uno: avete mai spiato San Pietro dal buco di una serratura? No, non siamo impazziti: la visione particolarissima di San Pietro è una delle tante curiosità che il suddetto colle offre al viaggiatore. 
Motivo numero due: l'Aventino serba tesori nascosti che, di solito, vengono tralasciati da chi visita Roma: splendide chiese, il roseto comunale e il Giardino degli Aranci.



(foto da internet)
  
Torniamo al buco della serratura: essa fa parte del cancello della struttura della villa del Priorato di Malta che da sulla Piazza dei Cavalieri di Malta sul Lungotevere Aventino. La villa venne eretta sull’area di un monastero benedettino fondato nel 939.  Nel 1400, papa Paolo II, lo concesse al Sovrano Militare Ordine di Malta.
Dalla serratura senza chiave si può ammirare, in prospettiva, la cupola di San Pietro, in fondo al viale del giardino, incorniciata dalle siepi.
La villa del Priorato di Malta ospita l'ambasciata presso lo Stato italiano dell'Ordine, e gode del diritto di extraterritorialità dal 1869.


(foto da internet)
Sul colle, si può ammirare la Basilica di Santa Sabina, del V secolo, costruita sulle rovine della casa romana di Sabina, matrona convertitasi al cristianesimo e poi santificata. L'edificio ha subito significativi cambiamenti nel corso dei secoli. Nel '500 e nel '600, vi intervennero grandi architetti quali Domenico Fontana e Francesco Borromini.
Poco distante si trova la Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio che fu costruita prima della Basilica di Santa Sabina, tra il III e il IV secolo. Il suo impianto più recente risale alla metà del '700; solo un campanile romanico, la cripta e un portico medievale rimangono a testimoniare il passato più lontano dell'edificio.
Un'altra chiesa interessante è quella di Santa Prisca costruita più o meno nello stesso periodo di Santa Sabina, nel luogo in cui i coniugi Aquila e Prisca avrebbero ospitato San Pietro e San Paolo. Al suo interno si trova un mitreo scoperto da meno di un secolo che testimonia in modo compiuto l'edificazione della chiesa su una costruzione romana già esistente.

 (foto da internet)

In Piazza dei Cavalieri di Malta, presso la Chiesa di Sant'Anselmo, ha la sua sede la Confederazione benedettina: qui risiede l'Abate Primate dell'Ordine e ha sede l'Università benedettina. La chiesa è in stile neoromanico, e fu costruita dall'architetto Francesco Vespignani alla fine dell''800, sui resti di una domus romana del II-III secolo d.C., visibili nei sotterranei della chiesa.
Sempre in Piazza Cavalieri di Malta, si trova la chiesa dell'Ordine, ridisegnata nella metà del '700 dal Piranesi. 
Prende il nome di Santa Maria del Priorato. Il Piranesi la decorò con stucchi che riprendono i simboli dei Cavalieri di Malta e la ristrutturò in modo che rievocasse la forma di un tempio romano.
Meritano una visita il roseto comunale che, in maggio, offre ben 1100 varietà di rose e il giardino degli Aranci, o parco Savello, da cui si gode una fantastica visuale della città eterna.
Buon viaggio! 

mercoledì 2 marzo 2016

La lingua che parliamo


(foto da internet)

La capacità di comunicare attraverso un linguaggio parlato e scritto, strutturato e complesso, è la caratteristica che più ci distingue dagli altri animali. Non solo: il linguaggio è in grado di “modellare” il nostro cervello, le convinzioni e gli atteggiamenti cambiando il modo di pensare e agire. Stando a un numero sempre più nutrito di studiEssere madrelingua inglese, cinese, o russo ha effetti diversi sull’architettura del pensiero. Succede perché ogni lingua pone l’accento su elementi diversi dell’esperienza, forgiando così un modo specifico di vedere il mondo. In parte dipende dalle influenze culturali, come spiega Jubin Abutalebi, neurologo cognitivista e docente di neuropsicologia dell’Università San Raffaele di Milano: «La parola che indica uno stesso oggetto in lingue diverse può acquistare sfumature differenti, che dipendono dal substrato culturale specifico». 
(Getty Images)

(foot da www.corriere.it)

Per esempio, in cinese “drago” non solo rimanda a un animale fantastico e pauroso ma soprattutto a un simbolo di fortuna, forza, saggezza. Quindi, inevitabilmente un cinese “vedrà” iun drago in modo diverso da un occidentale. E lo stesso accadràa un bilingue anglo-cinese: per lui il drago sarà meno spaventoso che per un inglese. «La visione culturale sottesa alle parole di lingue differenti può influenzare chi conosce più di un idioma — sottolinea Abutalebi —. Il cervello, dovendo processare lingue con una semantica varia, associa ai singoli concetti elementi tratti dai linguaggi che conosce. In genere poi chi padroneggia più lingue è più curioso nei confronti delle culture legate agli idiomi conosciuti e questo facilita una maggior apertura e una visione diversa delle cose. Il modo di pensare e relazionarsi col mondo rimane immutato solo se una lingua viene imposta, perché in questo caso si mette in atto una resistenza a qualsiasi “commistione” culturale».

(foto da internet)

L’influenza del linguaggio sul nostro Io è tuttavia ancora più profonda, con effetti sorprendenti perfino sulle decisioni coscienti: uno studio su PLOS One ha dimostrato che quando ci esprimiamo in una seconda lingua tendiamo ad avere meno remore morali. «Un idioma che non sia appreso dalla nascita è meno influenzato dalle emozioni perché mentre lo si parla si deve esercitare un controllo cognitivo maggiore per “spegnere” la madrelingua, che resta il vettore della morale, dell’etica, dei sentimenti», commenta Abutalebi. Il linguaggio appreso in culla è anche quello che più modula la nostra struttura mentale.



(foto da internet)

E curioso è che, come dice l’economista Keith Chen dell’Università di Los Angeles, la lingua può perfino modulare l’attitudine al risparmio: i cinesi, che non hanno un tempo verbale preciso per indicare il futuro, hanno una propensione a mettere da parte i soldi del 30% maggiore rispetto a chi parla lingue più “definite” forse perché «identificare linguisticamente il futuro in modo distinto dal presente lo rende più lontano, motivando meno a risparmiare», ha spiegato Chen. Si è scoperto che pure indicare il genere delle parole incide sulla visione del mondo: uno studio su bambini ebrei e finlandesi ha rivelato che i primi si accorgono in media un anno prima di essere maschi o femmine anche perché la loro lingua assegna quasi sempre il genere alle parole, mentre in finlandese non accade. In alcuni casi gli effetti di un idioma sono ancora più curiosi: Lera Boroditsky, dell’Università di Stanford, ha verificato che nella lingua della tribù Piraha, in Amazonia, non esistono lemmi per indicare i numeri ma solo i termini “pochi” o “tanti”. Risultato, i Piraha non sanno tenere conto di quantità esatte. 

(foto da internet)

Riguardo alla matematica: i numeri si “pensano” nella lingua che sentiamo come primigenia perché, come spiega il neuropsicologo Jubin Abutalebi, «la matematica attiva circuiti cerebrali diversi da quelli del linguaggio e chiama in causa un maggior “controllo”. Da un certo punto di vista è simile alla grammatica, la parte del linguaggio più influenzata dal periodo di apprendimento dell’idioma: nei bilingui tardivi ad alta padronanza, quelli cioè non distinguibili dai madrelingua anche se hanno appreso la seconda lingua non in contemporanea alla prima, una mappatura cerebrale rivela una maggiore attivazione delle aree di controllo esecutivo durante compiti di grammatica, mentre in caso di compiti lessicali o semantici l’attivazione è identica a quella di un bilingue precoce. Per padroneggiare la grammatica delle lingue apprese dopo l’infanzia serve perciò uno sforzo cognitivo maggiore». 


(foto da internet)

Si dice che Carlo Magno abbia detto: «Conoscere una seconda lingua significa possedere una seconda anima». Ne era convinto anche il linguista americano Benjamin Lee Whorf che, nel 1940, postulò la teoria secondo cui il linguaggio plasma il cervello al punto che due persone con lingue differenti saranno sempre cognitivamente diverse. Tale tesi passò di moda con gli studi di Noam Chomsky, che negli anni ‘60 e ‘70 propose la teoria di una “grammatica universale”, ovvero basi generali comuni per tutti i tipi di linguaggio. A partire dagli anni ‘80, però, alcuni studiosi hanno iniziato a rivalutare Whorf, depurando la sua teoria dagli eccessi: così oggi sappiamo che, al di là di fondamenta concettuali simili, ogni linguaggio sottende una sua “visione del mondo” e la infonde, almeno in parte, in chi lo parla. Un esempio è il senso di colpa e di giustizia: in inglese se un vaso si rompe si sottende sempre la presenza (e quindi la responsabilità) di qualcuno, in spagnolo si tende a dire che il vaso si è rotto. Secondo alcuni proprio da questo dipende la tendenza anglosassone a punire chi trasgredisce le regole, più ancora che risarcire le vittime.

(tratto da www.corriere.it)