mercoledì 7 marzo 2018

I chiodini intramontabili made in Italy


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(foto da internet)

All'inizio erano soltanto fiammiferi con la capocchia in ceralacca colorata, conficcati in un foglio di cartone traforato, poi diventarono grandi spilli di plastica. Niente di complicato, virtuale o digitale, eppure dopo 65 anni i chiodini multicolore del Coloredo non soltanto resistono alla concorrenza dei videogiochi, ma festeggiano un nuovo record di vendite e diventano oggetto di studio.
Nella prima pubblicità il Coloredo era lanciato come "il gioco che non finirà in soffitta" e lo slogan si è dimostrato azzeccato. Da quando Alessandro Quercetti li inventò, nel 1953, i chiodini non sono mai andati fuori produzione e nel 2017, complice anche lo sbarco sul mercato cinese, nell'unica fabbrica di Torino ancora guidata dalla famiglia italiana ne sono stati prodotti 1 miliardo 500 milioni. 
Negli ultimi 3 anni, la produzione di chiodini è triplicata e la richiesta è tale che si fabbricano 4 milioni di chiodini al giorno. L'azienda italiana esporta in oltre 50 Paesi in tutto il mondo e in un momento in cui l’85 per cento della produzione mondiale di giocattoli proviene dalla Cina proprio Pechino è diventato uno dei maggiori compratori del gioco.

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(foto da internet)

A decretare il successo del Coloredo c'è anche l'aspetto educativo del gioco, sottolineato da numerosi studi. I chiodini, infatti, sono importanti per non far perdere ai bambini, nativi digitali, il contatto fisico con il mondo reale e con gli oggetti tridimensionali. "I bambini con difficoltà di coordinazione manuale possono, attraverso i chiodini, migliorare la loro motricità fine, con effetti anche su altre abilità come la grafia, il disegno e la coordinazione manuale nel suo complesso - spiega Andrea Biancardi dell’Università di Bologna - Inoltre attraverso i chiodini possono inventare o riprodurre modelli grafici, allenando così anche le abilità di ragionamento visuo-spaziale.“

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(foto da internet)

Nel dipartimento di Neurobiologia del Karolinska Institute di Stoccolma, in collaborazione con il Centre de Recherche en Neurosciences di Lione, i chiodini sono al centro di uno studio sulla plasticità del cervello umano. I ricercatori analizzano in particolare il momento in cui si deve imparare a utilizzare un nuovo strumento manuale, in questo caso appunto il gioco dei chiodini, e come questo possa avere effetti benefici su altre funzioni cognitive, come l'attenzione e soprattutto l'acquisizione di una nuova lingua.
Lo studio è ancora in corso, ma ha confermato che le abilità di un soggetto misurate durante il gioco con i chiodini predicono le sue abilità linguistiche. È stato riscontrato infatti che grazie a un prolungato allenamento con i chiodini le abilità motorie migliorano con una ricaduta importante sulle abilità linguistiche.

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(foto da internet)
 
I ricercatori sottolineano che le due abilità sono legate, visto che alcune delle aree cerebrali che svolgono queste funzioni sono le stesse. I dati dicono che persone che hanno ottenuto punteggi più alti in un test linguistico sono anche più veloci nel completare un compito motorio con i chiodini. I risultati suggeriscono pertanto che i bambini impegnati per parecchie ore a settimana con i chiodini imparano a parlare meglio e prima. Per lo stesso principio, gli adulti che si avvicinano allo studio di una nuova lingua, e che giocano spesso con i chiodini, apprendono meglio, perché la parte del cervello impegnata in queste due attività è la stessa.

E allora tutti a giocare con i chiodini intramontabili!

lunedì 5 marzo 2018

La città dei matti?



(foto da internet)

Gubbio, una delle cittadine medievali più belle e caratteristiche dell'Umbria, si erge nella parte nord occidentale della regione; ha circa 30mila abitanti ed è nota ai più con l'appellativo di città dei matti, a causa dell'indole imprevedibile e scanzonata dei suoi abitanti. La cittadina, per chi non lo sapesse, rilascia anche la cosiddetta patente di matto. A Largo Bargello, infatti, c'è una piccola fontana attorno alla quale dovrete girare tre volte di corsa per guadagnarvi la patente di matto, un rito tradizionale che ebbe origine nel 1880, con un documento nel quale si fa riferimento alla patente come un'onorificenza rilasciata a chi dimostra amore per le usanze e le tradizioni della città.  Attenzione: alla fine del terzo giro attorno alla fontana, si deve essere battezzati con uno spruzzo d’acqua da un eugubino.



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La cittadina fece parte della rete di città della civiltà umbra, e in epoca romana ricevette il nome di Ikuvium o Iguvium. Testimonianze del periodo umbro sono le Tavole eugubine, il più importante documento per la storia dei popoli italici, datate fra il III e il II secolo a. C. che furono scoperte intorno metà del XV secolo: sette tavole in bronzo, in parte redatte in alfabeto umbro e in parte in alfabeto latino, custodite presso il museo civico del Palazzo dei Consoli.
Gubbio è famosa per la scenografica e panoramica Piazza Grande su cui si affaccia Palazzo dei Consoli, e per il Palazzo Ducale, eretto nel secondo Quattrocento per volontà del Duca Federico di Montefeltro.

Fuori dalle mura antiche si trova il Teatro Romano, risalente aI I secolo a. C., restaurato fra l’Otto e il Novecento, che, durante la stagione estiva, è il palcoscenico per spettacoli classici.


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Gubbio è famosa anche per un'altra follia: la Festa dei Ceri che si svolge il 15 maggio di ogni anno in onore di sant'Ubaldo, patrono della città,. Tre pesanti macchine di legno (i cosiddetti ceri) vengono portate a spalla in una sorta di staffetta, di corsa, senza vincitori, fino alla Basilica di sant'Ubaldo, in cima al monte Ingino! L'ordine dei tre ceri (Sant'Ubaldo, patrono di Gubbio, San Giorgio e Sant'Antonio) è sempre lo stesso (vedi>>).
A Gubbio si racconta una favola economica che merita la nostra attenzione: 31 donne protagoniste, sarte di un'azienda in fallimento,  che decisero di reinvestire, nel 2015, il loro Tfr (trattamento di fine rapporto), dopo la chiusura della ditta in cui lavoravano, per creare una nuova impresa tessile: la Sartoria Eugubina. 




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La nuova azienda, una Srl, contò, all'inizio dell'avventura, sulle 31 sarte che erano, allo stesso tempo, dipendenti e proprietarie di quote, sulla partecipazione di un socio imprenditore (Rudy Severini) e sui fondi pubblici della Regione Umbria (vedi>>).  L'attività iniziò con un capitale di circa 100mila euro. 
Tre anni dopo l’esperienza è più che positiva:  il personale è raddoppiato, e attualmente vi lavorano 56 donne e 4 uomini, specializzati in produzione dei capispalla: e cioè cappotti e giacche. 
Sartoria Eugubina lavora per marchi come Cucinelli, Cavalli e Gucci e, ultimamente, si sta specializzando sul servizio su misura. L'obiettivo è quello di poter crescere ancora.  Uno degli ultimi assunti è Seku Quattara, un migrante del Burkina Faso, giunto in Italia su un barcone. Seku imparò a cucire nel suo Paese e, dopo un tirocinio di qualche mese, è stato assunto dalla Sartoria Eugubina.
Tutti matti?

venerdì 2 marzo 2018

Cover (italiane)



(foto da internet)

Nella terminologia della musica leggera, una cover è la reinterpretazione o il rifacimento di un brano musicale da parte di qualcuno che non ne è l'interprete originale. A volte la cover di una canzone è caratterizzata solo dalla modifica del testo, spesso perché adattato, tradotto o riscritto in un'altra lingua. 
Il termine cover deriva dal verbo inglese (to) cover (coprire; nel significato espresso dalla locuzione cover version e cioè versione di copertura, in contrapposizione a original version.  Il termine è usato in italiano al femminile, ed è, come abbiamo segnalato, la riedizione di una canzone di successo eseguita non dall’interprete originale ma da un altro e,  per estensione, il disco o il cd contenenti tale riedizione.





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In Italia, le cover più note sono spesso una traduzione di brani già famosi all'estero. Ad esempio, la musica pop degli anni '60 e '70, attinse a piene mani dal repertorio inglese e americano traducendo decine di brani, spesso all'insaputa del pubblico che credeva che l'interprete ne fosse anche l'autore. Il fenomeno delle cover ebbe effetti positivi: favorì un rapido cambio di suoni e stili musicali nel nostro Paese, contribuendo al lancio e alla popolarità di artisti giovani grazie a un repertorio che contava su buoni risultati di vendite all'estero. In quegli anni, il mercato del disco, tutto incentrato sui 45 giri, era abbastanza chiuso e la maggior parte delle canzoni straniere che entrarono nella memoria degli italiani lo fecero mediante le versioni nazionali.  






(foto da internet)

Vi fu anche -seppur limitato- il fenomeno contrario: dei brani italiani vennero ripresi da interpreti stranieri, in particolare angloamericani: segnaliamo, ad esempio, la versione di Dean Martin della celebre Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e C'era un ragazzo di Gianni Morandi, interpretata da Joan Baez. 
Ecco a voi un nostro elenco personale di cover (tutte linkate, pronte per l'ascolto!) che ebbero un grande successo negli anni '60 e '70:


  1. Scende la pioggia (Gianni Morandi) - Elenore (The Turtles). 
  2. Pomeriggio alle sei (Equipe 84) - Marley Purt Drive (Bee Gees).
  3. Ragazzo triste (Patty Pravo) - But You’re Mine (Sonny and Cher). 
  4. Sono bugiarda (Caterina Caselli) - I'm A Believer (Neil Diamond).
  5. L'ora dell'amore (I Camaleonti) - Homburg (Procol Harum). 
  6. Sognando California (I Dik Dik) - California Dreamin' (Mamas and Papas). 
  7. Senza luce (I Dik Dik) - A Wither Shade Of Pale (Procol Harum). 
  8. Bandiera gialla (Gianni Pettenati) - The Pied Piper (Crispian St. Peter).
  9. Tutta mia la città (Equipe 84) - Blackberry Way (The Move). 
  10. Lascia l'ultimo ballo per me (The Rokes) - Save the last dance for me (The Drifters). 
  11. Una bambolina che fa no no no (I Quelli) - La poupée qui fait non (Michel Polnaref). 
  12. A chi (Fausto Leali) - Hurt (Timi Yuro).



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Dallo spagnolo, e dal catalano, segnaliamo le seguenti cover:

Finiamo con una chicca: una simpatica cover (ma qui si tratta di un rifacimento completo) tratta dal film I diavoli volanti (in inglese The Flying Deuces) del 1939, in cui gli indimenticabili Stanlio e Ollio cantano e ballano una canzone che in italiano s'intitolava Guardo gli asini che volano nel ciel...
Nel film in inglese, la canzone originale, cantata da Ollio, era Shine On, Harvest Moon. La versione italiana del film contiene un brano che riprende la melodia composta da Gino Filippini per la canzone intitolata A zonzo, uno dei primi successi di Ernesto Bonino. La cover venne interpretata dal mitico Alberto Sordi, con parole probabilmente scritte dallo stesso attore, che, all'epoca, era doppiatore di Ollio. 
Buon divertimento!

mercoledì 28 febbraio 2018

Viaggi Slow

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(foto da internet)

Se vi piace camminare e vi trovate spesso a farlo in montagna o nel week end, perchè non progettare una bella vacanza nella natura? A piedi, lungo vie dei pellegrini o in luoghi remoti del mondo, si possono apprezzare paesaggi mozzafiato, scaricare la tensione fisica della vita sedentaria e godersi l’aria aperta in tutte le stagioni. Si parla sempre del Cammino di Santiago e di quanto sia bella l’esperienza di viaggiare in questa maniera un po’ rustica,che, però, apre il cuore. Ma non tutti sanno che le opportunità per una vacanza a piedi sono molte, molte di più. Per aiutare la vostra esplorazione, dunque, ve ne proponiamo qualcuna. 

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Sul sito della Compagnia dei Cammini, si può trovare una proposta molto ampia di viaggi sia in Italia, sia all’estero, pensati per i grandi, ma anche per i più piccoli: una delle proposte, ad esempio, riguarda la possibilità per i gruppi con bambini di spostarsi in compagnia di un asinello. Le offerte partono dal semplice week end, fino ad arrivare a percorsi lunghi dieci o dodici giorni. Per ogni viaggio è indicato il livello di difficoltà: se siete poco allenati, scegliete quelli da un’orma, se vi sentite già pronti ad affrontare anche territori impervi e camminate più lunghe e impegnative, potete sollevare l’asticella della sfida fino a quattro orme. Ma niente paura, i viaggi da una o due orme sono molto numerosi. Alcuni percorsi permettono di portare con sè anche i cani, naturalmente attenendosi a regole e raccomandazioni. Secondo il tipo di itinerario, si può scegliere il pernottamento in piccoli alberghi e pensioni o sotto le stelle con la tenda, un’esperienza che può essere molto affascinante quando il clima lo consente. Tra le opportunità, anche «Cammini d’autore», viaggi in cui scrittori, pittori, musicisti, e altri artisti accompagnano piccoli gruppi su percorsi a loro noti e significativi, «Deep Walking», con percorsi improntati alla consapevolezza e alla meditazione ed esperienze miste di cammino e traversata in barca a vela.  
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Walden viaggi a piedi, propone invece una lista molto ampia di viaggi anche in paesi lontani. Toscana, Italia, Europa, Mediterraneo e anche in Asia e Africa, la cooperativa offre la possibilità di camminare senza fretta per scoprire i luoghi passo dopo passo «perché camminare fa star bene, invita al confronto, alla condivisione, al contatto vero tra le persone». Si cammina di solito in piccoli gruppi «per condividere l’esperienza del viaggio e conoscere la cultura e le tradizioni dei luoghi anche attraverso incontri con la gente del posto». Una comoda interfaccia permette di trovare il viaggio più adatto a ognuno scegliendo secondo il livello di difficoltà, il genere di destinazione e il periodo dell’anno. Ci sono proposte con zaino leggero o trasportato, per permettere a chiunque di fare l’esperienza di un viaggio a piedi. Ma sono anche presenti viaggi più impegnativi per camminatori esperti, per soddisfare tutti i palati. 


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Il sito Vie dei Canti, ispirato al libro di Bruce Chatwin, organizza viaggi a piedi, attraverso paesi e paesaggi, che, alla dimensione naturalistica, coniugano quella comunitaria. Non si va, perciò, solo alla ricerca di luoghi in cui poter incontrare la natura incontaminata e selvaggia ma anche persone, che hanno le loro storie da raccontare e mestieri da insegnare. Anche qui si possono scegliere con un menù a tendina regione, difficoltà, mese e durata.

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Verde Natura, offre addirittura sette diversi livelli di difficoltà, identificati da fiorellini colorati. Ci sono viaggi a piedi, in bicicletta, in bicicletta e barca, in gruppo o organizzati solo per voi. Hotel, agriturismo, bed & breakfast e guesthouse sono scelti cercando sistemazioni caratteristiche, non troppo grandi e con architetture locali. In tutte le vacanze è previsto il trasporto dei bagagli da un hotel all’altro per farvi viaggiare leggeri e senza peso sulle spalle o sulla bici: si lasciano le valigie alla reception dopo la colazione e le si ritrovano il pomeriggio nella sistemazione successiva. In alcuni tour individuali è persino possibile portare con sè i propri cani. E, se temete di trovarvi in difficoltà, potete scegliere il servizio di assistenza plus: in caso di effettiva necessità (problemi fisici, guasti meccanici, imprevisti), vi basterà telefonare e in breve tempo una guida verrà a recuperavi o ad aiutarvi a risolvere il problema.

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Anche sul sito del Circolo Scarponauti, l’offerta è sfaccettata. C’è la possibilità di scegliere viaggi a piedi o anche in bicicletta, di uno, due o più giorni, con destinazioni in Italia e all’estero. In alcuni viaggi è previsto il «trekking urbano» alla scoperta di arte, cultura e archeologia di grandi capitali estere o zone insulari.  
Dallo scorso aprile, poi, il Touring Club, in collaborazione con SloWays propone molti percorsi che attraversano l’Europa a piedi e in bicicletta, in gruppo o in libertà. Ai soci sono riservati vari tipi di promozione e per avere uno sconto del 5% basta anche soltanto iscriversi al sito lasciando i propri dati.

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(foto da internet)

Sul sito di A piedi per il mondo,nella sezione «Viaggia con noi» troverete alcune opportunità interessanti per viaggi all’estero accompagnati da una  simpatica coppia, oltre a itinerari, recensioni, consigli e persino attrezzatura sportiva.  
L’associazione senza fini di lucro Movimento Lento, infine, è invece impegnata nella divulgazione del viaggio «slow» come vero e proprio stile di vita. Benché non offra direttamente la possibilità di prenotare viaggi, è un’interessante risorsa per chi desidera pianificare un itinerario a piedi per conto proprio: vi si trovano indicazioni di mappe Gps, mappe dei percorsi e molte altre risorse.  

lunedì 26 febbraio 2018

Ma che licenziamento d'Egitto!




 (foto da internet)

Il Museo Egizio di Torino è il più antico museo interamente dedicato alla civiltà nilotica ed è considerato, per valore e quantità dei reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo. Dal 2004 è in gestione alla Fondazione Museo Egizio di Torino. L'anno scorso il museo fece registrare circa 850mila visitatori, risultando l'ottavo museo italiano più visitato in Italia. Il Museo Egizio nacque all'inizio del XIX secolo quando, sulla scia delle campagne napoleoniche in Egitto, in tutta Europa scoppiò una vera e propria moda per il collezionismo di antichità egizie. Bernardino Drovetti, un piemontese che fu console generale di Francia durante l'occupazione in Egitto, collezionò oltre 8.000 pezzi tra statue, sarcofaghi, mummie, papiri, amuleti e monili. 






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Nel 1824, il re Carlo Felice acquistò la collezione e vi unì altri reperti di antichità classiche di Casa Savoia, dando vita al primo Museo Egizio del mondo. Verso la fine dell'Ottocento, il direttore del museo Ernesto Schiaparelli, fece nuove acquisizioni e condusse importanti campagne di scavi in Egitto. Intorno al 1930, la collezione contava già con oltre 30mila pezzi in grado di testimoniare ed illustrare tutti i più importanti aspetti dell'Antico Egitto, dagli splendori delle arti agli oggetti comuni di uso quotidiano. Dopo alcuni lavori di ristrutturazione e ampliamento, nel 2015 il Museo venne nuovamente inaugurato con una superficie espositiva più che raddoppiata, una sala mostre e delle aree per la didattica. Il museo è suddiviso in quattro piani con un percorso di visita cronologico. Al suo interno si trova un'importante biblioteca, spazi di restauro e studio di mummie e papiri e, dal giugno 2015, la struttura partecipa a una spedizione archeologica internazionale in Egitto.







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In questi giorni il Museo Egizio di Torino è saltato alla ribalta a causa di una polemica sorta in piena campagna elettorale che, semplificando, potremmo riassumere così: l'ex ministro Giorgia Meloni (leader del partito di destra Fratelli d’Italia) vs. il Museo Egizio (o contro il direttore Christian Greco).
Perché? Perché il Museo Egizio di Torino, a fine 2017, lanciò l’iniziativa Fortunato chi parla arabo che consisteva in uno sconto (due biglietti d'ingresso al prezzo di uno) a favore delle persone che parlano l'arabo e quindi fondamentalmente immigrati nordafricani. 
Giorgia Meloni, in visita elettorale a Torino,  si scagliò contro il Museo Egizio al classico grido di "prima gli italiani", protestando energicamente dinanzi alla sede e accusando il direttore di essere razzista nei confronti degli italiani.





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Il giorno del sit-in, Greco, colpito dagli schiamazzi dei seguaci della Meloni, decise di scendere in strada e di spiegare la suddetta iniziativa ai manifestanti.
Il video (vedi>>) fece il giro del web, ma il partito della Meloni rincarò la dose con un altro vizietto tutto nostrano: le minacce. Il responsabile della comunicazione di Fratelli d'Italia, Federico Mollicone, dichiarò: "Una volta al governo Fratelli d'Italia realizzerà uno spoil system automatico di tutti i ruoli di nomina del ministero della Cultura". Ovvero, quando noi arriveremo al potere manderemo a casa Christian Greco e le sue belle iniziative.
Orbene, conviene ricordare ai simpatici seguitori di Giorgia Meloni quanto segue:
a) Il Museo Egizio fa sconti durante l'anno a vari collettivi, come, del resto, tutti i musei del mondo.
b)  il Museo Egizio realizza, nel corso dell’anno, una serie di promozioni e iniziative che hanno finalità educative e di marketing (ad esempio, sconti per chi si presenta in coppia per San Valentino...).
c)  Il Governo italiano non ne nomina il direttore. Il consiglio di amministrazione del Museo è formato da cinque membri: uno nominato dal Governo, uno dalla Regione Piemonte, uno dal Comune di Torino, due dalle fondazioni bancarie (San Paolo e CRT).





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Nel frattempo, l'operato di Greco ha riscosso numerose simpatie e una parte della stampa ha ricordato, ai seguaci della Meloni, che il Nostro ottenne l'incarico di direttore nel 2014, e venne rispolverato il suo curriculum disponibile ancor oggi sul portale del Museo: maturità classica a pieni voti a Vicenza, laurea in Lettere antiche con tesi in Archeologia a Pavia, master in Egittologia nell'ateneo olandese di Leiden, abilitazione all'insegnamento del greco e latino in neeerlandese, dottorato di ricerca a Pisa, più di trenta pubblicazioni scientifiche, collaborazioni con musei importanti quali il Louvre e i Musei Vaticani, curatore di esposizioni internazionali, spedizioni di scavo, e chi più ne ha, più ne metta... 
La Fondazione del Museo e la presidente  dell'ente Christillin difesero l'operato del direttore e specificarono che "Spetta solo a noi nominare e revocare i dirigenti".
Meditate, gente, meditate...

venerdì 23 febbraio 2018

Pierino del dottore




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"Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: -Non si dice lalla, si dice aradio-. Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola."  
Lettere a una professoressa, da cui abbiamo tratto il brano sopraccitato, è un libro scritto dagli allievi della scuola di Barbiana, insieme a don Lorenzo Milani, in cui si mescolano principi pedagogici e forti accuse nei confronti della scuola tradizionale,  esemplificando le differenze sociali tra gli studenti con il personaggio di Pierino del dottore (e cioè Pierino, il figlio del dottore, che sa già leggere quando arriva alle elementari).




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Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, nel seno di una famiglia colta e agnostica. Venne battezzato quando si profilò il rischio delle leggi razziali, dato che la madre era di origine ebraica. Il giovane Lorenzo ottenne a Milano la maturità classica e si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, ma, nel 1943 decise di entrare in seminario.  Nel luglio del '47 diventò sacerdote. Passò qualche mese a Montespertoli (Firenze), ed ottenne la sua  prima destinazione a San Donato a Calenzano (Firenze), un comune operaio in provincia di Firenze, con una forte presenza del Partito Comunista Italiano. 
In contatto con la povertà e lo sfruttamento, la miseria materiale e intellettuale in cui versava il suo popolo maturò una profonda coscienza sociale. Lì ebbe inizio la sua esperienza didattica: la scuola che fondò si propose di dare ai suoi studenti gli strumenti necessari per poter leggere almeno un contratto di lavoro e per difendersi dallo sfruttamento. 




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In quegli anni prese le sue prime posizioni pubbliche come la lettera aperta “Franco, perdonaci tutti, comunisti, industriali, preti”, scritta a un giovane disoccupato, in cui mise in evidenza le contraddizioni della Chiesa.

Inviso alle gerarchie ecclesiastiche, nel 1954 gli fu assegnata un'altra parrocchia a Sant’Andrea di Barbiana (una frazione di Vicchio), una pieve isolata nel Mugello. Incominciò così un'esperienza educativa unica, rivolta ai giovani di quella comunità che, per ragioni geografiche ed economiche, erano fortemente svantaggiati rispetto ai coetanei di città. Don Milani trovò a Barbiana pastori e contadini, schiavi della mezzadria, i cui figli erano predestinati alla vita dei padri,  espulsi sin da piccoli dalla scuola, scartati e annullati come persone.




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La scuola di Barbiana iniziò come doposcuola per diventare successivamente avviamento professionale e, nel 1963, corso di recupero per la media unificata, anche grazie al prezioso aiuto di Adele Corradi, un'insegnante che chiese il trasferimento in una scuola pubblica della zona, per dare una mano a don Milani.
Nel 1958, don Milani pubblicò Esperienze pastorali un trattato di scienze pastorali, incentrato su una profonda riflessione sociologica sulle condizioni delle comunità a lui affidate e sul ruolo del parroco in contesti di povertà materiale e intellettuale. Il libro fu osteggiato dalla Curia fiorentina e venne ritirato, pochi mesi dopo, dal Sant’Uffizio.
La bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame d’ammissione alle scuole magistrali, innescò Lettera a una professoressa, il suo testo più noto, una spietata e lucida disamina della scuola pubblica di quegli anni, incapace di colmare le differenze sociali esistenti tra gli studenti.




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Il testo fu scritto con l’innovativo metodo della scrittura collettiva insieme ai ragazzi e andò alle stampe nell’aprile del 1967. Don Milani, gravemente malato, morì due mesi dopo l'uscita del testo.  
Orbene, a volte, in Italia, si ha l'impressione di essere tornati al passato. Fra i tanti problemi che affliggono la nostra scuola, c'è anche quello del marketing dei cosiddetti presidi-manager. In questi ultimi mesi, alcuni di essi hanno rispolverato un blasone stantio e fortemente classista.

Il Giuseppe Parini, liceo storico milanese, si presenta sul sito ministeriale ricordando che: “Gli studenti del classico, per tradizione, hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito” (sic).
E ancora il liceo romano Santa Giuliana Falconieri scrive: “Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana (...) Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri e custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”.



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Un altro liceo romano, il Quirino Visconti, si pubblicizza in questo modo: “Tranne un paio, gli studenti sono italiani e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce l’apprendimento”.
E il liceo genovese Andrea D’Oria lancia un'altra perla: “L’assenza di gruppi particolari (ad esempio nomadi o provenienti da zone svantaggiate) dà un background favorevole”.
In soldoni: carissimi studenti (italiani) benestanti di razza bianca, sani e felici, venite al nostro liceo perché qui non ci sono immigrati, poveri (e/o figli di custodi) e disabili.
Insomma, per dirla con i ragazzi di Barbiana:  scuola peggiore ai poveri sin da piccini.
Don Milani è ancora profeticamente attuale.











mercoledì 21 febbraio 2018

La Smart compie vent'anni

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Spegne 20 candeline l'auto che ha rivoluzionato il modo di parcheggiare, ma anche di spostarsi in città. Dal 1998 a oggi, sono tanti gli eventi curiosi che ne hanno caratterizzato la storia...

Johann Tomforde, ingegnere della Mercedes-Benz, nel 1972, ebbe l'idea di produrre un'auto a due posti. Il progetto riprese qualche anno più tardi, grazie alla collaborazione con la Swatch (storica azienda produttrice di orologi) e la Mercedes.

Mr. Nicolas Hayek, il miliardario fondatore della fantasiosa Swatch aveva le idee chiare. Anzi chiarissime: “La vera city car – dichiarò - deve avere assolutamente il motore elettrico. Senza il quale la Swatch car non vedrà mai la luce. E poi dovrebbe essere condivisa".
Erano gli inizi degli anni novanta, la tecnologia delle auto a batteria (per non parlare del car sharing) non era ancora così avanzata da rendere possibile la realizzazione di un progetto così ambizioso, ma il geniale fondatore della casa di orologi di plastica non mollava. Cercò in tutti i modi di realizzare il suo progetto, arrivando a bussare alla porta di sua maestà Mercedes.


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Ma non ci fu nulla da fare. La vetturetta poteva prendere il mare solo se a benzina. E proprio su questo “piccolo” problema tecnico ci fu lo storico divorzio fra la Swatch e la MCC. Mr. Nicolas Hayek, gettò la spugna e grazie alla possente mano tecnologica Mercedes la Smart venne alla luce solo con normali motori a benzina.

Il marchio Smart è l'acronimo di Swatch-Mercedes-Art. L'obiettivo era quello di iruscire a produrre un'auto in grado di amssimizzare la convenienza, il comfort e la sicurezza di conducente e passeggero, minimizzando l'impatto sull'ambiente. 

Ma nella lunga storia della Smart Fortwo un altra tappa importantissima fu l'arrivo del micro diesel. Chissà infatti se quando nacque il progetto Swatch car l’esistenza di un motore super tecnologico come quello della prima diesel avrebbe potuto convincere Mr. Hayek a firmare con la sua casa di orologeria la vetturetta.

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Insomma non era certo un’auto elettrica ma ci si avvicinava parecchio…
Oggi che la Smart compie 20 anni però il sogno del papà della Swatch si è realizzato: la macchina è elettrica e condivisa. Ulteriore testimonianza del genio visionario Hayek.

Nel 1996 furono prodotti i primi prototipi ufficiali e due anni dopo ci fu il vero e proprio lancio della biposto. 
Nel 2004 poi la presentazione del nuovo modello: da due a quattro posti. 

Nell'ultima serie, si sa, il motore a gasolio è sparito: sarebbe costato troppo renderlo Euro6, e poi la rivoluzione elettrica era già decisa: dal 2020 tutte le Smart saranno solo a batteria.






Insomma sulla storia della Smart si potrebbe girare un film. C'è stato il modello della polizia, il furgone e mille aneddoti che rendono divertentissimo parlare della macchinina che ha fatto la felicità di tanti disperati del parcheggio. Ascoltate la canzone del trio Medusa Un uomo in smart ( "guida come 'n assassino pe le vie der tiburtino, pe raggiunge su cugino pe piasse n cappuccino..."). 






Particolare anche la storia - che pochi conoscono - della Fortwo negli Usa. Una delle cose che diede più problemi all'allora DaimlerChrysler. E già perché i tanti importatori paralleli avevano a quel tempo letteralmente invaso gli Usa già dal 2004 con modelli comprati in Europa e poi modificati per venire in contro alla normativa americana.



C'era stato anche chi aveva fatto le cose in grande: la Zap, un'azienda californiana nel 2006 mise in piedi addirittura una catena di concessionarie, essendo riuscita a mettere le mani su un lotto abbastanza consistente di Smart.  

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La Zap fece addirittura causa alla DaimlerChrysler, rea di aver ostacolato in tutti i modi l'importazione della Smart, e con la tipica caparbietà degli imprenditori americani riuscì a piazzare qualcosa come 6000 Fortwo nel 2006 e 15.000 nel 2007. Le Smart importate dalla Zap costavano però uno sproposito: il listino andava da 24 mila dollari in su, ma con qualche accessorio era facile sforare il muro dei 30 mila. Più di una Corvette...

Poi nel 2007, dopo aver incassato il colpo, la Mercedes si vendicò. E per il debutto ufficiale della Smart puntò su un listino stracciato di 11.590 dollari... Ovviamente si trattava del nuovo modello, più lungo di 19 cm rispetto al vecchio, e molto più sicuro, in modo tale da poter superare senza problemi la severa normativa Usa...



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Il resto, è storia dei giorni, con l'Italia che è il primo mercato al mondo per le Smart e Roma la città che ne compra di più... Buon compleanno Smart, gli italiani (e i romani) ringraziano.