mercoledì 24 ottobre 2018

Per ripulire le città italiane #oggiraccolgoio


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(foto da internet)

Sono scesi in campo perfino i marines per ripulire le strade d'Italia piene di rifiuti. Oppure, è accaduto a Roma, i turisti, come alcune ragazze asiatiche o di New York, che hanno deciso di infilarsi guanti e cappellino unendosi nella raccolta d'immondizia. Ma il dato più significativo è un altro: sono infatti migliaia gli italiani che domenica scorso, in tutto lo Stivale, hanno volontariamente aderito all'iniziativa di Repubblica e Legambiente #oggiraccolgoio, ripulendo parchi, giardini, strade e spiagge da centinaia di rifiuti abbandonati. 

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Dalle prime stime l'iniziativa è stata un successo, ma soprattutto un messaggio riuscito: in ogni città d'Italia che ospita una delle nove sedi locali di Repubblica almeno 100 volontari hanno infatti deciso di impegnarsi in prima persona dedicando una domenica alla salvaguardia dell'ambiente. Centinaia di sacchetti e tonnellate su tonnellate di rifiuti recuperati danno, meglio delle parole, il senso dell'importanza della giornata.

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Nel capoluogo pugliese sono scesi in strada a centinaia per unirsi all'iniziativa. Ripuliti il giardino Fabrizio De André, il molo san Nicola e perfino, grazie all'aiuto dei sommozzatori, le palafitte del teatro Margherita. Così come nelle altre città anche qui i giornalisti della redazione locale del quotidiano hanno indossato il cappellino bianco dell'iniziativa, con doppio logo Legambiente e Repubblica, e hanno aiutato i volontari e lettori a ripulire. Al loro fianco anche il sindaco Antonio Decaro. 

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A Palermo la pulizia è iniziata fin dalle 9,30 sulla spiaggia della Bandita. Centinaia i detriti di plastica recuperati e decine le onlus e le associazioni che si sono unite alla raccolta. 
 
Oltre 370 i chili di rifiuti raccolti invece nel capoluogo lombardo dove in centinaia hanno risposto all'appello di #oggiraccolgoio: i 120 cappellini col logo sono andati esauriti nell'arco di poco tempo. Vetro, bicchieri di plastica, ma anche immondizia di ogni genere sono stati tolti dalle strade di via Nervesa e nei giardini vicino alla redazione di Repubblica Milano.

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( foto da internet)


Nella Capitale tantissimi volontari si sono invece radunati attorno al Colosseo: da lì hanno iniziato a ripulire l'area storica passando per Colle Oppio fino al Circo Massimo. All'iniziativa si sono uniti perfino turisti e cittadini di New York.  Fra i protagonisti delle pulizie romane anche il presidente di Legambiente Stefano Ciafani.
Stesso successo a Torino dove un centinaio di partecipanti hanno dedicato la loro domenica a ripulire la zona di Beinasco. Tra loro c'era anche il direttore di Repubblica, Mario Calabresi. Plastica, taniche vuote, monitor di computer, vecchi pneumatici e bottiglie sono stati recuperati da intorno alle scuola elementare Gramsci e media Gobetti. Tantissimi i bambini presenti.  
Numeri simili, per partecipazione, anche a Firenze dove intere famiglie si sono messe al lavoro per ridare dignità al giardino di via Allori. Alla fine oltre quaranta i sacchi da 110 litri ciascuno riempiti di bottiglie, lattine, verti, sacchetti di plastica. Recuperate anche delle siringhe che sono state messe in sicurezza. 

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 (foto da internet)


In tanti anche a Genova al Parco del Peralto per partecipare a  #oggiraccolgoio. "Iniziativa fondamentale per promuovere il senso civico dei cittadini" ha detto l'assessore comunale Matteo Campora intervenuto insieme ad altri politici e ai giornalisti della redazione locale.  
Raccogliere la plastica che avvelena le rive e l’acqua del canale Navile, a Bologna, è stato invece lo scopo di centinaia di volontari bolognesi. È stato trovato di tutto: copertoni, carcasse di scooter, resti di picnic, pannelli di eternit, vasche da bagno addirittura. 
Alla console degli Stati Uniti Mary Ellen Countryman, a Napoli, si è unita una squadra di marines "armati" di sacchi e guanti per pulire viali e aiuole della Villa Comunale. Insieme a loro tantissimi cittadini che con i giornalisti e i collaboratori di Repubblica Napoli hanno preso parte a #oggiraccolgoio raccogliendo centinaia di rifiuti, soprattutto di plastica.

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(foto  da internet)

Non solo le città dove Legambiente e Repubblica hanno lanciato l'iniziativa, ma anche diversi comuni dove i singoli cittadini hanno deciso di impegnarsi e da dove hanno postato le foto sui social, con tanto di hashtag #oggiraccolgoio, del loro sforzo per un Paese migliore. C'è perfino, come a Benevento, chi si è organizzato: i residenti hanno deciso di unirsi e darsi da fare per raccogliere erbacce e rifiuti dai vicoli circostanti piazza Piano di Corte per restituire decoro ad una della aree più belle del capoluogo sannita.

lunedì 22 ottobre 2018

Lo sdoganamento della fisarmonica


(foto da internet)



Giovanni Gioanola, direttore del Conservatorio Vivaldi di Alessandria, in Piemonte, ha annunciato il potenziamento dell’offerta formativa del centro per l'anno scolastico 2018/19: si istituiranno quattro nuove cattedre, tre delle quali (liuto, violino barocco, pianoforte storico) nel comparto della musica antica più un corso di fisarmonica. 
Il Conservatorio alessandrino si prefigge lo scopo di  diventare un punto di riferimento nella musica classica, specialmente con l'istituzione della cattedra di liuto, puntando sulla capacità del centro piemontese di diventare un polo d'attrazione sia verso studenti di altre parti d’Italia, sia provenienti dall’estero.
Ma forse la novità più significativa è proprio l'istituzione del Diploma Accademico di Primo livello in fisarmonica. Secondo la professoressa Giuseppina Scravaglieri, docente di pianoforte presso il Conservatorio di Alessandria, la fisarmonica deve soltanto essere riscoperta, come successe per la chitarra, uno strumento molto più antico ma che era considerato minore, popolare e da piazza. 



(foto da internet)


La fisarmonica si compone di un mantice a soffietto che, azionato dal movimento delle braccia del suonatore, si riempie d'aria. Alle estremità vi sono due, e anche più tastiere, disposte a destra e a sinistra. A quelle di destra è affidata la melodia e a quelle di sinistra l'accompagnamento. Queste tastiere corrispondono a una serie di ance libere che, per l'azione del vento che esce dal mantice, risuonano. 
L'invenzione della fisarmonica è attribuita al viennese Damian (1829). Questo strumento si presta moltissimo per le danze popolari o per riprodurre canzonette e arie di ballo.
Le fisarmoniche sono di diversa grandezza e variano anche nella forma esterna.
Nel 1829 Charles Wheatstone inventò la concertina, che differisce dalla fisarmonica principalmente perché dà la stessa nota tanto tirando quanto premendo, mentre la fisarmonica dà due note diverse.




(foto da internet)


La fisarmonica venne riprodotta per la prima volta in Italia a Castelfidardo (Ancona) (vedi>>), per merito di Paolo Soprani nel 1863, e, nel 1876,  Mariano Dallapé creò a Stradella (vedi>>), in provincia di Pavia, la prima fisarmonica polifonica, dalla quale discendono tutte le fisarmoniche attuali (Paolo Conte dedicò una canzone alla fisarmonica di Stradella). 
Castelfidardo e Stradella, sono tutt'oggi i due poli più importanti nel nostro Paese per la produzione delle fisarmoniche.
Un'altra variante della fisarmonica è la cosiddetta fisarmonica a piano che si caratterizza per la presenza nel lato destro dello strumento di una serie di tasti bianchi e neri come quelli di un pianoforte. 

E ancora, parente della fisarmonica è il bandoneon, che ha una serie di bottoni sui due lati delle casse armoniche che emettono un solo suono alla loro pressione; Astor Piazzolla ne è considerato il più grande interprete (vedi>>).





(foto da internet)


Per finire ricordiamo l'organetto (vedi>>) che ebbe una rapida diffusione a livello popolare in tutta Europa grazie alla sua semplicità nella produzione dei suoni ed al fatto di essere facilmente trasportabile. 
Diversi compositori contemporanei come Adamo Volpi, Lino Liviabella, Luciano Fancelli, Efrem Casagrande, Luigi Ferrari Trecate, Vittorio Melocchi, e tanti altri, hanno contribuito e aperto le porte alle antiche e nuove sonorità per questo strumento particolare.




venerdì 19 ottobre 2018

La vita (secondo Panatta)




(foto da internet)

Adriano Panatta (1950), è stato uno dei più grandi talenti del tennis italiano. Di umili origini, il padre era custode dei campi da tennis delle Tre Fontane, all'Eur, la vicinanza con i campi da gioco gli permette di avere, fin da bambino, una grande confidenza con lo sport che lo renderà famoso.
Il piccolo Panatta si esercita sui campi del club dove lavora suo padre ed impara ad eseguire le prime volée. Soprannominato, all'epoca, Ascenzietto, vezzeggiativo mutuato dal nome del padre, Ascenzio, vittoria dopo vittoria, la carriera di Panatta prende slancio, fino a portarlo a guadagnare i primi posti della classifica nazionale.
Nel 1970 si presenta ai Campionati Italiani Assoluti di tennis. Lo scontro è con Nicola Pietrangeli, allora campione in carica e mostro sacro del tennis italiano. A dispetto di ogni previsione, Panatta esce vittorioso dal confronto.


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Panatta, secondo la critica specializzata, era capace di giocate di genio alternate da periodi mediocri. Inoltre, pur dotato di uno straordinario talento, non era supportato da un fisico che ne fosse all'altezza e fu un campione pervaso da una proverbiale pigrizia. Ciononostante, riuscì a battete tutti i più famosi tennisti della sua epoca. Il suo successo internazionale più importante rimane proprio la vittoria dell'edizione 1976 del Roland Garros.
Il suo gioco era caratterizzato da un alto tasso tecnico, basato su un dritto micidiale e su di una battuta molto potente, senza contare la sua capacità di scendere in rete con volée di dritto e di rovescio impeccabili o di effettuare smorzate di grande raffinatezza. Il terreno di gioco su cui ottenne i migliori risultati fu  la terra battuta.




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Nel 1976 vinse la Coppa Davis con la squadra nazionale. La squadra azzurra, composta da Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli, aveva conquistato la finale con il Cile, ma bisognava andare a giocare a Santiago, in casa del dittatore Augusto Pinochet. La politica, con la sinistra italiana in testa, spingeva per boicottare la finale, programmata per la seconda metà del mese di dicembre. 
Il dibattito si incendiò. Il Pci era molto critico. I partiti di estrema sinistra nettamente contrari. Coni e Federtennis, attendisti. Ma il capitano Nicola Pietrangeli e i quattro tennisti non volevano assolutamente rinunciare. Cortei e cori presero di mira proprio Panatta, il figlio del custode. 



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Panatta milionario, Pinochet sanguinario, era lo slogan più gridato. Panatta, di sinistra per tradizione familiare, soffrì la contestazione. Il figlio del custode dei campi dei signori romani, deriso e additato come un giocatore viziato e insensibile. La situazione era complicata. Ma poi accadde qualcosa che la sbloccò: Enrico Berlinguer, segretario del Pci, fece arrivare un messaggio chiaro ai giocatori: si doveva andare in Cile. Per il segretario del Pci non sarebbe stato giusto che la Coppa fosse finita nelle mani del Cile del regime di Pinochet piuttosto che nelle nostre. E così fu. 
Il 17 dicembre 1976 l'Italia si giocò la Davis in Cile. In un clima surreale,  senza la presenza del dittatore Pinochet, ma con  alcuni generali in tribuna d'onore e un pezzo grosso: Gustavo Leigh Guzman, uno dei generali più duri della Junta. l'Italia ebbe la meglio sul Cile nei due scontri individuali, ma, per chiudere il match, mancava il doppio. La coppia italiana era composta da Panatta e Bertolucci. Al mattino, dopo l'allenamento, Panatta propose a Bertolucci di provocare il regime scendendo in campo con delle magliette rosse! 



(foto da internet)

Nonostante le proteste di Bertolucci, alla fine Panatta la spuntò: il doppio lo vinse l'Italia in quattro set, con Fillol e Cornejo in polo bianche e calzoncini celesti e i tennisti italiani in magliette rosso fuoco e calzoncini bianchi. Si seppe poi che le autorità cilene inviarono una nota di protesta al nostro governo tramite l'ambasciata... 
Parliamo di nuovo di Panatta, perché, ormai lontano dai campi da tennis, si è cimentato con un cameo nel film La profezia dell'armadillo diretto da Emanuele Scaringi. Il film in questione è un adattamento cinematografico dell'omonimo libro a fumetti del fumettista Zerocalcare, presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 75ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. 
La pellicola narra la storia di Zero, un giovane disegnatore che vive a Roma, nel quartiere di Rebibbia. In mancanza di un lavoro fisso si arrangia con i lavori più disparati. La sua vita scorre tra le giornate in periferia, le peripezie con l'amico d'infanzia Secco e le visite alla madre. Quando torna a casa lo aspetta la sua coscienza critica: un armadillo con cui si avventura in irreali conversazioni. La notizia della morte di Camille, una compagna di scuola e suo primo amore, lo costringe a prendere in pugno la sua vita, fatta di dubbi e incertezze tipiche delle sua generazione.




(foto da internet)

Adriano Panatta, che interpreta se stesso, compare nel film per pochi minuti di scena che però hanno già catturato l'attenzione del pubblico, e la clip in cui compare l'ex tennista è diventata virale, in un botta e risposta con il protagonista Zero, interpretato da Simone Liberati (vedi>>), sul tennis e sulla vita.






































mercoledì 17 ottobre 2018

Un capolavoro immaginato per Gianna

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(foto da internet)


Il 2 giugno del 1981 moriva in un incidente stradale Rino Gaetano. Aveva 31 anni. Il cantautore crotonese, romano d’adozione, era stato un vero e proprio uragano nella musica pop italiana. La traccia della sua opera, 36 anni dopo, resta ancora indelebile. Rino Gaetano non ha lasciato eredi, ma vanta tuttora numerosi tentativi di imitazione. Tra quelli che più lo ricordano nella ricerca di testi non banali e di soluzioni  innovative e allo stesso tempo popolari, probabilmente il più simile è Francesco Gabbani. Analoga leggerezza, simile disincanto. 

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Con la canzone Gianna,  Rino Gaetano irrompe a Sanremo con una canzone definita “non sense”. Smonta i luoghi comuni e conquista il pubblico. Al Festival dei Fiori, dove cuore fa sempre rima con amore, il cantautore calabrese (supportato dal gruppo dei Pandemonium) prende in giro giuria e platea. Risultato: terzo posto. Ma rimane nell’immaginario popolare il vincitore assoluto.
Siccome stiamo parlando di altri tempi, in omaggio alla canzone, di cui quest'anno ricorrono i 40 anni, è stato girato a Cerviail videoclip della canzone che non c'era. Il video racconta storie di emancipazione femminile, ed è stato presentato in anteprima al festival internazionale "ImaginAction" a Cesena, dal 12 al 14 ottobre, e fa parte del progetto "Capolavori immaginati" 

lunedì 15 ottobre 2018

La manna siciliana



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La manna, com'è noto, è la  sostanza che, secondo la Bibbia, fu miracolosamente inviata da Dio come cibo agli Israeliti nel deserto. Il nome fa riferimento, propriamente, al succo indurito di alcune varietà di Frassino, pianta delle Oleaceae coltivata in Italia, in Sicilia e in Calabria. Si estrae per incisione trasversale della corteccia. Il succo, una volta consolidato, si presenta come una massa bianca o giallastra di sapore dolciastro e leggermente acidulo, contenente mannite, zuccheri riducenti, carboidrati idrolizzabili, sostanze minerali, ecc. Commercialmente si distinguono diverse qualità di manna: la manna cannellata, la manna in pani e la cosiddetta manna in sorte.

Oltre alla manna di frassino, anche altre secrezioni vegetali contenenti zuccheri sono dette manne: ad esempio,  la manna della Bibbia è data dall’escrezione dei giovani rami, provocata dalle punture di un insetto su piante diverse; essa è usata come alimento dai beduini dell’Arabia e dei paesi vicini. 



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La manna di Persia è costituita da lacrime che si ottengono recidendo i rametti di Alhagi maurorum, dai quali sgorga un liquido contenente saccarosio e un principio purgativo; è usata nella medicina persiana. La manna di Briançon, in passato usata come lassativo, è un’escrezione spontanea dei rametti e delle foglie del larice, che si raccoglie, in piccole quantità, nelle Alpi francesi e italiane. La manna del deserto è costituita dai talli di licheni che crescono sul terreno nelle steppe e nelle regioni subdesertiche dell’Africa settentrionale e Asia occidentale. È formata da piccole masse rotondeggianti, giallicce e mangerecce; sollevate dal vento possono essere trasportate a grande distanza, dando luogo al fenomeno detto pioggia di manna (alcuni ritengono che questa sia la manna ricordata nella Bibbia).




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La manna che si produce in Italia è un prodotto tipicamente siciliano. Si tratta della linfa del frassino estratta durante l’estate e lasciata essiccare al sole. Essa viene prodotta esclusivamente nel Parco delle Madonie, tra Pollina e Castelbuono, con tecniche antichissime (vedi>>). Può essere mangiata come una caramella o usata come dolcificante.
Con il supporto di Fondazione con il Sud è sorto Quando la manna non cade dal cielo, un interessante progetto per ripristinare la produzione della manna da frassino, una coltura tipica dell’area del Parco delle Madonie. 
La manna sgorga dai frassini divenendo una risorsa unica per la sue qualità e in grado di creare economia ed occupazione per il territorio. Essa dimostra come la biodiversità tipica di un luogo può creare reddito se rispettata e valorizzata al meglio.


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Il progetto prevede la rimessa in coltura di terreni interessati dalla presenza di frassineti abbandonati - verranno rimessi in coltura 60 ettari di frassineto- e una fase formativa che dovrà consentire il trasferimento di competenze e conoscenze da parte dei più anziani produttori di manna alle giovani generazioni. La manna così prodotta verrà conferita annualmente ad un consorzio che provvederà alla lavorazione e vendita del prodotto.
A supporto della fase di commercializzazione, il progetto prevede attività di ricerca, marketing, promozione e diffusione. 
Complimenti!

venerdì 12 ottobre 2018

Er padre de li Santi



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La parola minchia è, secondo il Dizionario Treccani: 
s. f. [dal lat. mentŭla]. – 1. merid., volg. Il membro virile. La parola è frequente anche come esclamazione (di meraviglia, ecc.), o in espressioni ingiuriose (cfr. minchione). 2. M. di re, nome pop. sicil. del pesce donzella (Coris julis), della famiglia labridi.
Minchione, derivato da minchia, è: s. m. e agg. [accr. di minchia], pop. – 1. s. m. e agg. (f. -a). Persona sciocca, priva di furberia, eccessivamente semplice e credulona; è soprattutto usato come titolo di spregio e di rimprovero: sei proprio un m.; è un bel m.; sei stata una gran m. a dargli retta; quanto sei m.!; che uomo m.!; come si fa a essere così minchioni? Locuz. particolari: fossi m.!, per esprimere deciso rifiuto relativamente al fare una cosa che si risolverebbe in danno proprio; fare il m., fingersi stupido, far finta di non capire, per proprio tornaconto; rimanere come un m., restare male, a mani vuote, beffato o danneggiato (...). 2. agg., non com. Sciocco, insulso, balordo, detto di cose: discorsi, ragionamenti m.; è uno scherzo m., una beffa minchiona. Dim. minchioncino, minchioncèllo; accr., non com., minchioncióne; pegg. minchionàccio.


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La parola in questione venne utilizzata, alcuni anni fa, in una canzone di Giorgio Faletti, intitolata Signor tenente (ascolta>>), che permise all'eclettico artista di aggiudicarsi il premio Mia Martini della critica al Festival di Sanremo dello stesso anno. All'inizio di ogni strofa veniva utilizzata la parola dialettale minchia. La canzone aveva dei forti connotati di denuncia sociale, con richiami a problematiche quali la criminalità organizzata e le disastrose condizioni lavorative delle forze dell'ordine.  
Il termine in questione è saltato di nuovo alla ribalta in questi giorni. È apparso, infatti, in una luminaria installata in via Alloro, a Palermo, dagli organizzatori di Manifesta 12, la Biennale nomade europea in corso nel capoluogo siciliano nell'anno di Palermo Capitale della cultura.





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Il consigliere comunale Sabrina Figuccia ha però gridato allo scandalo. La signora Figuccia ha criticato che nell'ambito della manifestazione si sia permessa l'installazione (mediante un video artistico) dell'amplesso di un signore con un albero e l'uso della suddetta luminaria. Parimenti, con una lettera inviata al sindaco Orlando, ha chiesto l’accesso agli atti per conoscere quanto è stata pagata l'installazione, chi ha sostenuto i costi e se il sindaco condivide l'immagine della città che, secondo lei, queste opere offrono.
La luminaria di via Alloro, però, non è una bravata che sfrutta l'intercalare siculo, ma un progetto del giovane artista Fabrizio Cicero, prodotto da Andrea Schiavo. L’opera è curata da Bridge art per Border crossing, un progetto collaterale di Manifesta 12.


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Andrea Schiavo, alla luce della polemica sollevata, ha dichiarato che l'ormai famosa luminaria Minchia è stata pagata interamente da lui medesimo e ha rivendicato l'atto di mecenatismo nei confronti di un artista che ha composto un'opera che non voleva offendere la sensibilità di nessuno. Ha altresì aggiunto che solo il pubblico e la critica possono esprimere un giudizio sulla validità o meno dell'opera d'arte.
Giusto. E allora, anche per rassicurare la signora Figuccia, ci siamo ricordati dell'indimenticabile sonetto del Belli, Er padre de li Santi (leggi>>), per chiudere, davvero, in bellezza queste ciance.



mercoledì 10 ottobre 2018

Un paese di Calabria


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Un paese di Calabria è il documentario diretto da Shu Aiello e Catherine Catella girato nel 2016 che narra la storia di Riace, una località svuotata dall’emigrazione, e di un sindaco, Mimmo Lucano, che è riuscito a dare vita a un’utopia: accogliere i migranti sbarcati sulle coste italiane per ripopolare le strade e le case del paese. 

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In occasione della manifestazione in programma sabato scorso 6 ottobre a Riace a sostegno del sindaco Lucano, sospeso dal suo incarico e agli arresti domiciliari, le registe hanno deciso assieme alle produttrici Laurence Ansquer, Martine Vidalenc, Florence Adam e la bolognese Serena Gramizzi, di rendere disponibile il film in streaming gratuito per 48 ore, da sabato 6 a domenica 7 ottobre.



 


"Vogliamo denunciare la criminalizzazione degli atti di solidarietà e accoglienza dei rifugiati in Italia, in Francia e ovunque in Europa" dicono le autrici, che hanno deciso di condividere pubblicamente la loro visione su Riace, "per sostenere l'importanza del modello di accoglienza messo in atto dal sindaco e dai suoi concittadini, oltre che per proporre una riflessione sui cicli migratori".


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Il film, una co-produzione italiana, francese e svizzera, ha partecipato a numerosi festival internazionali, vincendo, tra gli altri, il Buyens-Chagoll Award a Visions du Réel di Nyon, in Svizzera, dove è stato presentato in anteprima mondiale nell’aprile del 2016. Il documentario è stato visto in Francia da oltre 40mila spettatori in sala, mentre in Italia ha avuto soltanto una distribuzione legata a eventi organizzati dalla casa di produzione Bo Film con il sostegno di MovieDay, la cooperativa Passepartout di Milano e il Coordinamento nazionale dei centri di Accoglienza.