mercoledì 24 gennaio 2018

Ristoranti o ambasciate?

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(foto da internet)


Si stima che a Londra vivano stabilmente circa 250.000 italiani, più o meno come a Verona, dodicesima città italiana nella classifica della popolazione residente. È forse proprio questa la ragione per cui la cucina italiana si è affermata al di là dei consueti stereotipi, fatti di spaghetti alla bolognese e pizza con l’ananas. Da qualche anno, poi, nella City sono sempre più i ristoranti che propongono esclusivamente piatti e vini delle varie regioni d’Italia: un fenomeno amato dai connazionali che vivono lì, ma apprezzato anche da tutto il melting pot che a Londra vive, lavora, fa turismo.

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(foto da internet)



A questa realtà enogastronomica ha dedicato molto spazio Vogue, la stessa cosa l’hanno fatta Londonist.com, vero punto di riferimento per i londinesi, e LoveItalianLife, piattaforma web dedicata all’Italian Food & Lifestyle. Proprio questo sito ha lanciato un concorso per il miglior ristorante italiano di Londra, alla cui elezione hanno concorso chef, critici e lettori. A conferma del successo delle cucine regionali, il titolo è andato a RossoDiSera, ristorante marchigiano di Covent Garden. 

Igor Iacopini, fondatore e manager del locale, è partito da Fermo dodici anni fa. In tasca una laurea in economia bancaria, nel cuore la passione per il mangiar bene e nella testa la volontà di promuovere le eccellenze enogastronomiche della sua terra. “Quando viaggiavo all’estero non trovavo mai un prodotto delle Marche, al massimo qualche bottiglia di Verdicchio. Lavoravo nel campo del marketing e ho subito capito che quel vuoto andava riempito.” Riempito di cose di casa. In senso letterale, visto che le mura interne di RossoDiSera sono rivestite con i mattoni ricavati dalla ristrutturazione di un casale di famiglia dell’Ottocento.


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(foto da internet)

L’inizio è stato complesso, ma la burocrazia britannica è stata una vera alleata: poche procedure, tutte disponibili in rete. “Piano piano abbiamo ottenuto la fiducia dei clienti e quella, altrettanto importante, dei fornitori. Per quanto riguarda i prodotti freschi siamo costretti a rivolgerci al mercato locale, che comunque è ricco di prodotti italiani, ad esempio il pesce dell’Adriatico. Per tutto il resto, ci riforniamo direttamente dalle Marche: vino, olio, salumi, formaggi, confetture. Non mancano prodotti di nicchia come le cicerchie, il lonzino di fichi, l’anice Varnelli, la sapa.” però, probabilmente, la clientela eterogenea potrebbe portare a qualche compromesso, cercando di assecondare il gusto comune, a rischio di snaturare i sapori originali. “Se un piatto non piace preferisco non proporlo, piuttosto che cambiarlo. I vincisgrassi, ad esempio, devono avere la parte superiore bruciacchiata. Ma la cosa non è apprezzata e allora li serviamo solo raramente”
Consenso unanime, invece, per olive ascolane, cremini fritti, piatti al tartufo, salumi, formaggi.


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(foto da internet)

Per chi fa impresa a Londra non mancano le preoccupazioni legate alla Brexit, al terrorismo, a un costo della vita in costante aumento che limita la capacità di spesa di chi vive e lavora a Londra. “Bisogna fare fronte comune” – conclude Iacopini – “per dare forza a realtà come la nostra. Noi siamo l’unico ristorante marchigiano di tutto il Regno Unito, il nostro staff è tutto della nostra terra, facciamo conoscere a una clientela cosmopolita vini e cibi dei quali non hanno mai sentito neanche il nome”. Ristoranti, d’accordo. Ma anche ambasciate regionali a Londra.


lunedì 22 gennaio 2018

Il Vov





(foto da internet)

Siamo a Padova, nel 1845, esattamente in Via de’ servi, e il pasticcere Gian Battista Pezziol, a cui erano avanzati dei tuorli dalla preparazione del torrone ebbe un'idea geniale:  aggiungere zucchero e marsala ai tuorli, ottenendo così il più rinomato liquore di tutto il Veneto: il Vovi (uova, in dialetto veneto). Ben presto il liquore varcò i confini veneti, e cambiò nome, diventando così l'attuale Vov
La corte di Vienna conferirà al liquore il brevetto regale che verrà sempre raffigurato sull’etichetta della bottiglia e sui manifesti pubblicitari accanto all’immagine dell'aquila a due teste.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Vov fu prodotto quasi esclusivamente per le forze armate.  Il liquore venne ribattezzato VAV2 (Vino Alimento Vigoroso). 
Dal dopoguerra in poi il Vov conquistò il mercato italiano ed europeo e anche se la sua etichetta, confezione e grafica pubblicitaria evolveranno, si manterrà comunque sempre ben riconoscibile.


(foto da internet)


Il liquore ebbe un notevole successo tra gli anni '60 e gli anni '80, ed ancor oggi è presente sul mercato specialmente per la preparazione di alcuni dessert (il gelato affogato allo zabaione, ad esempio) e di alcuni cocktail (il bombardino).
Il Vov si può preparare facilmente in casa.  La ricetta prevede il solo utilizzo dei tuorli. 
Ingredienti:
4 tuorli
350 gr di zucchero 
100 ml di Marsala
500 ml di latte intero
100 ml di alcool puro
1 gr di vanillina 


Preparazione (vedi>>):
mettete in una terrina i 4 tuorli con metà dello zucchero e la vanillina. Con una  frusta mescolate bene fino ad ottenere una crema densa e omogenea. Versate il latte in una pentola, con la metà dello zucchero rimasto. Portate a ebollizione e fate raffreddare. Unite il latte ai tuorli sbattuti e aggiungete, un po' alla volta, l’alcool e il marsala. Continuate a mescolare con la frusta. fate raffreddare il composto. 



(foto da internet)

Imbottigliatelo e conservatelo in frigorifero. Prima di assaporarlo, agitate bene la bottiglietta per miscelare bene il liquore. Una volta aperto è consigliabile consumarlo entro 3 settimane al massimo.

Idee per un cocktail (ma solo per coloro che abitano in posti freddi): il bombardino, che è sì uno strumento musicale in uso nelle bande appartenente alla famiglia dei flicorni, ove funge da baritono, ma è anche una bevanda alcolica calda a base di Vov, brandy, talvolta anche caffè e panna, molto diffusa specialmente nelle località sciistiche.



(foto da internet)


La leggenda narra che un giovane genovese che lasciò il mare per andare a vivere in montagna, ebbe in gestione il rifugio del Mottolino. Con degli amici seduti al bar del rifugio pensò ad un possibile cocktail che potesse riscaldare i suoi clienti dal freddo dell'inverno. Nacque così una miscela a base di latte, whisky e zabaione, il tutto scaldato fino a renderlo quasi bollente. Un cliente lo provò e disse: "Accidenti! È una bombarda!". Nacque così il Bombardino.
Cin cin...


venerdì 19 gennaio 2018

Selinunte (hi-tech)





(foto da internet)

Dice la nostra amica Carmen Pinedo che la Sicilia non smette mai di stupirci. È vero. 
Pochi giorni fa, con una termocamera ad alta sensibilità termica caricata su un drone, i geologi dell'Università di Camerino hanno rilevato, sul terreno dell'area archeologica di Selinunte, in provincia di Trapani, alcune anomalie termiche riconducibili ad importanti strutture sepolte risalenti  a circa 2700 anni fa. I risultati del lavoro sono stati illustrati dall'intera équipe di ricercatori, tra cui il direttore del Parco Archeologico di Selinunte, Enrico CarusoFabio Pallotta, geoarcheologo consulente dell'Università di Camerino e da Gilberto Pambianchi, presidente nazionale dei geomorfologi e coordinatore del gruppo di ricerca dell'università marchigiana. 

Il lavoro svolto, frutto di un anno di letture e di sopralluoghi, permetterà di procedere alla conoscenza degli strati più profondi del terreno su cui i greci decisero di insediarsi.




(foto da internet)

La rivoluzionaria tecnica utilizzata dagli esperti si basa su un connubio fra geomorfologia e archeologia che permette di delineare quella che era la disposizione del terreno e degli edifici nell'antichità. Dopo 14 voli effettuati sull'area del parco archeologico,  il drone ha rilevato le strutture sepolte.
Parimenti, è stato possibile ricostruire in 3D l'ambiente della città di allora e la sua evoluzione nei secoli.
Selinunte (Σελινοῦς) fu un'antica città greca, sorta nella parte occidentale della costa meridionale della Sicilia. Fu fondata nella seconda metà del VII secolo a.C. da popoli greci provenienti dalla colonia di Megara Hyblaea, una delle prime della Sicilia. Distrutta due volte, dai Cartaginesi nel 409 a.C., e dai Romani nel 250 a.C., la città continuò ad essere abitata fino al XIII secolo circa, quando venne progressivamente abbandonata e ricoperta da sedimenti sabbiosi e vegetazione costiera. Dopo l'anno 827 d. C. vi si stabilirono tribù di Arabi, le cui sepolture sono disseminate negli strati superficiali dell'acropoli. Nel 1551 un monaco domenicano, Tommaso Fazello, la riportò alla luce.



(foto da internet)


L'attuale Parco Archeologico è tra i più grandi in Europa: comprende al suo interno un'intera città e due zone suburbane destinate ad accogliere a occidente piccoli santuari ed a oriente i grandi santuari. 
Il nome della città deriva dalla pianta di σέλινον (appio) che vegeta sulle colline dove essa ebbe sede; con la medesima voce era denominato dagli antichi anche il fiumiciattolo, oggi detto Modione, che sfociava a nord della città.
Importanti scavi, eseguiti dal 1873 al 1925, scoprirono che una parte dell'acropoli era fortificata. Selinunte ebbe il suo porto, oggi interrato, ad est dell'acropoli. Presso la spiaggia emergono avanzi di magazzini e qualche muro forse avanzo di banchina e nel tratto più pianeggiante dell'area archeologica sorgevano i templi.




(foto da internet)

Prima degli scavi del 1920-25, dell'acropoli si conoscevano solo i cinque templi e il megaron; oggi conosciamo le fortificazioni della primitiva acropoli, la pianta di altri edifici sacri, quasi tutto il temenos dei templi, il secondo altare del cosiddetto tempio C, qualche casa ellenistica e l'edificio ellenistico che serviva per il mercato, e che aveva un portico sull'agorà.
Studi recenti hanno rivelato l'esistenza a Selinunte di piccoli templi (οῖκοι) molto più antichi di quelli sopraccitati, con caratteri primitivi e con peculiarità proprie dell'architettura greca della seconda metà del sec. VII.
Le immagini offerte dal drone hanno permesso agli studiosi di ricostruire templi e vasche colme di limpida acqua sorgiva che scorreva verso il mare per offrire un prezioso ristoro ai viaggiatori. 




(foto da internet)

Un'ultima sorpresa: il ritrovamento dell’icona di Ecate o Hekate, la dea che regnava sui demoni malvagi, sulla notte e sulla luna in tutto il mondo greco, di alcuni vasi corinzi, oggetti ornamentali, statue ed addirittura un flauto di epoca greca.
Insomma, una ragione in più per andare in Sicilia... 

mercoledì 17 gennaio 2018

Le nuove regole di Ryanair

(foto da ww.corriere.it)

Tutta colpa degli italiani. E degli irlandesi. E degli spagnoli. «Perché le regole, sulle dimensioni dei due bagagli da portare a bordo, sono chiare». L’applicazione, soprattutto da parte degli italiani, sempre un po' riluttanti a rispettare le regole, molto meno. Sicuramente vi è capitato di incontrare persone che al gate si presentano con due valigie vere e proprie — altro che zaini e borse —, s’imbarcano, litigano con le hostess, gli steward, disturbano i poveri vicini di sedile e perdono preziosi minuti per trovare un posto nelle cappelliere. Posto che, poi, viene a mancare per gli altri. Risultato: il volo parte in ritardo. Le performance generali peggiorano. Il vettore finisce per calare nelle classifiche di gradimento e di qualità.

Bagaglio a mano Ryanair, in arrivo le nuove regole
(foto da www.quotidiano.net)


E allora le nuove regole son servite. Infatti, sono scattate da lunedì scorso, 15 gennaio, le nuove regole sulle valigie sui voli di Ryanair, la più grande low cost d’Europa con 128,8 milioni di passeggeri nel 2017. Si chiude così l’era del doppio bagaglio a mano: una volta all’imbarco il più ingombrante dovrà essere lasciato agli addetti per essere caricato in stiva senza costi aggiuntivi. Restano uguali le dimensioni massime sia per il più grande (55 cm x 40 cm x 20 cm, non più di 10 chili), sia per il più piccolo (35 cm x 20 cm x 20 cm). Ma mentre chi acquista l’«imbarco prioritario» (il cui costo parte da 5 euro a viaggiatore) potrà portarsi ancora il doppio bagaglio a bordo, tutti gli altri, a meno che non paghino il sovrapprezzo (da 30 a 60 euro) delle formule Plus, dovranno portare a bordo solo la borsa piccola e lasciare l’altra ai check-in per l’imbarco in stiva. 


Risultati immagini per ryan air nuove regole 15 gennaio 2018
(foto da internet)



Michael O’Leary, ad della compagnia aerea, aveva anticipato già l’idea di cambiare la politica del doppio bagaglio a bordo perché troppi passeggeri si presentavano con entrambe le valigie in un velivolo da 189 posti e con cappelliere che possono tenere al massimo una novantina di bagagli. Questo allora provocava tensioni, rallentava i tempi d’imbarco e quindi la puntualità dei voli. In parallelo la low cost irlandese ha ridotto il costo di trasporto per le valigie in stiva – che si deposita ai nastri dei banconi dei check-in – che passa da 35 a 25 euro (fino a 20 chili di peso).

lunedì 15 gennaio 2018

Modigliani: i granchi e i falsi





(foto da internet)

Prendere un granchio è un modo di dire che significa cadere in un errore grossolano. Però, di granchi, ce ne sono vari. Siamo nel luglio 2017, quando la procura di Genova ordina il sequestro di 21 quadri esposti (fra cui il celeberrimo Nudo disteso (ritratto di Cèline Howard) del 1918, presso la mostra internazionale su Modigliani, organizzata nel capoluogo ligure, a Palazzo Ducale. L'accusa: truffa aggravata, messa in circolazione di false opere d’arte e riciclaggio. Una recente perizia ha rivelato che le opere attribuite a Modigliani, esposte dal marzo 2017 a Genova, erano dei falsi clamorosi! L'intervento delle autorità giudiziarie è scattato grazie alla denuncia di Carlo Pepi, l'esperto che, nel 1984, smascherò la ormai famosa bufala delle teste attribuite a Modigliani e ritrovate nei canali di Livorno




(foto da internet)


A Genova, stando alla perizia, l'unico originale della mostra sarebbe solo uno dei disegni esposti!
Palazzo Ducale si è subito dichiarato parte fortemente lesa nella vicenda e gli indagati sono il curatore della mostra, Rudy Chiappini, il presidente di MondoMostre Skira, Massimo Vitta Zelman e il collezionista e mercante d’arte Joseph Guttmann, proprietario di alcune delle opere ritenute false.
Lo scaricabarile era inevitabile e il curatore della mostra, dopo la clamorosa figuraccia, ha dichiarato che l’attribuzione delle opere a Modigliani non è riconducibile al suo operato...
La perizia parla, invece, di opere grossolanamente falsificate, sia nel tratto che nel pigmento e con le cornici provenienti da paesi dell’est europeo e dagli Stati Uniti, per nulla ricollegabili a Modigliani.





(foto da internet)


L’esperto che ha denunciato il misfatto di Genova, Carlo Pepi, sostiene che, sin dagli anni ’80, era convinto della falsità dei quadri esposti a Genova. Il Pepi, uno dei massimi esperti di Modigliani, non è nuovo a queste imprese. Iniziò molto giovane a lavorare come libero professionista nel mondo dell'arte e, nel 1984, intervenne denunciando la falsità delle sculture pescate nei fossi di LivornoViterbo, invece, all’inaugurazione della mostra di disegni giovanili attribuiti a Modigliani, sostenne, con ragione, che quei disegni non erano proprio del maestro livornese. Pepi fu anche il fondatore dell’Istituzione Casa Natale Modigliani e vi creò un centro studi con libri e documenti inerenti alla figura dell’artista con importanti mostre.  
Ma torniamo alla cosiddetta beffa di Livorno che ebbe grande risonanza mondiale: nell'estate del 1984 tre sculture furono ritrovate in un canale di Livorno, la città natale di Modigliani, e gli esperti e i critici d’arte, dai famosissimi Giulio Carlo Argan a Cesare Brandi, furono tutti unanimi nell'attribuire le sculture all'insigne pittore. La città toscana, infatti, proprio in quel periodo, commemorava l’attività di scultore dell'artista, in occasione del centenario della nascita. Al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Maria erano in bella mostra 4 delle 26 teste di Modigliani e la direttrice del museo e curatrice della mostra, Vera Durbé, con la collaborazione del fratello Dario, sovrintendente alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, decise di accreditare una vecchia leggenda che girava da tempo nella città toscana: Modigliani avrebbe gettato nei fossi livornesi quattro sculture perché da lui stesso ritenute insoddisfacenti. Iniziò quindi una folle corsa alla dragatura dei canali, un’operazione che ebbe grande risonanza nei media.






(foto da internet)


Tre studenti universitari livornesi Michele Ghelarducci, Pietro Luridiana e Pierfrancesco Ferrucci decisero di scolpire una testa -con un trapano!- con tratti duri e lunghi, tipici alla Modì, e di gettarla nei fossi. 
La scavatrice, finanziata dal comune di Livorno, lavorò per una settimana senza ottenere nessun risultato; poi il miracolo: l’ottavo giorno, sotto i riflettori delle troupe televisive, le ruspe trovarono la testa nel canale.
Per più di un mese l’altezzoso mondo dell’arte -eccezion fatta del Pepi- gridò al capolavoro ritrovato. Poi i falsari decisero di confessare tutto in un’intervista a Panorama e il settimanale pubblicò alcune foto scattate dei tre studenti in un giardino nel momento stesso in cui realizzarono l’opera.
I tre buontemponi vennero anche invitati in televisione, in prima serata, per eseguire in diretta un’altra scultura alla Modì! 






(foto da internet)


Per dovere di cronaca, ricordiamo che alcuni giorni dopo il primo ritrovamento, altre due teste false furono ritrovate nei fossi. Si scoprì, in seguito, che erano opere di un altro livornese, Angelo Froglia, scultore e pittore, che volle evidenziare come, attraverso un processo di persuasione collettiva, mediante la tv, i giornali e le chiacchiere, le convinzioni della gente fossero facilmente condizionabili. 
Insomma, i grossissimi granchi non si prendono una volta e via...













venerdì 12 gennaio 2018

Il castagnaccio



(foto da internet)

Le castagne sono il frutto simbolo dell’autunno, un alimento gustoso che in cucina si presta a diverse ricette. Si possono utilizzare per la preparazione di dolci e confetture, per primi e secondi piatti, o si possono gustare arrostite sulla brace o bollite. Il termine castagna deriva dal latino castanea, e questo a sua volta dal greco kàstanon.

Già nel 1563, Pietro Mattioli, nel Volgarizzamento di Dioscoride (1563), scrive: "Sono le castagne frutto notissimo a tutta Italia (...) Mangiate abondantemente ne i cibi, fanno dolere la testa; generano ventosità, stitticano il corpo e sono dure da digerire".
In italiano, fra le espressioni di uso figurato che hanno a che fare con le castagne, ricordiamo: cavare le castagne dal fuoco (per qualcuno) e prendere in castagna (qualcuno). La prima espressione ricalca il francese tirer les marrons du feu, una frase tratta da una favola (Le singe et le chat) di La Fontaine ed ha valore di darsi pena o esporsi a un rischio per solo profitto d’altri, la seconda, invece, significa cogliere in fallo, in errore (qualcuno).


(foto da internet)


Dopo la raccolta autunnale delle castagne, vorremmo parlarvi del castagnaccio (localmente conosciuto anche come castignà, migliaccio, baldino, ghirighio o patona), una torta di farina di castagne tipica delle zone appenniniche del Centro Italia, del Piemonte e della Liguria. In Calabria, specialmente nella Sila, prende il nome di pani i castagna.
Si ottiene facendo cuocere nel forno un impasto di farina di castagne, acqua, olio extravergine d'oliva, pinoli e uvetta. Varianti locali prevedono l'aggiunta di altri ingredienti, come rosmarino, scorze d'arancia, o frutta secca. 
Il castagnaccio è un piatto povero, ed era molto diffuso un tempo nelle zone appenniniche dove le castagne erano alla base dell'alimentazione delle popolazioni contadine. Dopo un periodo di oblio, è stato riscoperto ed oggi è protagonista nel periodo autunnale di numerose sagre e feste.


(foto da internet)

Ecco a voi la ricetta (vedi>>):
400 gr di farina di castagne setacciata 
2-3 cucchiai di zucchero 
1/2 litro di acqua
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
un po' di sale
Potete aggiungere al compost una manciata di uvetta ammorbidita in acqua, dei pinoli, delle noci e un po' di rosmarino.
Preparazione: versate il tutto all’interno di una teglia unta e decorate la superficie con altri pinoli, noci e uvetta. Infornate a 180° per circa 35-40 minuti.
Il castagnaccio va servito tiepido e tagliato a rombi. Si abbina assai bene con miele, vino novello, vini dolci come il vin santo, affettati, formaggi e con la ricotta fresca.
Buon appetito!




mercoledì 10 gennaio 2018

Sacchetti bio per alimenti a pagamento

Dal primo gennaio sono obbligatori: i bioshopper dividono gli italiani
(foto da www.repubblica.it)

"Gentile cliente, ti comunichiamo che è in vigore la legge che impone che vengano utilizzati sacchetti compostabili e biodegradabili idonei al contatto alimentare in sostituzione dei sacchetti di plastica". Questa la scritta con cui molti supermercati italiani accolgono i loro clienti dopo la riapertura dei loro punti vendita. 

Dal 1°gennaio è infatti scattato l'obbligo, per il cosiddetto "Decreto mezzogiorno", di utilizzare  ''bioshopper'' come imballaggio primario per i prodotti di gastronomia, macelleria, pescheria, frutta verdura e panetteria. Via dunque le buste ultraleggere in plastica (con spessore inferiore ai 15 micron) che utilizzavamo solitamente per pesare gli alimenti le quali saranno sostituite da quelle biodegradabili e compostabili, nel rispetto dello standard internazionale.





Una scelta, decisa nella lotta all'inquinamento ambientale e al problema delle microplastiche nei mari, che peserà però sulle tasche degli italiani: ogni esercente venderà infatti le singole buste a un prezzo compreso fra gli 1 e i 5 centesimi. Come stabilito per legge, inoltre, per questioni igieniche non si potrà portare il proprio sacchetto da casa e dunque, di fatto, sarà obbligatorio spendere qualche centesimo nel caso si voglia acquistare frutta, verdura o altri prodotti.  In caso di inadempienze per i venditori - l’obbligo si estende dalla grande distribuzione ai piccoli negozi - sono previste multe salate che vanno da 2.500 a un massimo di 25mila euro. 



La novità ha già diviso gli italiani fra coloro che sono favorevoli all'iniziativa e chi invece punta il dito contro la "tassa occulta" che si dovrà pagare. 
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(foto da internet)

La legge, che vieta soluzioni diverse da quelle biodegradabili e compostabili con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%, è stata accolta con entusiasmo dalle associazioni ambientaliste mentre da quelle dei consumatori arrivano forti critiche. 
Per Legambiente non è corretto parlare di caro-spesa: perché  "l’innovazione ha un prezzo ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purché sia garantito un costo equo che si dovrebbe aggirare intorno ai 2/3 centesimi a busta". Il Il Codacons parla invece di stangata sulle famiglie. "Significa che ogni volta che si va a fare la spesa al supermercato occorrerà pagare dai 2 ai 10 centesimi di euro per ogni sacchetto, e sarà obbligatorio utilizzare un sacchetto per ogni genere alimentare, non potendo mischiare prodotti che vanno pesati e che hanno prezzi differenti. Tutto ciò comporterà un evidente aggravio di spesa a carico dei consumatori, con una stangata su base annua che varia dai 20 ai 50 euro a famiglia a seconda della frequenza degli acquisti nel corso dell'anno" dice il presidente Carlo Rienzi definendola una "tassa occulta". 

Risultati immagini per repubblica dal 1º gennaio sacchetti frutta a pagamento
(foto da internet)

Fra gli aspetti da considerare nella "rivoluzione dei sacchetti" c'è quello del riutilizzo delle buste biodegradabili per la raccolta dell'umido. In alcuni Comuni dove è in vigore la differenziata le famiglie acquistano i sacchetti biodegradabili in confezione con costi che oscillano fra i 10 e i 15 centesimi e dunque, se si riutilizzassero quelli dei supermercati comprati a 1-2 centesimi, ci sarebbe un risparmio. Ambientalisti e attenti osservatori ricordano però che sulle nuove buste con cui trasporteremo ad esempio verdura o pane ci sarà incollato l'etichetta con il prezzo termico che non è compostabile e dunque andrà accuratamente tolta. Catene come Lidl pesano i prodotti direttamente in cassa aggirando il problema dell'etichetta con prezzo e battendo direttamente sullo scontrino. 

lunedì 8 gennaio 2018

Le scale di Napoli





(foto da internet)

Cari chiodini vicini e lontani, vi facciamo i nostri migliori auguri di buon anno! 
Iniziamo il 2018 con un post dedicato alle scale che percorrono Napoli dal mare alla collina. Sono più di 200 e, seppur con gravi carenze -mancano, infatti, un'efficiente segnaletica stradale e turistica, e una mappa turistica completa per orientarsi-, rappresentano un alto valore patrimoniale della città partenopea.  Secondo un censimento recente vi sono, in totale, 135 scale e 69 gradonate, anche se molte di esse si trovano in uno stato di completo abbandono e degrado. Questi percorsi urbani furono cantati da Eduardo Bennato ne La città obliqua: "Diagonali e passaggi segreti, un cammino che esiste da sempre, il tesoro della città antica".




(foto da internet)


Delle associazioni culturali locali hanno costituito un comitato a difesa di questo importante patrimonio:  il Coordinamento Recupero Scale di Napoli, e hanno lanciato il Manifesto per il recupero delle scale che segnala la criticità dei percorsi ed esige misure di tutela e di valorizzazione di un bene sottovalutato.
Questi sistemi urbanistici, che uniscono varie zone di Napoli, sono legati alle espansioni fuori le mura, avvenute in città tra il XIV e il XVI secolo. 
Per semplificare un po' le cose, vi proponiamo quattro itinerari: iniziamo dalla Pedamentina, probabilmente il percorso più famoso, una scala che, con i suoi 414 scalini, collega la splendida Certosa di San Martino al centro storico della città (Spaccanapoli) attraverso un itinerario suggestivo e pittoresco. La realizzazione di questa strada ebbe inizio nel XIV secolo.  La Pedamentina è interessante anche dal punto di vista paesaggistico, in quanto costeggia gli orti e i giardini della Certosa ed offre pregevoli vedute sul Golfo di Napoli. 






(foto da internet)

Il secondo itinerario, detto del Petraio scorre quasi perpendicolare alla Pedamentina dall’altra parte del Vomero. Le sue scale tortuose vanno da via Annibale Caccavello fino al Corso Vittorio Emanuele. Il percorso  si snoda tra la Vigna di San Martino (un appezzamento agricolo di sette ettari un tempo proprietà dei monaci e oggi monumento nazionale), gli eleganti palazzi liberty di via Filippo Palizzi e i tipici bassi partenopei. 
Il terzo itinerario è la cosiddetta Calata San Francesco una via gradinata del Vomero che inizia da via Belvedere e termina in via Torquato Tasso, per poi continuare fino al Corso Vittorio Emanuele col nome di Salita Tasso. Anticamente concludeva il suo percorso molto più in basso: raggiungendo la zona costiera.
Il quarto percorso è La salita Cacciottoliil cui nome deriva da una villa sorta nel luogo, ad opera della famiglia Cacciottoli (XVII secolo). Il percorso ebbe un ruolo urbanistico molto simile a quello delle Scale della Pedamentina, ovvero quello di collegare la Certosa di San Martino al centro storico della città. La strada è caratterizzata da gradinate molto ripide ed è quella che necessita urgentemente un intervento di bonifica per salvarla dall'attuale stato di degrado. 





(foto da internet)

Altri interventi di rilievo, che cercarono di collegare le colline limitrofe al centro storico, risalgono al XVI secolo; in questo periodo, infatti, il viceré Don Pedro Álvarez de Toledo, oltre a creare una vasta zona per le guarnigioni spagnole decise di espandere la città verso la collina del Vomero
Per collegare la città bassa e la nascente città alta vennero attuati ad esempio i Gradoni di Chiaia e le Rampe Brancaccio.
I Gradoni di Chiaia costituiscono attualmente una salita che porta da via Chiaia ai Quartieri Spagnoli e infine al Corso Vittorio Emanuele. Si tratta di un percorso pedonale molto caratteristico, capace di offrire la più pittoresca fotografia della vita quotidiana nei popolosi Quartieri Spagnoli.
Le Rampe Brancaccio, invece, ebbero il compito di collegare le Mortelle con la zona di Chiaia






(foto da internet)

Dalle Rampe Brancaccio si possono ammirare meravigliosi scorci su Napoli, Posillipo e Mergellina; esse si congiungono, al di là di Corso Vittorio Emanuele, alle scale del Petraio.
Per gli amanti del cinema (e degli esterni), ricordiamo che sullo scalone di Montesanto, che parte da Corso Vittorio Emanuele per giungere fino a Piazzetta Olivella, nei pressi della vecchia stazione della metropolitana di MontesantoVittorio De Sica girò alcune scene del film Giudizio Universalee sui gradini di via Giuseppe Piazzi (non lontano dall'Orto Botanico), il regista italiano girò alcuni esterni di Ieri, oggi e domani con Sofia Loren e Marcello Mastroianni.
Buon viaggio!