venerdì 5 maggio 2017

A piedi fra il bello




(foto da internet)


In un Paese come il nostro in cui il viaggiatore/turista è costantemente circondato dalla bellezza, sono sorte, in questi ultimi anni, delle interessanti iniziative volte a diffondere il camminare come motore della cosiddetta economia della bellezza.
Ai percorsi più noti: Via Francigena, Cammino  di San Benedetto e Via di San Francesco, si è recentemente affiancato un nuovo progetto: A piedi con Benedetto, un itinerario che congiunge Roma a Subiaco
Il percorso parte dal centro della capitale, da Trastevere, attraversa la periferia seguendo gli acquedotti romani, raggiunge Palestrina, Poli, Guadagnolo, il Santuario della Mentorella, Bellegra, Olevano, Affile e termina a Subiacodove si ricongiunge con il Cammino di San Benedetto che unisce Norcia a Montecassino.



(foto da internet)

L'iniziativa, promossa dalla Regione Lazio, si prefigge come scopo fare del Lazio -oltre al fulcro della capitale- una meta interessante per i viaggiatori d’Europa, (ri)costruendo una parte importante dell’economia locale, basandosi sui principi dell'economia della bellezza, incentrata sui piccoli borghi, sulle aree naturali, sul turismo sostenibile, sull'enogastronomia e sulla cultura locale. 
In una società come la nostra, dominata dalla velocità e dai ritmi serrati, si sta affermando, infatti, la tendenza di un tipo di turismo slow: l’andare a piedi, camminare nel paesaggio e nella natura, per salute o per turismo, per incontrare nuove persone o per ritrovare se stessi. 




(foto da internet)

Le ragioni per mettersi in cammino sono molte ma camminare è una vera e propria rivoluzione a quattro chilometri all’ora che consente di guardare il mondo con il tempo necessario e di percepire lo spirito dei luoghi attraversati e l’animo delle persone incontrate. Muoversi a piedi può contribuire alla costruzione di un’economia alternativa più vicina alle persone; un piccolo passo verso un mondo più giusto. 



(foto da internet)


Il percorso A piedi con Benedetto, è adatto a persone con questo spirito. L'iniziativa recupera alcuni sentieri escursionistici che si estendono per diversi chilometri all’interno della  area orientale della Provincia di Roma e dell’Agro Romano Antico.  
Il cammino permetterà anche di scoprire due piccole gioie della capitale: la chiesa di San Cosimato, da dove esso comincia e la chiesa di S. Benedetto in Piscinula, nel cuore di Trastevere.
La via non presenta particolari difficoltà, ed è adatta a tutti. Si snoda su sentieri facilmente percorribili e può essere realizzata in un'unica volta, in 9 giorni di marcia o in 4 fine settimana, oppure, per chi non dispone di molto tempo, in escursioni a tappe di una sola giornata.
Buon viaggio (lento)!




mercoledì 3 maggio 2017

I Kiva-Robot di Amazon sbarcano in Italia

Risultati immagini per centro amazon rieti 
(foto da internet)

I millesettecento dipendenti Amazon del fulfillment center di Luton, a nord di Londra, non ci fanno più caso allo spettacolo del movimento sincronizzato di tonnellate di merce. Prima (e ancora oggi nei magazzini tradizionali) quel lavoro lo facevano loro, con le braccia e le gambe. Camminavano nelle corsie per andare a sistemare gli oggetti negli scaffali e camminavano per andare a riprenderli, per poi spedirli a chi, in qualche parte del mondo, li aveva acquistati online. Ora non più. Ora gli uomini e le donne stanno fermi, sono gli scaffali a muoversi.
In Europa il colosso mondiale dell'e-commerce fondato da Jeff Bezos ha attualmente 31 magazzini e questo è uno dei cinque robotizzati. In autunno, però, ne costruiranno altri tre: uno in Germania, uno in Polonia e uno in Italia, a Passo Corese, in provincia di Rieti. Sarà il primo centro di distribuzione automatizzato in Italia (costo: 150 milioni di euro) e la grande domanda, che mette in apprensione i sindacati, è sempre la stessa dai tempi della rivoluzione industriale: le macchine ruberanno il lavoro alle persone?

 Risultati immagini per amazon kiva robot 
(foto da internet)


L'idea partorita dagli ingegneri di Amazon è davvero geniale. Lo spazio centrale del magazzino, grande come un paio di campi da calcio, è terra esclusiva dei "Kiva robot": assomigliano agli aspirapolvere automatici per i pavimenti di casa, si muovono su ruote, sono alimentati a batterie, pesano 140 kg e ne sollevano 340. Sono guidati da un software prodotto da Amazon Robotics. Lungo il recinto metallico si affacciano le postazioni dei magazzinieri in carne ed ossa, il cui compito consiste nel prendere o mettere oggetti negli scaffali mobili. Insomma è un caos organizzato. Ogni scaffale, per dire, contiene le cose più disparate, da giocattoli a strumenti musicali, libri, attrezzi di ferramenta e quant'altro. Ci sono più di un migliaio di robottini in funzione nel centro di Luton, attivi 20 ore su 24 mentre nelle restanti quattro ore rimangono in manutenzione. Per dirla con le parole di Stefano Perego, il direttore delle operazioni Amazon nel Regno Unito: "Non dobbiamo più perdere tempo a cercare lo spazio, né a cercare il prodotto".
Il valzer degli scaffali è una danza ipnotica. Scartano di lato, girano su se stessi, si muovono in avanti, ruotano di 90 gradi, tornano indietro. Si sfiorano, rispettano precedenze invisibili, si muovono su ipotetiche vie ortogonali. A destra e a sinistra, avanti e indietro. Non hanno una collocazione, vagano. La destrutturalizzazione del concetto di magazzino. Sono i robot a guidare in questo ballo immaginario, gli scaffali si lasciano condurre. Il futuro è questo, il futuro è adesso. Ma com'è il futuro?





Risultati immagini per amazon kiva robot
(foto da internet)



Questione di spazi, dunque. Di tempi e di scaffali. Questo sistema si può applicare al 40% della merce, ma non agli indumenti e agli oggetti molto voluminosi. Secondo Perego un magazzino robotizzato "gira" il 15% più velocemente rispetto a uno tradizionale. Facciamo però un brutale confronto di numeri. Il vecchio centro logistico Amazon di Castel San Giovanni a Piacenza è grande 100 mila mq e dà lavoro a 1.500 dipendenti. Quello in costruzione a Passo Corese ha la stessa estensione, ma essendo robotizzato non assumerà più di 1.200 persone nei primi tre anni. A spanne, quindi, le macchine si portano via un quinto dell'occupazione. "C'è uno scarto, è vero - ammette Perego - ma non state considerando la maggior domanda di lavoro per i corrieri e per i tecnici della manutenzione. Qui in Gran Bretagna Amazon ha 24 mila dipendenti stabili, in Italia arriveremo a 3.800".

Gintare, una ragazza lituana di 25 anni che sta inscatolando cacciaviti, dice che "coi robot tutto è diventato più facile e meno faticoso". Inutile allora andare in cerca di opinioni contrarie. E bisogna anche ammettere che il centro di Luton pare essere un luogo tutto sommato confortevole: aria condizionata, mensa, spogliatoio, un biliardino, i cartelli che ricordano alle donne di tenere legati i capelli. I magazzinieri inglesi di Amazon lavorano quattro giorni a settimana per dieci ore al giorno. In Italia 5 giorni alla settimana per 8 ore al giorno, con una paga lorda di 1.450 euro al mese come stabilito dal contratto del commercio. Un robot danzante lavora 20 ore su 24, sette giorni su sette e  non prende niente.

lunedì 1 maggio 2017

Nel nome di Marcello I


(foto da internet)

Seborga (A Seborca in ligure) è un comune italiano di circa 300 abitanti in provincia di Imperia, in Liguria.
In questi giorni è saltato alla ribalta per una curiosa votazione: quella mediante la quale è stato riconfermato Principe di Segorba, con  ben 129 voti su 198 aventi diritto, Marcello Menegatto, alias Marcello I, industriale del nylon italo-svizzero, che ha battuto il giornalista italo-inglese Mark Dezzani!
Il piccolo comune ligure si autoproclamò indipendente nel 1963, quando il giornalista e scrittore Giorgio Carbone, pardon Giorgio I, fondatore del principato, sostenne che nel 1079 Seborga diventò un Principato del Sacro Romano Impero e che, dopo alcune vicissitudini, fu venduto a Vittorio Amedeo II, Re di Sardegna. Una transazione che però non fu mai registrata né pagata. Stando così le cose, Seborga non sarebbe mai appartenuta né al Regno d’Italia né a quello di Sardegna! 


(foto da internet)

Seborga ha richiesto alle Nazioni Unite l’indipendenza dall’Italia e, secondo Giorgio I, la corte dell’Aia avrebbe dato ragione al borgo: Seborga, quindi, non è italiana perché non esiste alcun documento di annessione...
Il Principato ha anche stampato una collezione di francobolli, ha battuto moneta (i Luigini, con tanto di effige di Giorgio I), ha prodotto adesivi, bandiere, libri, e altri souvenir. Nel 2009 Giorgio I è morto, all'età di 73 anni. Nell’aprile del 2010, si tenne l’elezione dell’attuale principe, l’industriale e imprenditore Marcello Menegatto, che ha scelto di chiamarsi Marcello I, il quale mantiene un buon rapporto con il sindaco di Seborga, Enrico Ilariuzzi



(foto da internet)

Marcello I, dopo la rielezione avvenuta in questi giorni, ha manifestato di voler costruire un Grand Hotel nel borgo, con settanta stanze e un campo golf e di stringere rapporti con altri Stati esteri. 
Con l’elezione di Marcello I, entreranno in carica anche i nove Consiglieri della Corona, quattro di fiducia del Principe e cinque di nomina popolare, privi di potere legale.






venerdì 28 aprile 2017

Il quartiere Coppedè




(foto da internet)

Se ormai conoscete Roma come le vostre tasche, forse è giunto il momento di scoprire un luogo emblematico della capitale: il quartiere Coppedèun originale complesso di edifici situato nel quartiere Trieste, tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento.
Deve il suo nome all'architetto e scultore fiorentino Gino Coppedè, ed è composto da diciotto palazzi e ventisette edifici disposti attorno al nucleo centrale di piazza Mincio, vero e proprio fulcro del quartiere.
L'idea di costruire una zona abitativa in questa parte di Roma risale al 1915, quando la Società Anonima Edilizia Moderna volle sfruttare le zone esistenti tra il quartiere Parioli e i nuovi quartieri Salario e Trieste. Il progetto fu affidato a Gino Coppedè, il quale cominciò i lavori nel 1916. Il quartiere rimase incompiuto alla morte dell'architetto, avvenuta nel 1927, e fu poi completato da Paolo Emilio André


(foto da internet)



Il quartiere è senz'altro una delle opere architettoniche sperimentali più singolari dei primi del ’900,  incrocio fra una realtà alternativa inattesa che si affianca al liberty, al neomanierismo, al moresco, al neogotico, al neobarocco e all'art-décoI motivi utilizzati vanno dalla mitologia greca allo stile medievale e fiabesco e alle influenze assiro-babilonesi. 
Su un fregio della Palazzina del Ragno è inciso il motto Artis praecepta recentis Maiorum exempla ostendo (rappresento i precetti dell’arte moderna attraverso gli esempi degli antichi), che può anticipare al visitatore l'insieme originale che preleva stili da contesti assai diversi. Simbolo del quartiere sono gli edifici posti intorno a Piazza Mincio, i Villini delle Fate, la Palazzina del Ragno e i Palazzi degli Ambasciatori.




(foto da internet)

Vi consigliamo di passeggiare con calma per le strade del quartiere, con il naso all'insù, iniziando la visita dall'arco di Via Doria per accedere a Piazza Mincio, nella quale potrete ammirare la Fontana delle Rane e i curiosi palazzi sopraccitati che rivelano sempre delle piacevoli e divertenti sorprese.
Per la sua particolare architettura il quartiere Coppedè venne scelto dal regista Dario Argento come sfondo per alcune scene dei suoi film Inferno e L'uccello dalle piume di cristallo, dal regista Richard Donner per alcune sequenze del film Il presagio, e da Carlo Vanzina per il film Il cielo in una stanza.



--> --> -->

mercoledì 26 aprile 2017

Il 25 aprile a tavola

Risultati immagini per pastasciutta partigiani 
(foto da internet)

 


Rape, pane nero. Cipolle. Il riso e, qualche volta, la pasta. Soprattutto polente, minestre, zuppe e, in montagna, quanto il bosco poteva offrire con una certa generosità. Come le castagne e i frutti selvatici.
Il mangiar partigiano, alla vigilia della Liberazione, è stato soprattutto cucina di sostentamento, in parte di contrabbando con le borgate che rifornivano i "ribelli" appoggio e sostegno (anche alimentare) al prezzo di un altissimo rischio: quello di venire fucilati dalle milizie nere. Il ricordo di quella lotta, oggi ha un piatto simbolo, in realtà molto lontano dal rancio dei giovani resistenti: è la pastasciutta antifascista, protagonista indiscussa di una miriade di eventi che, da un capo all’altro della penisola, festeggiano la rinascita democratica.

Risultati immagini per rape pane nero fascismo 
(foto da internet)
 
Tutto nacque per caso: non il 25 aprile 1945, bensì il 25 luglio di due anni prima, altra data simbolo, poiché segnò la caduta del fascismo dopo e la sfiducia del Gran Consiglio a Benito Mussolini: a Campegine, un piccolo borgo della provincia emiliana, oggi vicino all’autostrada del Sole, dove la famiglia Cervi, per festeggiare la fine della dittatura, insieme ad altre famiglie portò in piazza la pastasciutta nei bidoni del latte, offrendola a tutti i gli abitanti del paese. E quel piatto di maccheroni conditi con burro e formaggio fu davvero – per quel periodo di privazioni – un piatto della festa.
Risultati immagini per pastasciutta antifascista
(foto da internet)


Oggi in Italia c’è addirittura una rete nazionale dedicata alla pastasciutta antifascista. Il rapporto tra questo piatto nazionale e il regime, del resto, non è mai stato dei migliori: la pastasciutta, infatti, assume una particolare simbologia antifascista anche a seguito della sua messa al bando da parte del Manifesto della Cucina Futurista di Tommaso Marinetti, che la definisce “assurda religione gastronomica italiana”, da cui deriverebbero “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”. Tralasciando il particolare che lo stesso Marinetti ne andava ghiotto, alla povera pasta (e ai poveri commensali) non fu risparmiato nemmeno il tentativo di rinominare il nobile e antico ragù con l’orrenda locuzione di ragutto.

Risultati immagini per manifesto della cucina futurista 
(foto da internet)

Italianizzare il lessico della gastronomia divenne ben presto una priorità assoluta per gerarchi e funzionari del regime, già a partire dai tempi delle "inique sanzioni" decise dalla Società delle Nazioni ai tempi della guerra in Abissinia. Ecco dunque apparire nel menù di gala (anzi, lista delle vivande o, più militarmente, rancio) piatti come antipasto Vittoria, cannelloni alla combattenti e spinaci all’imperiale. E, a lungo andare, il tentativo di annientare le influenze culinarie della "perfida Albione" e dei suoi alleati (specie i malsopportati cugini francesi), sfociò ancor più nella tragicommedia: il consommè si ridusse in consumato, l’omelette in frittata avvolta, roumpsteack ed entrecote si trasposero nella più virile braciola.
E, ancora, gonfiato anziché soufflè, legumi minuti anziché julienne, infuso di vino e non più salmì. La brioche s’afflosciò in brioscia (da non confondersi con il croissant: cornetto), il toast diventò pantosto, Persino nelle buvette (pardon, mescite) le polibibite sostituirono, specie nell’accezione futurista, i cocktail. Anche le cene di rappresentanza non era più impreziosite dai troppo effimeri cotillons quanto, invece, dai più arditi cotiglioni. Insomma, i linguisti del Ventennio si fecero prendere la mano e, col tempo, non venne risparmiato nemmeno l’alleato germanico, che si vide ribattezzare come bombole i krapfen, mentre i wafer divennero semplicemente biscotti e i wurstel quali semplici salsicce.
 Risultati immagini per Almanacco della Cucina Sonzogno 
(foto da internet) 

Il rapporto tra Mussolini e la cucina, lo riassume lui stesso: “Ho fatto del mio organismo un motore sorvegliato e controllato che marcia con assoluta regolarità. Le mie regole dietetiche sono fisse, i miei pasti sono frugali”. Poca pasta, tanto riso e, naturalmente le zuppe: toccasana, in tempo di privazioni, tanto che nel 1943 l’Almanacco della Cucina, editore Sonzogno offre alle lettrici la ricetta di una “zuppa alla borghese” particolarmente ricca, stante la situazione contingente, “da farsi con mezzo chilo di piselli, un etto di lardo, 3 litri di brodo, una cipolla un po' arrostita, mezzo etto di burro, un bicchiere di latte, un etto di farina, due uova e, infine, la pasta corta da brodo”. Nel quotidiano si lavorava anche di fantasia: nasce in quel tempo "l'antipasto di guerra a base di carote, prezzemolo, senape, tuorlo di sode, ingredienti con cui formare salsiccini da ricoprire con filetti di acciuga e il rosso delle uova sode”, mentre la celebre Petronilla suggerisce un surrogato del burro “utilizzando grasso di vitello, montone o bue unito a latte, timo, cipolla, succo di carote, sale e costa di pane”. 
Cucina d’autarchia, e di fantasia, fino alla caduta del fascismo. E poi ritorno della pastasciutta.

lunedì 10 aprile 2017

Pasquetta e pan bagnat (a Lina Pinacoli, in memoriam)



(foto da internet)

Il giorno dopo Pasqua, detto Lunedì dell'Angelo o Pasquetta è dedicato, secondo tradizione, alla prima scampagnata in grande stile. Focaccia, pizzette, salumi, panini e torte salate accompagnano le uova sode da consumare su una bella tovaglia stesa sull'erba.
ll Lunedì dell'Angelo deve il suo nome al ricordo dell'incontro dell'angelo con le donne giunte al sepolcro di Gesù. Il Vangelo narra che Maria di Magdala, Maria, madre di Giacomo e Giuseppe, e Salomè si recarono al sepolcro dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamarne il corpo. Sul posto videro che il grande masso che chiudeva l'accesso alla tomba era stato spostato. Alle tre donne, smarrite e preoccupate, apparve un angelo che disse loro: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mc 16,1-7). 


(foto da internet)

La tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo (e quindi al lunedì), forse perché i Vangeli indicano "il giorno dopo la Pasqua", alludendo, però, alla Pasqua ebraica, che cadeva di sabato.
Il Lunedì di Pasqua venne introdotto dallo Stato italiano come festività civile nel dopoguerra ed è festivo in diversi Paesi. 
Per la Pasquetta, vi proponiamo una specialità nizzarda, ma assai nota anche in alcune regioni italiane (Piemonte e Liguria, specialmente): il pan bagnat o pan bagnà.
A Nizza si può ancora acquistare presso i tanti chioschi sparsi in città. È costituito da una pagnotta farcita di tonno, uovo sodo, alici, pomodori, peperoni e olive. Nella ricetta originale del pan bagnat si usa un pane caratteristico della zona, rotondo e croccante, che può essere sostituito da una pagnotta, un filoncino o una ciabatta.



(foto da internet)

Ricetta del pan bagnat (ingredienti per 4 filoncini):
4 filoncini 
120 g di pomodori pachino
180 g di tonno sott’olio
60 g di peperone rosso
30 g di cipolla rossa
2/3 alici sott’olio
3 uova
1 cucchiaio di capperi
8/10 olive nere
6 cucchiai di olio extra vergine di oliva
2 cucchiai di aceto di vino bianco
1 spicchio d’aglio
qualche foglia di basilico
sale q.b.
Preparazione: lessate le uova. Lavate i pomodori e tagliateli a spicchi. Lavate il peperone e la cipolla, e tagliateli a strisce sottili. Sgocciolate le alici e tagliatele a pezzettini. Dissalate i capperi e tritateli. Snocciolate le olive e tritatele.
Mettete tutti gli ingredienti in una ciotola capiente, aggiungetevi il basilico, un pizzico di sale, l’olio, l’aceto e mescolate bene. Prendete i filoncini e apriteli a metà, svuotandoli della mollica. Sfregate le due metà con uno spicchio d’aglio sbucciato, quindi bagnateli bene con l’olio e l’aceto usato per condire i pomodori.




(foto da internet)

Sgocciolate il tonno e mettetelo nella ciotola, mescolate bene e suddividete il tutto nei quattro filoncini. Sgusciate l’uovo sodo e tagliatelo a fettine sottili che disporrete sopra al composto.
Coprite con l’altra metà del filoncino, schiacciate leggermente e avvolgete i filoncini nella carta stagnola; fateli riposare in frigorifero per circa un'ora prima di gustarli, in modo che il pane si impregni bene del condimento.
Buon appetito e buona scampagnata!

p.s. Il nostro blog chiuderà per Pasqua. Torneremo on line il 26 aprile.







venerdì 7 aprile 2017

La biblioteca del suono



(foto da internet)


Com'è noto, il film Il postino, tratto dal romanzo Ardiente paciencia (1986) del cileno Antonio Skármeta, tratta il periodo dall'esilio italiano di Pablo Neruda. La storia narrata, adatta il romanzo di Skármeta, con alcune modifiche nella trama. La pellicola è ambientata nel 1952 e si svolge interamente in una piccola isola del sud Italia, abitata da pescatori analfabeti intenti nel loro mestiere. 
Lo scrittore cileno mette in risalto la figura di Mario Ruoppolo -il postino di Neruda-, che con quest'ultimo riesce ad instaurare un forte legame di amicizia. 
L'indimenticabile Massimo Troisi, il quale, gravemente malato, morì alla fine delle riprese, interpretò il ruolo di Mario Ruoppolo.  Mario viene assunto, in qualità di postino, con l'unico compito di consegnare la posta a Neruda (Philippe Noiret), giunto da poco sull'isola.




(foto da internet)

Mario imparerà dal grande poeta a discorrere di poesia, di metafore, con la semplicità propria di un uomo della sua condizione sociale. Grazie all'aiuto di Neruda, riuscirà a conquistare Beatrice, la nipote della proprietaria dell'osteria del posto, e a sposarsi con lei. 
Dopo la revoca del mandato di arresto che il governo cileno aveva spiccato contro Neruda, il poeta abbandona l'isola. Un giorno Mario riceve una lettera in cui qualcuno, per conto del poeta, gli chiede di spedirgli degli oggetti personali rimasti nella sua casa sull'isola. Esegue l'incarico, ma ne approfitta per registrare tutti i suoni caratteristici dell'isola con l'aiuto di Giorgio Serafini, il responsabile dell'ufficio postale (vedi).





(foto da internet)

Cinque anni dopo, quando Neruda e sua moglie tornano nell'isola, troveranno Pablito, il figlio di Mario e di Beatrice. Mario non c'è più: è stato ucciso dalla polizia, poco prima che suo figlio nascesse, durante una manifestazione comunista. 
Neruda ascolta la registrazione effettuata dall'amico e ne rimane profondamente colpito. Mario e la natura dell'isola (le onde del mare, il vento, le reti dei pescatori, le campane della chiesa, il cielo stellato, il battito del cuore del figlio...) lasceranno nell'animo del poeta un ricordo indelebile.
Ebbene, alcuni anni dopo l'uscita del film, nasce il progetto Identità sonore, curato da Ted Consoli, tecnico del suono, e Anna Calamita, paesaggista.





(foto da internet)

I due ragazzi hanno registrato i suoni delle aziende del biellese, quelli dei boschi e delle vie della città, e ne hanno catturato i movimenti e i silenzi. Le loro registrazioni raccontano il lavoro degli artigiani, i giocatori di una partita di calcetto, i venditori ambulanti e i clienti del mercato, ecc. 
Il progetto, nato nel settembre del 2016, ha dato origine a una libreria sonora, mediante una mappatura, che ha già prodotto più di 60 ore di registrazioni. Tutto il materiale raccolto è on line e si può vedere e ascoltare (vedi). 
Il progetto è stato battezzato come MappaBi e presenta cinque filoni tematici: 1. Terra per antichi mestieri; 2. Aria per sport e attività indoor e outdoor; 3. Fuoco per i luoghi del lavoro e della mobilità; 4. Acqua per paesaggio naturale e 5. Arte per gli esempi di riutilizzo creativo delle tracce audio.



mercoledì 5 aprile 2017

Il boom delle scuole serali

Risultati immagini per scuole serali
(foto da internet)

C’è chi vuole togliersi lo sfizio, perché quel benedetto “pezzo di carta” non è riuscito ad agguantarlo in gioventù. C’è chi, invece, del diploma ha bisogno adesso, per riqualificarsi in azienda. O chi approfitta di un momento di riposo forzato, causa disoccupazione o cassa integrazione, per raggiungere quell’attestato che magari gli consentirà di trovare nuovamente un’occupazione. E poi c’è l’esercito degli stranieri adulti, che devono dimostrare di conoscere la nostra lingua per ottenere la cittadinanza. 
Insomma, i motivi sono diversi ma il dato fornito dal Ministero dell’Università, Istruzione e Ricerca (Miur) è inequivocabile: nell’anno scolastico 2016-2017 si è registrato un incremento delle iscrizioni ai corsi per l’istruzione degli adulti pari al 25 per cento rispetto l’anno precedente.

Risultati immagini per scuole serali
(foto da internet)

Un vero e proprio “boom” per quelle che un tempo erano note come le scuole serali. Oggi in tutta Italia sono 126. Si tratta di istituzioni scolastiche autonome, con un proprio organico, in grado di offrire un’offerta formativa strutturata. Attenzione, però: le lezioni si svolgono direttamente in questi centri solo per quanto riguarda l’italiano per stranieri e i corsi per l’ottenimento della licenza elementare e della scuola media. Le lezioni serali, in genere dalle 17 alle 23, si tengono in scuole statali convenzionate con i CPIA (i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti)e riguardano gli istituti tecnici, i professionali e i licei artistici. Per legge gli altri tipi di liceo non possono essere frequentati in edizione serale (se non in rarissimi casi e con la presenza di determinate condizioni). 

Risultati immagini per scuole serali immigrati
(foto da internet)

Ma a cosa è dovuto questo “ritorno di fiamma” del diploma ottenuto frequentando in orari serali? Il referente della rete nazionale dei CPIA, la vede così: «Per lo più si tratta di persone che vogliono rimettersi in gioco, che hanno bisogno di riqualificarsi nell’ambito di un certo percorso professionale. O che hanno perso il lavoro. In ogni caso si tratta di studenti estremamente motivati». «Parliamo – prosegue il docente - di percorsi che evidentemente rispondono a un bisogno perché gli effetti della crisi economica e i cambiamenti nel mondo del lavoro, si fanno sentire. L’incremento può essere dovuto anche al fatto che dal punto di vista dell’offerta, i CPIA, dopo una prima fase di rodaggio, cominciano a funzionare in modo efficace. Anche se ritengo che il sistema andrebbe potenziato». Un sistema che oggi, complessivamente, può contare su finanziamenti pari a circa 80 milioni di euro.

Risultati immagini per scuole serali immigrati
(foto da internet)

Ma come funzionano in concreto questi corsi? La parola-chiave è soprattutto una: personalizzazione. «Ad ogni iscritto -spiega ancora il professore- viene richiesto una sorta di “bilancio delle competenze” acquisite durante la propria esperienza professionale e non, in modo da potergli riconoscere e accreditare alcuni “saperi”. I percorsi di istruzione sono realizzati per gruppi di livello organizzati in modo da consentire appunto la personalizzazione dell’itinerario». La durata del corso non è dunque uguale per tutti gli studenti e dipende dalle esperienze maturate in passato. Quanto alla prova finale, da lì non si scappa: verrà sostenuta di fronte alla stessa commissione che valuta i ragazzi delle scuole superiori. La notte prima degli esami, quella sì, è uguale per tutti. 

lunedì 3 aprile 2017

La Pizza di Pasqua


(foto da internet)


La Pizza di Pasqua è un prodotto da forno lievitato tipico di molte zone del centro Italia, a base di farina, uova, pecorino, parmigiano, che tradizionalmente viene servito a colazione la mattina di Pasqua, oppure come antipasto durante il pranzo pasquale, o nella classica scampagnata della Pasquetta
Si accompagna di uova sode benedette, salumi e vino rosso. In alcune zone viene chiamata Crescia di Pasqua, Torta di Pasqua o Torta al formaggio
Il nome crescia sembra faccia riferimento alla considerevole crescita dell'impasto dovuta al processo di lievitazione. La Pizza di Pasqua presenta la tipica forma a panettone e ha anche un'interessante variante dolce. La forma le viene conferita dallo stampo in cui si fa lievitare e poi cuocere in forno: originariamente in coccio, oggi in alluminio, a forma svasata.


(foto da internet)

La tradizione vuole che la Pizza di Pasqua sia nata nelle Marche, in un convento della provincia di Ancona, in epoca medievale, ad opera delle monache del monastero anconetano di Santa Maria Maddalena di Serra de' Conti.
Le prime testimonianze documentali della ricetta risalgono, però, al XIX secolo quando essa compare per la prima volta nel ricettario intitolato Memorie delle cresce di Pasqua fatte nel 1848, in cui vengono fornite le dosi per la preparazione delle pizze.


(foto da internet)

La Pizza di Pasqua si prepara con farina, uova, sale, pepe, latte, olio extravergine di oliva, lievito naturale e con dei formaggi, di solito pecorino  e parmigiano reggiano. In alcune versioni, ingredienti come l'olio e il pecorino sono sostituiti, con lo strutto o il burro e l'emmental. In Umbria e nelle Marche, è assai diffusa anche una variante dolce a base di 
di farina, uova, zucchero, cannella, la buccia di mezzo limone, un goccio di sambuca e un pizzico di vanillina.
La tradizione vuole che la Pizza di Pasqua venga preparata il Giovedì o il Venerdì Santo per poi essere consumata il giorno di Pasqua oppure il Lunedì dell'Angelo (Pasquetta).
Buon appetito!