venerdì 12 gennaio 2018

Il castagnaccio



(foto da internet)

Le castagne sono il frutto simbolo dell’autunno, un alimento gustoso che in cucina si presta a diverse ricette. Si possono utilizzare per la preparazione di dolci e confetture, per primi e secondi piatti, o si possono gustare arrostite sulla brace o bollite. Il termine castagna deriva dal latino castanea, e questo a sua volta dal greco kàstanon.

Già nel 1563, Pietro Mattioli, nel Volgarizzamento di Dioscoride (1563), scrive: "Sono le castagne frutto notissimo a tutta Italia (...) Mangiate abondantemente ne i cibi, fanno dolere la testa; generano ventosità, stitticano il corpo e sono dure da digerire".
In italiano, fra le espressioni di uso figurato che hanno a che fare con le castagne, ricordiamo: cavare le castagne dal fuoco (per qualcuno) e prendere in castagna (qualcuno). La prima espressione ricalca il francese tirer les marrons du feu, una frase tratta da una favola (Le singe et le chat) di La Fontaine ed ha valore di darsi pena o esporsi a un rischio per solo profitto d’altri, la seconda, invece, significa cogliere in fallo, in errore (qualcuno).


(foto da internet)


Dopo la raccolta autunnale delle castagne, vorremmo parlarvi del castagnaccio (localmente conosciuto anche come castignà, migliaccio, baldino, ghirighio o patona), una torta di farina di castagne tipica delle zone appenniniche del Centro Italia, del Piemonte e della Liguria. In Calabria, specialmente nella Sila, prende il nome di pani i castagna.
Si ottiene facendo cuocere nel forno un impasto di farina di castagne, acqua, olio extravergine d'oliva, pinoli e uvetta. Varianti locali prevedono l'aggiunta di altri ingredienti, come rosmarino, scorze d'arancia, o frutta secca. 
Il castagnaccio è un piatto povero, ed era molto diffuso un tempo nelle zone appenniniche dove le castagne erano alla base dell'alimentazione delle popolazioni contadine. Dopo un periodo di oblio, è stato riscoperto ed oggi è protagonista nel periodo autunnale di numerose sagre e feste.


(foto da internet)

Ecco a voi la ricetta (vedi>>):
400 gr di farina di castagne setacciata 
2-3 cucchiai di zucchero 
1/2 litro di acqua
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
un po' di sale
Potete aggiungere al compost una manciata di uvetta ammorbidita in acqua, dei pinoli, delle noci e un po' di rosmarino.
Preparazione: versate il tutto all’interno di una teglia unta e decorate la superficie con altri pinoli, noci e uvetta. Infornate a 180° per circa 35-40 minuti.
Il castagnaccio va servito tiepido e tagliato a rombi. Si abbina assai bene con miele, vino novello, vini dolci come il vin santo, affettati, formaggi e con la ricotta fresca.
Buon appetito!




mercoledì 10 gennaio 2018

Sacchetti bio per alimenti a pagamento

Dal primo gennaio sono obbligatori: i bioshopper dividono gli italiani
(foto da www.repubblica.it)

"Gentile cliente, ti comunichiamo che è in vigore la legge che impone che vengano utilizzati sacchetti compostabili e biodegradabili idonei al contatto alimentare in sostituzione dei sacchetti di plastica". Questa la scritta con cui molti supermercati italiani accolgono i loro clienti dopo la riapertura dei loro punti vendita. 

Dal 1°gennaio è infatti scattato l'obbligo, per il cosiddetto "Decreto mezzogiorno", di utilizzare  ''bioshopper'' come imballaggio primario per i prodotti di gastronomia, macelleria, pescheria, frutta verdura e panetteria. Via dunque le buste ultraleggere in plastica (con spessore inferiore ai 15 micron) che utilizzavamo solitamente per pesare gli alimenti le quali saranno sostituite da quelle biodegradabili e compostabili, nel rispetto dello standard internazionale.





Una scelta, decisa nella lotta all'inquinamento ambientale e al problema delle microplastiche nei mari, che peserà però sulle tasche degli italiani: ogni esercente venderà infatti le singole buste a un prezzo compreso fra gli 1 e i 5 centesimi. Come stabilito per legge, inoltre, per questioni igieniche non si potrà portare il proprio sacchetto da casa e dunque, di fatto, sarà obbligatorio spendere qualche centesimo nel caso si voglia acquistare frutta, verdura o altri prodotti.  In caso di inadempienze per i venditori - l’obbligo si estende dalla grande distribuzione ai piccoli negozi - sono previste multe salate che vanno da 2.500 a un massimo di 25mila euro. 



La novità ha già diviso gli italiani fra coloro che sono favorevoli all'iniziativa e chi invece punta il dito contro la "tassa occulta" che si dovrà pagare. 
Risultati immagini per sacchetti frutta a pagamento
(foto da internet)

La legge, che vieta soluzioni diverse da quelle biodegradabili e compostabili con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%, è stata accolta con entusiasmo dalle associazioni ambientaliste mentre da quelle dei consumatori arrivano forti critiche. 
Per Legambiente non è corretto parlare di caro-spesa: perché  "l’innovazione ha un prezzo ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purché sia garantito un costo equo che si dovrebbe aggirare intorno ai 2/3 centesimi a busta". Il Il Codacons parla invece di stangata sulle famiglie. "Significa che ogni volta che si va a fare la spesa al supermercato occorrerà pagare dai 2 ai 10 centesimi di euro per ogni sacchetto, e sarà obbligatorio utilizzare un sacchetto per ogni genere alimentare, non potendo mischiare prodotti che vanno pesati e che hanno prezzi differenti. Tutto ciò comporterà un evidente aggravio di spesa a carico dei consumatori, con una stangata su base annua che varia dai 20 ai 50 euro a famiglia a seconda della frequenza degli acquisti nel corso dell'anno" dice il presidente Carlo Rienzi definendola una "tassa occulta". 

Risultati immagini per repubblica dal 1º gennaio sacchetti frutta a pagamento
(foto da internet)

Fra gli aspetti da considerare nella "rivoluzione dei sacchetti" c'è quello del riutilizzo delle buste biodegradabili per la raccolta dell'umido. In alcuni Comuni dove è in vigore la differenziata le famiglie acquistano i sacchetti biodegradabili in confezione con costi che oscillano fra i 10 e i 15 centesimi e dunque, se si riutilizzassero quelli dei supermercati comprati a 1-2 centesimi, ci sarebbe un risparmio. Ambientalisti e attenti osservatori ricordano però che sulle nuove buste con cui trasporteremo ad esempio verdura o pane ci sarà incollato l'etichetta con il prezzo termico che non è compostabile e dunque andrà accuratamente tolta. Catene come Lidl pesano i prodotti direttamente in cassa aggirando il problema dell'etichetta con prezzo e battendo direttamente sullo scontrino. 

lunedì 8 gennaio 2018

Le scale di Napoli





(foto da internet)

Cari chiodini vicini e lontani, vi facciamo i nostri migliori auguri di buon anno! 
Iniziamo il 2018 con un post dedicato alle scale che percorrono Napoli dal mare alla collina. Sono più di 200 e, seppur con gravi carenze -mancano, infatti, un'efficiente segnaletica stradale e turistica, e una mappa turistica completa per orientarsi-, rappresentano un alto valore patrimoniale della città partenopea.  Secondo un censimento recente vi sono, in totale, 135 scale e 69 gradonate, anche se molte di esse si trovano in uno stato di completo abbandono e degrado. Questi percorsi urbani furono cantati da Eduardo Bennato ne La città obliqua: "Diagonali e passaggi segreti, un cammino che esiste da sempre, il tesoro della città antica".




(foto da internet)


Delle associazioni culturali locali hanno costituito un comitato a difesa di questo importante patrimonio:  il Coordinamento Recupero Scale di Napoli, e hanno lanciato il Manifesto per il recupero delle scale che segnala la criticità dei percorsi ed esige misure di tutela e di valorizzazione di un bene sottovalutato.
Questi sistemi urbanistici, che uniscono varie zone di Napoli, sono legati alle espansioni fuori le mura, avvenute in città tra il XIV e il XVI secolo. 
Per semplificare un po' le cose, vi proponiamo quattro itinerari: iniziamo dalla Pedamentina, probabilmente il percorso più famoso, una scala che, con i suoi 414 scalini, collega la splendida Certosa di San Martino al centro storico della città (Spaccanapoli) attraverso un itinerario suggestivo e pittoresco. La realizzazione di questa strada ebbe inizio nel XIV secolo.  La Pedamentina è interessante anche dal punto di vista paesaggistico, in quanto costeggia gli orti e i giardini della Certosa ed offre pregevoli vedute sul Golfo di Napoli. 






(foto da internet)

Il secondo itinerario, detto del Petraio scorre quasi perpendicolare alla Pedamentina dall’altra parte del Vomero. Le sue scale tortuose vanno da via Annibale Caccavello fino al Corso Vittorio Emanuele. Il percorso  si snoda tra la Vigna di San Martino (un appezzamento agricolo di sette ettari un tempo proprietà dei monaci e oggi monumento nazionale), gli eleganti palazzi liberty di via Filippo Palizzi e i tipici bassi partenopei. 
Il terzo itinerario è la cosiddetta Calata San Francesco una via gradinata del Vomero che inizia da via Belvedere e termina in via Torquato Tasso, per poi continuare fino al Corso Vittorio Emanuele col nome di Salita Tasso. Anticamente concludeva il suo percorso molto più in basso: raggiungendo la zona costiera.
Il quarto percorso è La salita Cacciottoliil cui nome deriva da una villa sorta nel luogo, ad opera della famiglia Cacciottoli (XVII secolo). Il percorso ebbe un ruolo urbanistico molto simile a quello delle Scale della Pedamentina, ovvero quello di collegare la Certosa di San Martino al centro storico della città. La strada è caratterizzata da gradinate molto ripide ed è quella che necessita urgentemente un intervento di bonifica per salvarla dall'attuale stato di degrado. 





(foto da internet)

Altri interventi di rilievo, che cercarono di collegare le colline limitrofe al centro storico, risalgono al XVI secolo; in questo periodo, infatti, il viceré Don Pedro Álvarez de Toledo, oltre a creare una vasta zona per le guarnigioni spagnole decise di espandere la città verso la collina del Vomero
Per collegare la città bassa e la nascente città alta vennero attuati ad esempio i Gradoni di Chiaia e le Rampe Brancaccio.
I Gradoni di Chiaia costituiscono attualmente una salita che porta da via Chiaia ai Quartieri Spagnoli e infine al Corso Vittorio Emanuele. Si tratta di un percorso pedonale molto caratteristico, capace di offrire la più pittoresca fotografia della vita quotidiana nei popolosi Quartieri Spagnoli.
Le Rampe Brancaccio, invece, ebbero il compito di collegare le Mortelle con la zona di Chiaia






(foto da internet)

Dalle Rampe Brancaccio si possono ammirare meravigliosi scorci su Napoli, Posillipo e Mergellina; esse si congiungono, al di là di Corso Vittorio Emanuele, alle scale del Petraio.
Per gli amanti del cinema (e degli esterni), ricordiamo che sullo scalone di Montesanto, che parte da Corso Vittorio Emanuele per giungere fino a Piazzetta Olivella, nei pressi della vecchia stazione della metropolitana di MontesantoVittorio De Sica girò alcune scene del film Giudizio Universalee sui gradini di via Giuseppe Piazzi (non lontano dall'Orto Botanico), il regista italiano girò alcuni esterni di Ieri, oggi e domani con Sofia Loren e Marcello Mastroianni.
Buon viaggio!



























venerdì 22 dicembre 2017

Lavoretti manuali (IX): il pupazzo di neve




(foto da internet)

Ci siamo quasi. Il Natale è alle porte. Abbiamo pensato di chiudere questa sezione dedicata ai lavoretti manuali con un semplice addobbo natalizio da fare in casa con i più piccini: un pupazzo di neve.
Il nostro pupazzo si può usare come decorazione, si può appendere all’albero di Natale, si può aggiungere a una ghirlanda o si può regalare ai nostri amici e parenti
Materiale necessario:  innanzitutto, cercate in casa delle calze spaiate pulite (bianche e colorate). 
Per l'imbottitura si possono usare, a piacimento, il riso, i fagioli, il sale grosso o le lenticchie.
Elastici.
Forbici.
Spago.
Ago e filo.
Bottoni e decorazioni (bottoni, stelle, sonaglini).


(foto da internet)


Cominciate dalle calze bianche: tagliate la parte del piede e utilizzate solo il tubolareChiudete una parte con un elastico,  o con lo spago, e rivoltate la calza. Riempite il sacchetto ottenuto con il materiale scelto per l'imbottitura (riso, sale, ecc.), affinché il pupazzo abbia una buona base e rimanga in piedi. 
Chiudete l’altra estremità. Prendete le altre calze colorate. Tagliate la punta e il tallone del piede. Utilizzate la parte lunga della calza tagliata come se fosse il vestito del pupazzo. Infilatela sopra la calza bianca ripiena di riso. Legate lo spago intorno ai due bordi della calza colorata e stringete. Avrete ottenuto la forma del pupazzo a due palle di neve (la testa più piccola e la pancia più grossa). 



(foto da internet)

Con la punta tagliata della calza colorata formeremo il cappello del pupazzo di neve, attorno al quale potreste aggiungere una stella, un sonaglino, o dei bottoni legati ad uno spago. 
Abbellite il pupazzo cucendo gli occhi e il naso (gli occhi si possono ricavare facilmente con due bottoni, e il naso con dei ritagli di stoffa). Sul collo del pupazzo potete cucire altre decorazioni o bottoni colorati a vostro piacimento.
Sulla pancia del pupazzo potrete cucire dei bottoni colorati.
Un'altra alternativa per vestire il pupazzo è quella di creare una sciarpacon un pezzo di stoffa, o con una calza colorata, da legare attorno al collo.
Come sempre, per i più maldestri, ecco a voi un tutorial >>

p.s Il nostro blog chiuderà per le vacanze di Natale. Torneremo on line l'8 gennaio 2018. 
Buone feste!

mercoledì 20 dicembre 2017

La pubblicità di Natale, Che passione!

(foto da www.lastampa.it)

C’è tutta la storia del ’900, condensata, rivisitata ma ben presente e viva: sono duecento le immagini contenute nel volume Le pubblicità di Natale che hanno fatto epoca, pubblicato da Interlinea nella collana Nativitas. Cartoline, volantini, illustrazioni promozionali e augurali che raccontano il Natale di Motta, Gilette, Tobler, raccolte adesso in un libro di oltre 200 immagini a colori ed esposte fino al 19 gennaio nella biblioteca palazzo negroni di Novara. Partono da fine ’800 e arrivano alla metà degli Anni 70: le ha raccolte il genovese Walter Fochesato: dalla sua enorme collezione sono stati selezionati, insieme all’editore Roberto Cicala, i pezzi più rappresentativi.  


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(foto da internet)

"Le pubblicità di Natale che hanno fatto epoca" in mostra in biblioteca Eventi a Novara
Walter Fochesato possiede una collezione tutta particolare: le pubblicità che hanno a che fare con il Natale; una raccolta, rigorosamente cartacea, che è un trionfo di alberi e palle, candele e lumini, renne o Babbi Natale e tutta la multiforme varietà che a partire più o meno dall’inizio del Novecento ha reso più colorate (e commerciali) le feste degli italiani. La collezione Fochesato diventa un libro, Le pubblicità di Natale che hanno fatto epoca, e per festeggiarlo, ecco in mostra le riviste, segnalibri, volantini, biglietti augurali, copertine che pubblicizzano davvero di tutto, dal formaggino Mio ai Baci Perugina, dalla mitica lettera 32 della Olivetti alle strenne Bompiani. Il viaggio attraversa i terreni fantasiosi di cartellonisti e artisti (c’è anche una pubblicità futurista di Fortunato Depero), pubblicitari, grafici, e tanti, tanti anonimi.
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(foto da internet)

Dalle automobili all'opera lirica, dai grandi magazzini all'abbigliamento, l'evoluzione della comunicazione ha accompagnato il boom economico e ha lasciato il segno nella réclame natalizia. Panettoni, dischi, profumi, elettrodomestici, libri, dolciumi: Natale riesce sempre a rendere dolce e attraente l’attesa dei doni sotto l’albero. Un esperto di illustrazioni, dopo il successo di Auguri di buon Natale, dedicato alle cartoline d’auguri, ha selezionato le pubblicità più belle che hanno fatto epoca e spesso sono espressione d’arte. Per non dimenticare che è stata la pubblicità a imporre Babbo Natale tutto vestito di rosso con una bibita in mano. Infatti unica eccezione ad una rassegna tutta italiana sono le campagne natalizie della Coca Cola, perché si ritrova qui l’iconografia di Babbo Natale che ci ha portato ad identificare il nostro San Nicola con un omone canuto e barbuto, abbigliato in uno sgargiante costume rosso con bordi bianchi, rubicondo e goloso. La sua trasformazione era iniziata già da tempo, come testimoniano i disegni di Norman Rockwell, ma la definitiva consacrazione avvenne con la grande campagna promozionale della bevanda, basata sulle illustrazioni di Haddon Sundblom, durante la grande depressione degli Anni 30. Immagini che dall’America giunsero anche in Italia, insediandosi per sempre nella nostra memoria. 


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“(foto (
 (foto da internet)
Un patrimonio condensato in un volume natalizio in cui si ritrovano le immagini dell’infanzia di chi ha qualche anno in più: «La scelta compiuta per questo libro - ha spiegato Cicala durante la presentazione - funziona per tutti: per gli appassionati d’arte, di industria, di lettura»

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(foto da internet)

Lo conferma lo stesso Fochesato, fra i maggiori esperti di letteratura per l’infanzia e storia dell’illustrazione. Da molti anni è coordinatore redazionale del mensile Andersen. Insegna al dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Genova e Storia dell’illustrazione all’Accademia di belle arti di Macerata: «Attraverso queste materiali passa la nostra storia personale, ma anche politica, sociale ed economica». Lo racconta bene la copertina di una rivista degli Anni 40, opera di Lele Luzzati: dietro le figure di Maria e Giuseppe in primo piano si intravedono gli echi della guerra nel paesaggio di fondo. La realtà in queste immagini viene rispecchiata, filtrata, migliorata ma non ignorata: «Le copertine natalizie di Grand Hotel della fine degli Anni 40 di Giulio Bertoletti ci rimandano ad un’Italia ottimista a tutti i costi, ben diversa dalle condizioni difficili di quell’epoca».  


lunedì 18 dicembre 2017

I muretti a secco





(foto da internet)

Il muro a secco è un particolare tipo di muro costruito con blocchi di pietra disposti e assemblati senza l'uso di malte.
Questo tipo di costruzione è presente in tutte le culture e rappresenta il primo tentativo di modificare l'ambiente per ricavarne un qualsiasi uso: dal riparo per i pastori alla delimitazione di un campo. 
Il muro a secco può essere realizzato con delle pietre grezze di varia forma e dimensione, e la sua realizzazione, di solito, comporta un approntamento della base su cui verrà costruito, anche mediante lo scavo di una traccia. Dalla precisione di tale composizione dipenderà la durata e la solidità del muro (vedi>>).


(foto da internet)

Un'altra funzione del muretto a secco nelle terre agricole era quello di mantenere un sistema arcaico di irrigazione, grazie alla condensazione del vapore acqueo presente in atmosfera. La capacità del cumulo di pietre di arrestare il processo inverso di evaporazione che si verifica nel terreno aperto determina un continuo rifornimento di acqua alle radici delle piante. 
Questa tradizione unisce la Costiera amalfitana, Pantelleria, la Sicilia, la Sardegna, la Liguria e in special modo le Cinque terre,  il Salento e la Valle d'Itria in Puglia



(foto da internet)


In Sicilia, le campagne della provincia di Ragusa offrono una miriade di muri realizzati a secco. La ragione della fitta maglia di muri a secco va ricercata nella precoce formazione di una classe di piccoli proprietari terrieri, che dalla prima metà del '500 frazionarono un immenso feudo e ne delimitarono le nuove proprietà. 

In Sardegna il muretto a secco è una parte familiare dell'ambiente dell'isola anche se, col tempo, si è persa la capacità di realizzarlo, ed è stato sostituito dalle reti metalliche, molto più economiche e facili da sistemare. Attualmente, però, c'è un rilancio importante di questo tipo di costruzione con dei corsi lanciati dalla Regione per insegnare ai più giovani l'allestimento dei muretti a secco.


(foto da internet)

In Puglia i muretti a secco sono il simbolo dei paesaggi salentini e della Valle d'Itria; realizzati per dividere gli appezzamenti dei terreni, potrebbero diventare anch'essi patrimonio dell'Unesco e sono stati segnalati dal governo italiano fra i tesori da tutelare nel patrimonio immateriale dell'Unesco.
Anche in Liguria, specialmente nelle Cinque Terre,  diventate vent'anni fa Patrimonio dell’Unesco anche grazie ai terrazzamenti che per secoli hanno garantito la tenuta dei terreni a strapiombo sul mare, c'è un tentativo di recupero della tradizione del muretto a secco con contributi regionali e con la nascita di  un'Associazione -Tu Quoque- che prende in comodato gratuito i terreni che i proprietari, per diversi motivi (invecchiamento o scarse entrate economiche dell'appezzamento), lasciano incolti.





(foto da internet)

Nei secoli, le Cinque Terre sono state conquistate dall’uomo che ne hanno cambiato l’aspetto, mantenendo però un contatto diretto con la natura e piegandola ai propri bisogni di vita. I fitti boschi originari vennero sostituiti poco a poco dalla coltivazione della vite in terrazzamenti, attraverso la frantumazione della roccia, la paziente realizzazione di muri a secco e la creazione di aree coltivabili. 

Quest’opera titanica si riflette nelle cifre: nel comprensorio vi sono circa 8.400.000 metri cubi di muri a secco, per una lunghezza di 6.729 km! 
Oggi, l’emigrazione e l’abbandono dell’attività agricola stanno provocando una rottura di questo biosistema, dove viene meno la presenza dell’uomo il degrado è immediato e la macchia prende il sopravvento. L’abbandono delle colture provoca eventi franosi ogni volta di maggiore estensione e la sottrazione alla fruizione di rilevanti porzioni di territorio.


(foto da internet)


L'Associazione Tu Quoque, negli ultimi due anni, ha organizzato otto campi di volontariato, uno di essi in collaborazione con l’Unesco, ed ha formato circa ottanta persone che hanno imparato i segreti di come impilare le pietre. Le splendide Cinque Terre continuano ad affascinare i turisti con i loro borghi e col mare turchese, ma, nel frattempo, i terrazzamenti continuano a dimostrare in silenzio la caparbia resilienza dei liguri.
Perché rinunciarvi?










venerdì 15 dicembre 2017

Lavoretti manuali (VIII): ratafià di visciole






(foto da internet)

Iniziamo dal frutto: la visciola è una qualità di ciliegia, di colore rosso scuro, con succo rosso sanguigno e sapore nettamente acido, detta anche amarena
Il termine ratafià, invece, è probabilmente voce di origine creola, e designa un liquore preparato per macerazione in acqua zuccherata e alcol di diverse frutta fresche. 
Altre ipotesi sull'origine del nome del liquore, fanno riferimento alla formula latina Pax rata fiat, ovvero La pace è fatta che sanciva un accordo di pace, con tanto di brindisi a tavola, con questo particolare liquore e alla formula di suggello, utilizzata al termine della stipula di notarili o accordi commerciali, rata fiat (es) e cioè (il documento è) ratificato





(foto da internet)


Questo liquore viene elaborato principalmente in Italia, Spagna (molto diffuso, ad esempio, nel nord della Catalogna), Francia e SvizzeraMolto nota in Italia è la ratafià piemontese, conosciuta anche come ratafia o ratafiat, nata intorno al 1600 nel monastero di Santa Maria della Sala, viene prodotta oggigiorno dalla storica ditta Giovanni Rapa ad Andorno Micca (Biella), Degna di nota è anche la produzione della ratafià dell'Antica Distilleria Alpina Bordiga di Cuneo

La ratafià è citata in Diavolo Rosso, una famosa canzone del cantautore piemontese Paolo Conte.



(foto da internet)

Preparazione:

ingredienti:
800 g di visciole mature
1 litro di vino rosso (rosso di Montepulciano, ad esempio)
500 g di zucchero
300 ml di alcol a 90° per liquori

Lavate le visciole ed eliminate il picciolo tagliandole in due, mettetele insieme al vino in un recipiente di vetro da 10 litri con imboccatura larga e con chiusura ermetica che verrà esposta al sole per circa 40 giorni, lasciando fermentare il tutto e rimestando periodicamente.
Filtrate il composto dopo il periodo sopraindicato. Per ogni litro ottenuto aggiungete 30 grammi di zucchero e 300ml di alcol.
Mescolate bene e lasciate macerare per due settimane in luogo fresco, poi filtrate di nuovo e imbottigliate.
Cin cin!











martedì 12 dicembre 2017

Il pizzaiolo napoletano patrimonio dell'Umanità

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(foto da internet)

Vi ricordate quando Mac Donald, sponsor della Expo 2015, prese in giro la pizza in una pubblicità? ebebne adesso è la pizza che si beffa del colosso del fast food. Infatti fare il pizzaiuolo è un’arte e ora questo antico mestiere è riconosciuto patrimonio dell’umanità.  Il via libera è arrivato nello scorso 6 dicembre dal consiglio dell'Unesco riunito a Jeju, nella Corea del Sud. Ed è stato voto unanime del Comitato di governo dell'Unesco per l'unica candidatura italiana. 

"Congratulazioni Italia", ha twittato l'Unesco annunciando l'inserimento dell'arte del pizzaiuolo napoletano nella "rappresentativa lista dei patrimoni culturali intangibili dell'umanità”.
Per l'Unesco, si legge nella decisione finale, "il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l'impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale.I pizzaiuoli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da ‘palcoscenico’ durante il processo di produzione della pizza. Ciò si verifica in un'atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale".

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(foto da internet)

L'Organizzazione delle Nazioni Unite ha premiato così il lungo lavoro del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali che nel 2009 aveva iniziato a redigere il dossier di candidatura con il supporto delle Associazioni dei pizzaiuoli e della Regione Campania, superando i pregiudizi di quanti vedevano in questa antica arte solo un fenomeno commerciale e non una delle più alte espressioni identitarie della cultura partenopea. 

Subito dopo la proclamazione, in sala è scoppiato un lungo e fragoroso applauso che ha festeggiato il successo italiano a lungo atteso, e molti dei delegati presenti come amuleto avevano nella lunga notte del negoziato finale stretto in mano un cornetto napoletano porta fortuna, rosso come tradizione impone.

Congratulazioni sono arrivate dal sindaco Luigi de Magistris: "Riconoscimento storico: grazie ai pizzaioli napoletani, che vivono ed operano a Napoli e in tutto il mondo, grazie a tutti quelli che hanno firmato per questa petizione. È il segno della potenza di Napoli attraverso la sua arte, la sua cultura, le sue tradizioni, le sue radici,la sua creatività, la sua fantasia. Una grande vittoria per Napoli e per la pizza napoletana”.

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(foto da internet)


Pizza gratis per tutti per celebrare e festeggiare con centinaia di pizzaioli, tutti coloro che hanno contribuito al successo e i forni della più celebre e grande manifestazione dedicata alla pizza napoletana. L'appuntamento è per giovedì domani 14 dicembre a partire dalle 11, su iniziativa del Napoli Pizza Village.


Al Casamento Torre nel Real Bosco di Capodimonte è ancora attivo il forno di campagna dove fu cotta la prima pizza margherita. Qui, nell’estate del 1889 il pizzaiolo Raffaele Esposito della pizzeria Brandi preparò le diverse pizze per la Regina Margherita di Savoia: Mastu Nicola bianca con strutto, basilico, pecorino e pepe; pomodoro, alici, aglio, origano e olio; pomodoro, mozzarella, basilico, olio e pecorino; calzone  fritto con ricotta e cicoli secondo la tradizione dell’Ottocento. La regina preferì quella con la mozzarella e il pomodoro che, in suo onore, fu chiamata margherita.



Un sito storico da valorizzare, secondo il direttore del Museo di Capodimonte, Sylvain Bellenger, che entro un mese aprirà le porte del Giardino Torre del Bosco di Capodimonte grazie a un bando europeo che coinvolgerà, a rotazione, i pizzaioli napoletani.