mercoledì 4 maggio 2016

Gradite un caffè arcobaleno?


Vi piacerebbe un buongiorno color arcobaleno con un Rainbow Coffee, realizzato con l’arte del latte multicolore (latte art)? E’ questa l’ultima trovata diventata virale sui social. Servito in tazza al locale Sambalatte di Las Vegas, l’idea di questo caffè nasce dall’estro del barista Mason Pressley Salisbury. L’americano ha condiviso sull’account Instagram @ibrewcoffee le sue creazioni con disegni floreali, nate unendo alla schiuma del latte dei coloranti alimentari. Tra like e copie di appassionati, professionisti e marchi noti come Starbucks, la rete ha fagocitato il nuovo piccolo fenomeno. Il cibo, religione contemporanea, non è infatti immune dalle mode. L’ultimo colpito è appunto il caffè: in Italia ne consumiamo una media annua di 5,56 kg a testa, soprattutto di amato espresso, un rito a casa fatto con la moka o in capsule e cialde e in tazzina al bar. Dopo la tendenza social del #rainbowfood (dalle ciambelle alla pizza) è tempo quindi di #rainbowcoffee, valido anche per il cappuccino, che piace tanto all’estero. E a chi si preoccupa degli effetti nocivi del colorante, il barista ha detto che vuole creare una versione “bio”. E lo sapete che a Milano, in via Tadino 6, c’è un localino accogliente che si chiama proprio Rainbow Café?  Tornando alla bevanda che ci fa tenere il ritmo e che ci aiuta a svegliarci, capita anche che “l'odore del caffè nella cucina” che invade la casa ci faccia venire voglia di canticchiare, magari non così bene come faceva nel capolavoro musicale del 1979 “Io Canto” Riccardo Cocciante, che sì cantava la vita . Ecco quindi una carrellata di immagini a tema caffè, nelle versioni più curiose, che provengono in primis dagli Usa e dal social del momento, Instagram. Dal Rainbow Coffee con Latte Art, scoprite come si fa, al caffè preparato a freddo, il cold brew coffee, con l’aggiunta di aromi, spezie o latte. Quale vi piace di più? (a cura di Maria Teresa Melodia)
(foto da www.corriere.it)

Vi piacerebbe un buongiorno color arcobaleno con un Rainbow Coffee, realizzato con l’arte del latte multicolore, latte art. È questa l’ultima trovata diventata virale sui social. Servito in tazza al locale Sambalatte di Las Vegas, l’idea di questo caffè nasce dall’estro del barista Mason Pressley Salisbury. L’americano ha condiviso sull’account Instagram @ibrewcoffee le sue creazioni con disegni floreali, nate unendo alla schiuma del latte dei coloranti alimentari. Tra like e copie di appassionati, professionisti e marchi noti come Starbucks, la rete ha fagocitato il nuovo piccolo fenomeno. 


Questo è il risultato del lavoro di un giorno. Mason Pressley Salisbury ha fin da subito filmato le sue sperimentazioni in tazza, postando oltre alle foto, anche dei video direttamente sul suo account Instagram.
(foto da www.corriere.it)

Il cibo, religione contemporanea, non è infatti immune dalle mode. L’ultimo colpito è appunto il caffè: in Italia se ne consuma una media annua di 5,56 kg a testa, soprattutto di amato espresso, un rito a casa fatto con la moka o in capsule e cialde e in tazzina al bar. Dopo la tendenza social del #rainbowfood (dalle ciambelle alla pizza) è tempo quindi di #rainbowcoffee, valido anche per il cappuccino, che piace tanto all’estero. E a chi si preoccupa degli effetti nocivi del colorante, il barista ha detto che vuole creare una versione “bio”. 

L'idea sembra funzionare e le sperimentazioni del barista  (qui dedicate alla fidanzata) aumentano, così come i like sul social alle immagini di invitanti caffè e cappuccini con latte art multicolore decorati con foglie

(foto da www.corriere.it)

Insomma, del Rainbow Coffee con Latte Art, del caffè preparato a freddo, il cold brew coffee, con l’aggiunta di aromi, spezie o latte, che cosa direbbe adesso il grande Eduardo o scriverebbe Pino Daniele a proposito di tazzulella 'e cafè?



lunedì 2 maggio 2016

Un Caravaggio diverso

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 (foto da internet)

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, nacque a Milano nel 1571. Nella città lombarda, si formò presso la bottega del pittore Simone Peterzano.
A vent'anni si trasferì a Roma, e cominciò a inventare un suo particolare repertorio dipingendo giovani presi dalla strada, messi in posa, accompagnati da cesti di frutta, calici e oggetti di vetro.
Caravaggio rivelò la sua predilezione per soggetti popolareschi così come sono in realtà: la foglia secca, la mela bacata, senza cercare di abbellire la natura, ma rappresentandola così com'è.
La luce fu l'elemento caratterizzante della sua intera opera. Condusse una vita sregolata e fu costretto a fuggire da Roma dopo aver ucciso un uomo durante una rissa.
Trovò rifugio a Siracusa e posteriormente a Napoli dove venne ferito gravemente.
Nel 1610, sulla spiaggia di Port'Ercole, in Toscana, dove era in attesa di rientrare a Roma per ricevere la grazia, venne arrestato e incarcerato. Due giorni dopo morì, a soli 38 anni.




(foto da internet)
In questi giorni, nell’ultima puntata di Italia’s Got Talent, un programma in onda tutti i mercoledì alle 21.15 su TV8, in cui dei giudici seduti ad un bancone valutano dei concorrenti che si esibiscono sul palco mostrando loro il proprio talento in una qualsiasi disciplina, siano essi cantanti, ballerini, illusionisti, acrobati, addestratori di animali, strumentisti, ventriloqui, imitatori e altro ancora, un concorrente ha voluto rendere omaggio ai capolavori del Caravaggio, riproducendo la Crocifissione di San Pietro, la Vocazione di San Matteo e la Morte della Vergine con i corpi immobili dei suoi compaesani, gli abitanti di Avigliano in Basilicata. Impressionati dalla particolarità dell’esibizione, i giudici hanno emesso parere positivo (vedi>>).





(foto da internet)
La Crocifissione di san Pietro è un olio su tela (230 x 175 cm). L'opera fu realizzata tra il 1600 ed il 1601, ed è nella Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo a Roma. Nella tela, di carattere volutamente antieroico e antiaulico, la luce investe la croce e il santo, entrambi simbolo della fondazione e della costruzione della Chiesa, attraverso il martirio del suo fondadore. La luce investe i carnefici, qui raffigurati non come aguzzini che agiscono in maniera brutalmente gratuita, ma come uomini semplici, costretti ad un lavoro faticoso.



(foto da internet)
 
Nella Vocazione di San Matteo, Caravaggio raffigura il momento in cui Gesù, accompagnato da San Pietro, invita Matteo a lasciare il suo lavoro di agente delle tasse e a seguirlo per diventare uno dei suoi Apostoli.
Matteo è seduto al lungo tavolo di una stanza spoglia. Il tavolo ha la funzione di banco dei debiti, la parete scalcinata è interrotta da una finestra con i vetri impolverati, che non rischiara l’interno.
E’ invece un raggio di luce che proviene da destra, tagliando in diagonale la scena, che illumina la stanza.
La luce assume un valore simbolico poiché è la grazia divina che irrompe nella vita quotidiana, portando la salvezza.
A destra, Caravaggio, dipinge Gesù in parte coperto da Pietro.
San Matteo risponde alla chiamata indicando se stesso.





(foto da internet)
Il dipinto la Morte della Vergine, fu realizzato dal Caravaggio tra il 1605 ed il 1606, e venne rifiutato dai religiosi che lo avevano commissionato, i Carmelitati di Santa Maria della Scala a Roma, in quanto considerato indecoroso e sconveniente. Il quadro scandalizzò in quanto ritraeva la Madonna gonfia e con le gambe scoperte. 
Il dipinto, dopo essere stato rifiutato dai committenti, fu messo in vendita e venne acquistato, dal duca di Mantova.
Tutti i personaggi del dipinto sono rappresentati nella parte bassa della tela, mentre in alto è dipinto unicamente un ampio drappo rosso scarlatto, molto chiaroscurato, che contribuisce a conferire tragicità alla scena.
Un piccolo gruppo di personaggi è ritratto nell’atto di vegliare il corpo della Vergine, steso su un catafalco. Maria, con indosso un abito rosso, ha una posa naturale, con una mano sul grembo e con il braccio sinistro steso su un cuscino. Del suo corpo, gonfio e livido, s’intravedono anche i piedi nudi.
Caravaggio volle dipingere il corpo di Maria, come una vera donna, da poco deceduta. La scena ritrae l'umano dolore, non celato ed immediatamente comprensibile anche agli spettatori più umili.
Nella Morte della Vergine la luce, che scende obliquamente dall’alto, si posa dapprima sulle teste calve degli apostoli piangenti, per poi distendersi sulla figura di Maria e sulla Maddalena china davanti a lei.
Ad eccezione del drappo scarlatto, l’unico oggetto rappresentato nella composizione, significativamente povera e spoglia, è un catino di rame collocato ai piedi degli apostoli e contenente la soluzione d’aceto necessaria al lavaggio del cadavere.
Una maniera diversa, e originale, per conoscere il grande pittore milanese.


venerdì 29 aprile 2016

Il rosmarino




 (foto da internet)

Il rosmarino (Rosmarinus officinalis) è un arbusto appartenente alla famiglia delle Lamiaceae. Originario dell'Europa, Asia e Africa, è ora spontaneo nell'area mediterranea nelle zone litoranee, e nella macchia mediterranea, dal livello del mare fino alla zona collinare. È noto in Toscana e in altre regioni col nome di Ramerino, alterazione popolare di rosmarino per raccostamento a ramo. 
La pianta arbustiva del rosmarino raggiunge altezze di 50–300 cm, e le foglie sono lunghe 2–3 cm e larghe 1–3 mm, addensate numerosissime sui rametti; di colore verde cupo lucente sulla pagina superiore e biancastre su quella inferiore per la presenza di peluria bianca. Il rosmarino si può coltivare facilmente in vaso sui terrazzi. Si semina in aprile-maggio, e ha il rigoglio di vegetazione e le fasi vitali in tardo autunno o in inverno, ed in primavera. Il rosmarino viene utilizzato come pianta ornamentale nei giardini, nell'industria cosmetica come shampoo per ravvivare il colore dei capelli o come astringente nelle lozioni; nelle pomate e linimenti per le proprietà toniche. 


 (foto da internet)

In profumeria, l'olio essenziale ricavato dalle foglie, viene utilizzato per la preparazione di colonie, come l'Acqua d'Ungheria. Nell'uso farmacologico comune l'olio viene usato come antisettico sedativo, ed i suoi preparati contro gli stati depressivi, restituendo vigore intellettuale e fisico alle persone indebolite. 
La leggenda vuole che chi infila un rametto di rosmarino nella tasca dell'amato che si allontana lo aiuta a ricordare le sue promesse. Addirittura Shakespeare, nell'Amleto, fa dire a Ofelia: "ecco del rosmarino, è per la rimembranza".
Orbene, il professor Mark Moss, capo del Dipartimento di psicologia della Northumbria University ha portato a termine un esperimento mediante il quale ha voluto capire se l'antico sapere nascondesse una verità scientifica. I risultati presentati confermano che il rosmarino può essere considerato davvero l'erba della memoria: infatti, annusarne l'aroma migliora i ricordi. Gli scienziati hanno studiato 150 pensionati posti in una stanza in cui era stato diffuso l'aroma di rosmarino, quello di lavanda o nessuno. 




(foto da internet)
 
Gli anziani sono stati sottoposti a un test di memoria, mostrando risultati migliori del 15% coloro i quali avevano respirato profumo di rosmarino invece che lavanda o nessun aroma. Per Moss quando inaliamo i componenti dell'aroma di rosmarino, questi vengono assorbiti nel sangue attraverso il passaggio dai polmoni e arrivano al cervello dove agiscono sulla chimica dei neuroni. Cosicché i detti della saggezza popolare, che si sono tramandati di generazione in generazione, possono essere basati sull'osservazione di determinati comportamenti, notando, ad esempio, che il rosmarino aiutava a ricordare. 



 (foto da internet)

Il rosmarino viene largamente utilizzato in cucina. Qui ricordiamo il magnifico pane di ramerino di tradizione fiorentina, un panino morbido e dolce fatto con pasta di pane, uva sultanina (zibibbo) e rosmarino. È tradizione mangiarlo il Giovedì Santo, quando i forni di Firenze e del territorio lo vendono già benedetto dai parroci dei dintorni. Oggigiorno si trova facilmente in qualsiasi epoca dell'anno. Ecco a voi la ricetta (leggi>>). 
Buon appetito! 

mercoledì 27 aprile 2016

La birra artigianale italiana

(foto da internet)

Pizza, pasta e mozzarella restano insuperabili. Ma da qualche anno l’Italia è diventata leader in Europa con un’altra eccellenza alimentare: la birra. Sembra strano, ma tedeschi e inglesi sono quelli che apprezzano di più. A una condizione: niente produzione industriale, ma rigorosamente artigianale. Il business, anche se ancora in processo, ha già raggiunto il dieci per cento di un mercato storico come quello del vino. «L’enologia assicura ogni anno un giro d’affari di circa cinque miliardi, possiamo dire che la birra raggiunge più o meno quota cinquecento milioni – spiega Angelo Sanna, un sardo che fa arrivare a Londra le migliori produzioni italiane – Le regioni che si sono conquistate le fette di mercato più ampie sono il Veneto e il Piemonte, poi c’è la nostra isola. Il leader nazionale è Teo Musso: ha iniziato nel 1977 in provincia di Cuneo e ora vende in tutto il mondo».


(foto da internet)

(foto da internet)


Sembra strano, ma la Sardegna da bere è nota nel mondo non solo per il cannonau. La birra dell’isola frutta già fatturati apprezzabili ed è arrivata molto lontano. In Australia, per esempio, la servono in un locale specializzato e molto ben frequentato. Esportazioni a parte, anche il consumo da queste parti è da record: ogni sardo, bambini e anziani compresi, beve 61,7 litri all’anno. Quasi il doppio rispetto alla media nazionale, che non supera i 30 litri a testa. Affari e passione vanni di pari passo e la bionda in questi giorni si è meritata una grande festa, nello scenario incantevole del centro storico di Bosa. Le produzioni artigianali della Sardegna ottengono premi e richiamano l’attenzione di super esperti come Rod Jones, “Somellier of the Year” dell’Accademia inglese della birra. « In questo momento l’Italia è leader in Europa nel settore dei microbirrifici. La tradizione di qualità italiana, già messa nel vino, viene fuori anche nella produzione di birra. Viene premiato l’impegno dei produttori. Nel mondo del bere è in atto una vera rivoluzione che parte dal basso, con il consumatore che sempre più chiede un prodotto artigianale e nel contempo rifiuta il prodotto industriale».


Le industrie l’hanno capito e ora tentano di cavalcare l’onda, rilevando i piccoli stabilimenti per continuare ad avere il controllo del mercato. «Per far crescere il nostro giro d’affari dobbiamo puntare a usare il nostro grano e produrre il nostro luppolo e il nostro malto – dice Angelo Sanna – La birra, tra l’altro, può essere anche un’attrazione e il Beer Fest di Bosa è la prova dell’interesse che ci cresce intorno. In Germania e Belgio ci sono due città che basano la loro economia sul turismo della birra. Noi dobbiamo far crescere la produzione per potenziare l’esportazione. Da noi non c’è una grande tradizione, ma il nostro prodotto è apprezzato. Forse un italiano non mangerebbe la pizza in America, ma tedeschi, inglesi e irlandesi amano molto la birra italiana»

lunedì 25 aprile 2016

Giornata mondiale del libro (Sant Jordi) in Sicilia




 (foto da internet)

Per festeggiare, a modo nostro, la Giornata Mondiale del libro, vi proponiamo un itinerario (libresco) che lega, in qualche modo, i nostri paesi: il Castello di Donnafugata.
Si trova a  circa 20 km da Ragusa, in Sicilia, e fu fatto edificare sulla vecchia struttura di una torre duecentesca dal barone Corrado Arezzo nell' '800. Il barone ne fece ingrandire la struttura iniziale che divenne una vera e propria dimora gentilizia. Il nome Donnafugata deriva dall'arabo Ain-jafat e significa Fonte di salute.
La leggenda vuole che il Castello sia indissolubilmente legato a una donna che vi fu rinchiusa. Si tratterebbe, infatti, della regina Bianca di Navarra che venne imprigionata, dal conte catalano (Bernat) Bernardo Cabrera, signore della Contea di Modica, in una stanza dalla quale riuscì a fuggire attraverso le gallerie che conducevano nella campagna circostante. Da qui il nome dialettale Ronnafuata, e cioè donna fuggita



(foto da internet)
 
Il Castello e il conte Cabrera, astuto e malvagio, entrarono nell'immaginario popolare e divennero oggetto di una serie di storielle tramandate oralmente. 
Si diceva, ad esempio, che il conte vi nascondesse un tesoro consistente in una capra d’oro, la quale sarebbe saltata fuori dal luogo in cui era nascosta dopo un complicato incantesimo
Si raccontava inoltre, che costui uccidesse chi lo ostacolava e soprattutto i suoi nemicitra i quali ci fu la principessa Bianca di Navarra. In realtà, è documentato che la principessa non mise mai piede nel Castello dato che ai suoi tempi (visse a cavallo tra il XIV e il XV secolo) il palazzo non era ancora stato edificato. L'edificio occupa un'area di circa 2500 metri quadrati  e si snoda in 122 stanze.


 (foto da internet)
 
La facciata del Castello è gotica orlata di merli ed è caratterizzata da finestre in stile gotico. Si possono ammirare gli otto finestroni bifori che danno su un'ampia terrazza delimitata da una balaustra coronata da otto vasi. Due modeste torrette circolari completano la prospettiva. L’interno ha stimolato la fantasia di numerosi registi che più volte hanno trasformato il castello in un set cinematografico. 
Tra questi ricordiamo Luchino Visconti che qui girò Il Gattopardo (la famosa scena del valzer, danzato dal Principe Don Fabrizio di Salina -Burt Lancanster- e Angelica Sedara -Claudia Cardinale-, entrò a far parte della storia del cinema) film tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
 
 
 
 
(foto da internet)
 
 Il parco del Castello è caratterizzato da maestosi ficus e piante esotiche, statue, fontane, stemmi araldici, vasi di terracotta, sedili in pietra, grotte artificiali e la cupola sul cui soffitto è disegnato il firmamento. Da non perdere il Pirdituri, e cioè labirinto in pietra ragusana che il barone Corrado Arezzo fece edificare a forma trapezoidale per riprendere il labirinto inglese di Hampton Court



(foto da internet)
 
Il regista Matteo Garrone scelse questa location per girare parte del suo film Il racconto dei racconti, ispirato liberamente a Lo cunto de li cunti, la raccolta di fiabe più antica d’Europa, scritta fra il 1500 e il 1600 in lingua napoletana da Giambattista Basile.
Buona lettura e buon viaggio!

venerdì 22 aprile 2016

Quistu




Riprendiamo la nostra rubrica dedicata ai connazionali che vivono e lavorano nella nostra città. 
Nel Carrer de la Nau 20 di Valencia, a poca distanza dal bellissimo edificio rinascimentale dell’Università, si trova Quistu, un originalissimo negozio (ma forse è riduttivo chiamarlo solo in questo modo) gestito da due ragazzi italiani: Sara Carbone e Andrea Agostani.
Quistu si occupa di Arte e Design (ma non solo) per identificarsi, per divertirsi e per sentirsi bene.
Nasce da una scelta di vita dei due proprietari che decisero di lasciare Milano per iniziare un'avventura nella nostra città, alla ricerca di in un luogo più vivibile. Scelsero Valencia, di cui parlano con sincero entusiasmo: attratti specialmente dall’arte, dall’illustrazione, dal design e dai giovani talenti.


 
Quistu è anche e soprattutto passione per il sentimento estetico, e vuol essere una proposta di stimolo per la propria mente, un invito a coccolare se stessi o a regalare semplicemente qualcosa di bello.
Sara e Andrea sostengono che un colore, un profumo, un buon vino, le forme e le figure che ci circondano, e di cui ci circondiamo, influenzano la nostra giornata e il nostro essere. Non sono una necessità biologica primitiva, bensì un bisogno della psiche.
Il nome del negozio è in latino: Quis (es) tu? significa, infatti, Chi sei?; da qui deriva il concetto chiave dell’iniziativa: identificarsi.

 
Lo spazio Quistu rappresenta il recipiente in cui incontrare idee per differenziarsi dalla massa, per non omologarsi, ma soprattutto cose che piacciano, a proprio gusto. Semplicemente questo. La bellezza sta, dunque, nella semplicità del concetto.
In Quistu si trovano idee per tutti i gusti e per tutte le tasche. Dalla linea di gioielli artigianali ai vestiti, unici e lavorati a mano, dal vino al mobile di design, dalla luce all'opera di illustrazione, dagli aromi per ambiente all'oggetto di decorazione e tanto altro.
Quistu non è solo un negozio, è una vetrina per tutte le idee originali, un atelier in cui i clienti possono incontrare gli artisti e vederli all'opera, uno spazio eventi in cui scambiarsi opinioni e conoscere di volta in volta concetti e prodotti differenti. Un'esperienza di divertimento e di stimolo, un po' diversa dal solito.

 
L'esperimento di vita e di lavoro che nasce dall'unione tra il gusto milanese dei proprietari e la effervescenza artistica e culturale della realtà valenzana crea uno spazio continuamente in movimento che può offrire unicità e colore alla vita quotidiana.
Sara e Andrea hanno fatto una scelta di vita: hanno abbandonato i ritmi frenetici di Milano e hanno adottato, da subito, i tempi della nostra città. Amano chiacchierare con il pubblico, coccolarlo, ascoltarlo, confrontarsi. 
Un posto davvero interessante in cui i nostri studenti avranno la possibilità di fare quattro chiacchiere in italiano e di avere delle agevolazioni sui prodotti di Arte e Design.
In bocca al lupo!

mercoledì 20 aprile 2016

Il falso made in Italy

(foto da internet)

Mentre l'economia globale stenta e ristagna, quella del falso tira alla grande: in cinque anni, dal 2008 al 2013, ha più che raddoppiato il suo giro d'affari, stima l'Ocse sulla base dei sequestri operati alle dogane. 
 L'Ocse calcola, infatti, che i beni contraffatti o piratati abbiano generato, nel 2013, scambi fino a 461 miliardi di dollari. Più o meno quanto valevano, nello stesso anno, le esportazioni (legali) di un Paese di prima fila nel commercio mondiale, come l'Italia. O il prodotto interno lordo di un Paese di media grandezza: i falsi valgono quanto tutto quello che in un anno produce l'economia austriaca, dalle vacanze sugli sci in Tirolo al festival di Salisburgo. 

Nessuno, ormai, smercia falsi alla vecchia maniera. L'industria della contraffazione è globale, agile, tecnologicamente aggiornata, logisticamente ramificata nel mondo, saldamente installata sul web, dotata di un catalogo merci pressoché inesauribile. 

(foto da internet)


Il problema è che i sequestri sembrano tanti: gli economisti dell'Ocse e della Ue che hanno redatto lo studio ne hanno analizzati oltre 100 mila l'anno. Ma il giro d'affari ormai è molto più ampio. Meno di un articolo falso su dieci arriva alla dogana nel cassone di un camion. Il 60 per cento viene elegantemente recapitato per posta o per corriere, in un piccolo pacchetto dedicato, nella ragionevole convinzione che i doganieri non possano aprire tutti i piccoli pacchetti sospetti, confusi tra i milioni che l'e-commerce distribuisce nel mondo. Anche per conto, infatti, dell'industria della contraffazione che, ormai, opera quasi esclusivamente via web. E via web vi vende scarpe Nike, occhiali Ray Ban, borse Louis Vuitton, orologi Rolex, i quattro prodotti che sono le star del falso. 



(foto da internet)

Con un'accorta strategia di marketing. Perché, come le aziende più sofisticate, i falsari distinguono i mercati e adeguano i prezzi. C'è un mercato primario, in cui il falso viene presentato come il prodotto vero e il prezzo si avvicina, con la sola differenza di uno sconto appetibile, ma credibile. E c'è un secondario, in cui nessuno bara, tutti sanno che stiamo trattando roba che sembra vera, ma non lo è, e il prezzo precipita di conseguenza. Lo si capisce dal valore dichiarato alla dogana per la merce sequestrata.


(foto da internet)


Lo stesso paio di Nike, infatti, può costare - a seconda che il falso sia confessato o no - dai 5 ai 200 dollari. I Ray Ban da 5 a 150. Una borsa Louis Vuitton da 5 a 1.500 dollari. Da 5 a 20 mila dollari un orologio Rolex. Ma questi prodotti sono solo la punta dell'iceberg. I falsari smerciano di tutto. A scorrere la lista dei sequestri, soprattutto scarpe, abbigliamento e pelletteria. C'è, però, anche un fiorente mercato di falsi business-to-business. Ovvero, aziende che comprano macchinari, prodotti chimici, strumenti ottici ed elettronici, parti di ricambio contraffatte. Qualche volta sapendolo e risparmiando sul prodotto. Qualche volta, no. E tirano anche i prodotti di ogni giorno: giocattoli, medicine, cosmetici, profumi. Ci sono anche merci del tutto insospettabili. Sotto sequestro, dicono i registri, finiscono spesso anche fragole, banane, olio di cocco. In questi casi, le fragole sono vere. Ad essere falsa è la provenienza.


(foto da internet)


Nella sostanza, dovunque ci sia un brevetto c'è il rischio della contraffazione. Il Paese i cui prodotti vengono più spesso falsificati sono gli Stati Uniti, a cui fa riferimento il 20 per cento dei sequestri. Ma una sorta di premio alla qualità e all'unicità tocca all'Italia che viene subito dopo, con il 14,6 per cento dei sequestri. Prima della Francia (12,1 per cento). Ma, nella sua ascesa al rango di economia moderna, anche la Cina conquista un posto nella classifica dei piratati e contraffatti, con l'1,3 per cento dei sequestri.



(foto da internet)

Di solito, orologi, scarpe e pelletteria vengono dalla Cina o da Hong Kong. Profumi e abbigliamento dalla Turchia. Ma un posto di riguardo tocca all'isola di Tokelau, nel mezzo dell'Oceano Pacifico, 10 chilometri quadrati e 1.400 abitanti. Il suo segreto è il commercio via web. Occhio dunque alla roba che arriva dai siti ".tk".