



Il New York Times ci fa riflettere. Quand'è stata l'ultima volta che siamo usciti dal cinema con una bella battuta che ci è rimasta in testa? Ricordate Forrest Gump: «La vita è come una scatola di cioccolatini».
Forse perché il contenuto, il più delle volte, non è per niente dolce, ma le frasi memorabili del grande schermo sembrano ormai scomparse. Quelle battute che non sono soltanto una curiosità da appassionati, bensì rappresentano anche l'indice della vitalità dell'arte.
Cinque anni fa l'American Film Institute chiese a un panel di 1500 operatori del cinema di stilare la classifica delle battute migliori. Nella top ten il film più giovane aveva trent'anni: Guerre Stellari. La frase celebre? Suvvia: «Che la forza sia con te».

In vetta alla classifica di Hollywood è stato incoronato l'immortale Via col vento: «Francamente me ne infischio». E al numero due svetta l'altra battuta del cinema più famosa di tutti i tempi, da Il Padrino: «Gli farò un'offerta che non può rifiutare».
E chi si sognerebbe oggi di sfidare questi pesi massimi?
No, non ci sono più le battute di una volta. Il New York Times, che non vuole farsene una ragione, ha provato a chiederlo agli esperti: perché? Chissà, è la risposta raccolta, perché magari oggi in un film conta più l'immagine, e anche qui, come nel resto del mondo sempre più virtualizzato, la parola è la prima a scomparire.

Casablanca ha ben sei frasi nella top cento dell'American Film Institute, a partire dalla mitca «Suonala ancora, Sam».
Probabilmente, la maggior parte delle battute dei film di oggi si perdono, ma quelle che rimangono un po' più nella mente del pubblico sembrano aver perso quella laconicità prima tanto apprezzata, proprio fino a Forrest Gump, ancora lui, con quello slogan che è diventato una specie di manifesto degli ingenui di tutto il mondo: «Stupido è chi lo stupido fa».

Un esempio sembra Oliver Stone e la famosa frase del primo Wall Street: «L'avidità è giusta». Mentre la frase "famosa" del sequel uscito 15 anni dopo sarebbe «Tu smetti di dire bugie su di me e io la smetterò di dire la verità su di te». Bella frase, ma non non universale.
Insomma, non ci sono più le battute di una volta. E se qualcuno prova a dire il contrario, via, sapete già come smontarlo: «Lascia perdere, Jack: è Chinatown». Ma, state tranquilli: «Domani è un altro giorno» .
Considero a tutti gli effetti Ritratto di mio padre come il mio terzo lungometraggio. Questa volta, attraverso mesi di lavoro in moviola con il mio montatore Walter Fasano, rovistando fra Super8, fotografie, articoli di giornale, racconti, ho cercato di ri-costruire la figura di mio padre, cercando di riaccendere frammenti di memoria, brandelli di emozioni, scoperte e ri-scoperte di un uomo che ho imparato a conoscere nel tempo, che continuo a conoscere tuttora.


(foto da internet)
(foto da internet)
«Stratificato in modo stupefacente è il Mezzogiorno. Pensiamo a come, in Sicilia, arabo, mondo galloromanzo e iberoromanzo si abbraccino strettamente. In Sicilia sono giunti fenici (secolo IX a.C.), greci (VIII a.C.), romani (212 a.C.), quindi vandali, arabi (IX-XI d.C.), normanni (XI-XII), gli spagnoli vi si stanziano per quattro secoli e mezzo (1282-1713). Di conseguenza le parlate del Mezzogiorno hanno largamente accolto grecismi, arabismi, francesismi penetrati con normanni e angioini, e spagnolismi. Ogni età lascia in eredità i suoi memorabili segni verbali
Sono constatazioni facili da trasmettere e da verificare, e non possono non suscitare curiosità e desiderio di ulteriori eventuali indagini, quelle che si possono fare benissimo a scuola, regione per regione, e che certamente appassionano, perché tra l'altro implicano eventuali inchieste familiari, tra i nonni, i vicini anziani. [...]».

Mio fratello è figlio unico, regia di Daniele Luchetti, uscito nei cinema ad aprile 2007, si ispira al romanzo Il fasciocomunista - Vita scriteriata di Accio Benassi, scritto dal recente vincitore del Premio Strega: Antonio Pennacchi. Il titolo del libro è già tutto un programma! Il film racconta la storia di Accio e Manrico Benassi, due fratelli che non hanno nulla in comune. O meglio, in comune hanno soltanto un profondo affetto reciproco e l’amore che provano per la stessa ragazza. Il loro dramma personale e familiare si snoda fra le lotte politiche dell’Italia degli anni '60. Un film consigliabile sotto tutti punti di vista, ma soprattutto per l'interpretazione memorabile di Elio Germano, vincitore ex aequo con Javier Bardem del premio come migliore interprete maschile del Festival di Cannes 2010, per la sua interpretazione in La nostra vita, film diretto anche da Daniele Luchetti.
Il titolo del film, diverso da quello del romanzo da cui è tratto, è un omaggio all’omonima canzone di Rino Gaetano.

(foto da internet)
La grande frattura non è dunque tra destra e sinistra, nord e sud, ma tra Mala Italia e Buona Italia. Tanti piccoli eroi di quest'ultima sono i protagonisti di un libro che ha un'ambizione: insegnare agli italiani l'ottimismo sull'Italia.
A qualcuno sarà capitato di dire una parolaccia dopo essersi schiacciato il dito nella porta. Un semplice sfogo? Non proprio: secondo una recente ricerca pubblicata sulla rivista Neuroreport, le parolacce sono una vera e propria risposta fisica al dolore, ed esercitano un effetto analgesico.
Gli psicologi che hanno realizzato questo studio, coordinati da Richard Stephens, hanno testato la loro teoria su un campione di volontari, che hanno accettato di dire parolacce mentre tenevano il più possibile la mano in un secchio d’acqua ghiacciata. L’esperimento è stato poi ripetuto con parole neutre. Nella prima fase, il cervello percepiva meno il dolore e la soglia di tolleranza si alzava di quasi il 50%, a differenza della seconda.
“Se si dicevano parolacce, si poteva sopportare il dolore provocato dall’acqua ghiacciata per 2 minuti. Senza bestemmiare, si resisteva solo per 1 minuto e 15 secondi“, hanno spiegato i ricercatori. “Probabilmente le reazioni ‘aggressive’ di chi bestemmia aumentano la sopportazione del dolore fisico“, hanno concluso. Per gli scienziati, questo è il primo studio che è riuscito a dimostrare gli effetti benefici della parolaccia. “Spiegherebbe come mai la pratica di bestemmiare in reazione al dolore si sia originata e sia diventata cosi’ comune. Anche alle persone più educate capita di farsene sfuggire una. In questi casi: il nostro studio ne dà una ragione“.

I meccanismi fisiologici di questo nesso, in realtà, non sono ancora chiari: l’ipotesi degli scienziati sarebbe che le parolacce stimolano una reazione correlata all’istinto di conservazione, detta “fight or flight”, ovvero “combatti e fuggi”, che altererebbe la percezione del dolore.
In conclusione, dire parolacce giova alla salute e fa accumulare meno cortisolo, l'ormone dello stress.